Cibo e arte: un modo per denunciare.

 

Come ho avuto modo di esporre in tante precedenti riflessioni, c'è da lunghissimo tempo un rapporto molto stretto tra cibo e arte. Reperti e manufatti, pitture rupestri, affreschi e mosaici e poi quadri e le tante forme di espressione della creatività umana hanno avuto tra i soggetti anche il mondo alimentare e i simbolismi con cui è strettamente connesso.

Questo rapporto è stato declinato nel tempo in molti temi, i quali hanno coinvolto anche la società. Le valenze sociali dell'arte, infatti, sono sempre state note e particolarmente importanti. Se le rappresentazioni artistiche di matrice religiosa, soprattutto gli affreschi, sono infatti gli esempi più conosciuti grazie al ruolo educativo che hanno avuto delle masse analfabete, l'arte ha voluto nel tempo anche denunciare o mostrare problemi o ingiustizie di matrice sociale.

Il cibo e la sua rappresentazione hanno sovente assolto questo compito in modo più o meno velato: pietanze, materie prime, scene di banchetti o di vita quotidiana sono stati anche in alcuni casi i mezzi per veicolare messaggi molto importanti.


(Oskar Herrfurth, La fiaba di Cuccagna,
XX secolo)


Tra i tanti temi e legami su cui si potrebbe riflettere quello che desidero menzionare per primo è certamente il grande problema della fame, che ha afflitto nel tempo generazioni di uomini e donne, ed era fortemente presente anche in Italia fino alla prima metà del secolo scorso. Essa è stata documentata, quasi inevitabilmente, anche nelle varie forme di cultura in cui ha prodotto numerosissimi risultati, anche differenti tra loro. Una delle conseguenze di questa vera e propria piaga fu infatti la diffusione dei cosiddetti "Paesi di Cuccagna" dove tutto era commestibile e gli uomini non dovevano faticare per trovare cibo, bastava solo allungare una mano.

Si pone invece all'opposto l'arte che nel secolo scorso ha documentato attraverso vari modi e tecniche la trasformazione del cibo da bene prezioso per la vita materiale e culturale dell'uomo, per la sua esistenza insomma, a pura merce da cui avere un profitto. Errò, pseudonimo di Guomundur Guomundsson, interessante pittore postmodernista islandese, in molte sue opere ha denunciato questo profondo e preoccupante cambiamento che ancora oggi, purtroppo, imperversa e a cui è necessario porre rimedio. Nella sua opera "Paesaggio alimentare" infatti il cibo è presente come un'ammucchiata di merce le cui forme si ripetono svariate volte ponendo quindi l'accento su come esso si sia trasformato: dall'esito di un processo naturale e/o artigianale, a un bene frutto di un meccanismo estremamente standardizzato e industriale, privo di anima.



(Hieronymus Bosch, Trittico del Giardino delle delizie, XVI secolo,
Museo del Prado, Madrid)


Il cibo diventa anche in alcuni casi un modo per punire gli uomini e le loro nefandezze; Bosch e altri pittori fiamminghi ne sono un esempio significativo. Strumenti di cucina, metodi di cottura e pietanze diventano in questo caso delle vere e proprie forme di tortura, elementi che si ritorcono contro persone ed esponenti di spicco della società e del clero per punirli del loro comportamento.

Proprio queste ultime categorie sono state nel tempo soggetti di illustrazioni e opere dal carattere satirico che avevano la funzione di denunciare e criticare comportamenti amorali quali: avidità, lussuria, attaccamento al cibo e al denaro, aspetti insomma che collimavano con quella che avrebbe dovuto essere la loro vita.

All'opposto l'arte ha anche mostrato le condizioni miserevoli di contadini e lavoratori dei ceti bassi, anche attraverso le loro abitudini alimentari. L'opera di Van Gogh "I mangiatori di patate", che tutti conoscono, costituisce un esempio significativo e noto di quanto appena affermato. Le sue opere a carboncino però, poco note, sono anche degli esempi curiosi e importanti dei lavori della campagna, fondamentali anche per il mondo alimentare. Anche svariati pittori italiani hanno saputo documentare questi aspetti; Giacomo Ceruti, pittore del Settecento detto "Il Pitocchetto" proprio perché i soggetti delle sue opere erano i pitocchi, ovvero i poveri e gli emarginati e le loro condizioni di vita (anche alimentari), ne costituisce un esempio significativo.



(William Hogarth, Vor dem Tor von Calais, part.,
1748, Tate Gallery, Londra)


Un tema che ho affrontato qualche tempo fa era il cibo come elemento di integrazione sociale, ho portato come esempio una serie di opere estremamente interessanti di stile barocco dell'America latina in cui l'unione di frutta e verdura di Europa e America era l'esempio concreto della mescolanza tra le diverse etnie che si generò nei secoli successivi alla scoperta del Nuovo Mondo, non senza forti ostilità. In questo caso il cibo è l'esempio di integrazione, convivenza e armonia che possono instaurarsi a dispetto delle idee false o bigotte che dimorano spesso in una società.
Molti artisti di oggi invece utilizzano il cibo e le pratiche alimentari come denuncia dei problemi legati all'ambiente, ai cambiamenti climatici e alle conseguenze di un'industria alimentare poco attenta al benessere animale e, in generale, all'impatto che le produzioni hanno sulla natura.
Il rapporto tra cibo e arte è stato quindi nei secoli anche un modo per denunciare, informare o semplicemente mostrare gli aspetti negativi della società e del vivere per cercare un cambiamento o quanto meno una presa di coscienza realmente consapevole. Aspetti estremamente interessanti che mostrano l'enorme importanza del mondo alimentare sulla vita umana, anche nel piano simbolico ed etico.

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