giovedì 19 ottobre 2017

Il formaggio nella vita dell'uomo tra credenze e cultura del territorio.

"(...) A seconda delle forme (a saponetta, a cilindro, a cupola, a cipolla) a seconda della consistenza (secco, burroso, venoso, compatto) a seconda dei materiali estranei presenti nella crosta o nella pasta (uva passa, pepe, noci, sesamo, erbe, muffe)"

E' questa la descrizione dettagliata che fornisce Italo Calvino nel suo romanzo Palomar del 1983; il protagonista infatti (Palomar) entrando in una formaggeria non può fare a meno di pensare ad una possibile classificazione dei formaggi presenti.
L'esempio appena presentato è di vitale importanza per capire il complesso rapporto esistente tra uno dei prodotti derivanti dalla lavorazione del latte e l'uomo.

(Tacuinum Sanitatis, XIV secolo)

Il formaggio è infatti, forse più di ogni altro alimento, espressione del saper fare umano e al tempo stesso fornisce informazioni su ritualità passate e, inevitabilmente,  sull'ambiente. Fa parte di quelle elaborazioni alimentari che sono un anello di congiunzione tra l'uomo non evoluto, ovvero succube della natura e quello evoluto, ovvero capace di modificare l'ambiente circostante a suo vantaggio, materie prime comprese. Più volte ho citato l'episodio dell'Odissea in cui Ulisse ed i suoi compagni si scontrano con Polifemo; quest'ultimo, intento a lavorare il latte delle greggi, è il simbolo dell'essere animale, privo di cultura e sviluppo, l'antitesi insomma del protagonista. Una delle poche cose che, leggendo l'opera, lo distingue dagli altri animali è saper trasformare il prodotto della mungitura.
Le informazioni sul rapporto dell'uomo col cibo possono essere dedotte a mio avviso, nella maggioranza dei casi, attraverso due modi: le materie prime impiegate oppure in modo indiretto, ovvero grazie agli utensili. Questi ultimi possono fornire informazioni utili sull'ambiente, il ceto di appartenenza, sulla destinazione d'uso, ma anche sull'intreccio con credenze e pratiche legate alla religione; in un articolo in passato avevo già accennato ad alcune tipologie di stampi per burro presenti in diversi Masi e utilizzati fino al secolo scorso; questi utensili erano intagliati in modo da imprimere sul prodotto croci o simboli connessi alla religione. Un altro esempio significativo che però non ha legami con gli aspetti della vita legati alla religione è la forma che ha un formaggio bresciano ottenuto da un tipo di capra molto particolare, la Bionda dell'Adamello: il Fatulì. Un formaggio il cui gusto finale è anche frutto dell'affumicatura con legni profumati. La forma tuttavia pare sia dovuta all'usanza del passato di utilizzare come stampi per la sua produzione le fondine per la minestra; un altro esempio curioso e significativo del rapporto tra prodotto, utensili e cultura umana.
L'aggiunta di altri ingredienti durante la preparazione o l'affinamento possono essere un esempio ulteriore. Antonio Asbaroni da Sonnino, più noto come Brigante Gasperone, era un grande consumatore di formaggio di capra e peperoncino.

(Tacuinum Sanitatis, XIV secolo)
Ma non è il solo esempio della presenza delle spezie nella preparazione o confezionamento di un formaggio, il Bagoss per esempio ha ancora oggi come caratteristica del processo produttivo l'aggiunta di zafferano, spezia pregiata nei secoli scorsi, utilizzata per conferire ai cibi un colore simile a quello dell'oro. Da non dimenticarsi anche l'aggiunta di pepe nei pecorini, tipica del Centro Italia, ma anche quella temporalmente recente del peperoncino.
Il grande rapporto citato nel titolo di questo articolo si è concretizzato nel corso del tempo anche nelle strategie per conservarlo e renderlo trasportabile, l'affumicatura è forse l'esempio più conosciuto. Addirittura si può affermare che l'atto stesso di preparare il formaggio è un modo per conservare un prodotto alimentare: il latte. Del resto Clifton Paul Fadiman, intellettuale americano del secolo scorso, affermò :

"formaggio ... la corsa del latte verso l'immortalità"

Non da ultimo occorre considerare che la preparazione e l'ottenimento del formaggio sono legate ad esigenze pratiche, un classico esempio di questo aspetto è l'elaborazione di ricette da parte della popolazione che utilizzava le poche materie prime di cui poteva disporre. Un curioso e gustoso esempio sono le pallottole abruzzesi composte da cacio e uova piatto di origine contadina nato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il formaggio è quindi un prodotto profondamente legato alla storia umana e ai differenti aspetti della sua cultura, non solo quindi frutto di esigenze pratiche ed ingegno ma anche di cultura ed amore per il territorio.

(Leandro Bassano, Mese di Maggio, 1595-1600, Madrid, Prado)

mercoledì 27 settembre 2017

I legumi nell'arte: storia, significati e curiosità.

Il consumo di legumi è consolidato nel corso della storia ed in culture differenti. Alcuni mesi fa infatti, alla mia visita al rinnovato Museo Egizio di Torino, ho potuto constatare attraverso un'apposita sezione destinata all'alimentazione egiziana, come essi fossero presenti anche nella dieta di questa cultura. Ceci, lenticchie e piselli rientravano infatti nell'alimentazione di tutti i giorni, mentre i fagioli erano considerati un cibo per poveri, convinzione confermata anche da Plinio e Columella.

(Vincenzo Campi, Mangiatori di fagioli)

Il legame tra cibi e società è presente nel corso della storia anche per molti altri alimenti, come del resto ho avuto modo di analizzare in altri articoli. I legumi erano molto consumati anche da greci e romani che li importavano da molte località, tra cui l'Egitto.
Durante il medioevo (ma del resto anche nei periodi successivi) gli aspetti sociali legati a questa categoria alimentare si fecero molto più marcati. Essi divennero infatti uno dei maggiori cibi con cui venivano identificati i poveri o comunque i ceti bassi, come del resto è ben visibile dall'opera di Vincenzo Campi proposta qua sopra.
Nel Cinquecento le scoperte geografiche permisero all'Europa di scoprire varietà di legumi nuove ed insolite, rinnovando ed incentivando l'interesse per questi prodotti.
La loro rivalutazione fu totale grazie alla Rivoluzione francese che, sovvertendo gli schemi ed i simboli allora esistenti e connessi all'aristocrazia, modificò anche l'ordine alimentare associato alla divisione tra ceti. Molti cibi infatti che appartenevano ai poveri vennero considerevolmente rivalutati e posti al centro del nuovo sistema di vita e alimentare che si andava a delineare.
I legumi dal punto di vista mistico rappresentano la continenza e la mortificazione del corpo.
Ai piselli, per esempio, Picinelli (agostiniano e studioso) conferì il simbolo della fragilità delle cose umane, sia per la loro dimensione che per quella delle loro radici.

(Georges de La Tour, Coppia di contadini che mangiano, 1620 circa, Berlino,
Gemaldegalerie)

(Hendrick Terbruggen, Esaù vende la primogenitura per un piatto di lenticchie,
1626, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza)

Nell'arte come ho già accennato ma come si vede ancor meglio nelle due ultime opere proposte, essi assumono differenti significati, non solo di matrice religiosa, ma anche sociale.
Nella prima opera le protagoniste sono le lenticchie, esse furono per secoli uno degli alimenti più rappresentativi dei contadini e, al tempo stesso, simbolo di continenza e mortificazione del corpo. Le ciotole di terracotta inoltre sottolineano il tono popolare della scena rappresentata e, al tempo stesso, la frugalità del pasto (che tra l'altro è consumato in piedi).
Diversi sono i significati della seconda opera che ho voluto proporre. Lo stesso legume riveste un ruolo (anche simbolico) completamente differente; è innanzitutto il pegno per lo scambio. Gli altri elementi presenti nel quadro accentuano il simbolismo generale: la candela attraverso la propria luce illumina il tutto e conferisce al tempo stesso sacralità alla scena, inoltre evidenzia l'interesse da parte dei pittori di matrice nordica per gli effetti provocati dalla luce artificiale. Infine le olive che la signora anziana porge a Giacobbe affermano il favore di Dio nei confronti del nuovo primogenito.
Simboli, significati e scene che mostrano la presenza variegata di questi prodotti nella terra non solo nell'alimentazione ma anche nell'arte, e quindi nella cultura, italiana e straniera.

domenica 17 settembre 2017

Esibire ricchezza: materiali preziosi per servire il cibo.

Gli oggetti in argento ed in materiali preziosi hanno fatto sfoggio da sempre non solo sulle tavole di ricchi e nobili ma anche nelle rappresentazioni artistiche di pasti o banchetti da loro tenuti. Già nell'antica Roma essi erano utilizzati per abbellire ed esibire disponibilità economiche. Ma i significati associati al loro utilizzo non si fermano certo qui, essi ricoprivano anche importanti funzioni simboliche e cerimoniali, caratteristiche che rimasero per molto tempo e furono particolarmente forti a partire dal Medioevo.

(Natura morta, I secolo d. C., Napoli, Museo Archeologico)
L'argento era simbolo della lucentezza della divina eloquenza, ma anche dei martiri e della vita dei santi predicatori. L'oro invece era simbolo del divino e, al tempo stesso, il più alto segno di ricchezza, ma anche di Cristo e dell'eccellenza spirituale e temporale.
Ho parlato già in diversi articoli precedenti dei servizi di credenza, molto famosi e conosciuti, che diedero origine nei secoli ai magnifici apparati (documentati anche dall'arte) presenti nelle sale in cui venivano esposti all'ammirazione dei convitati utensili, piatti e bicchieri in materiali preziosi come oro, argento, cristallo o vetri lavorati e finissime porcellane.

(Christian Berentz, Cristalli e piatto di biscotti, fine del
XVII secolo, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica)

Qui occorre precisare che, sebbene alcuni materiali rimasero preziosi nel corso del tempo e lo sono ancora oggi (argento ed oro sono gli esempi più comuni), altri invece lo furono per un periodo più o meno lungo poi, con i cambiamenti sociali, culturali e soprattutto con il miglioramento dei processi produttivi e l'abbassamento dei costi di produzione divennero materiali alla portata di un numero maggiore di persone.
Platina sosteneva che gli oggetti d'oro e d'argento che comparivano sulla tavola e sulla credenza, se erano regolarmente mantenuti lucidi e ben puliti, contribuivano significativamente ad incoraggiare l'appetito dei convitati.
Il secolo d'oro dell'argenteria fu il Seicento perché, con la nascita e sviluppo degli apparati scenografici barocchi, gli oggetti preziosi e scintillanti da tavola erano degli elementi indispensabili che completavano lo sfarzo generale. Proprio in quest'epoca la lista di oggetti e suppellettili in materiali preziosi si ampliò notevolmente. Similmente a ciò, il modo di forgiarli si arricchì di decorazioni e di forme nuove, in conformità con i  canoni barocchi, forti simboli di differenziazione sociale ed esibizione di potere e prestigio.
Successivamente con lo sviluppo e diffusione del ricco ceto borghese  tutti questi oggetti divennero simbolo di ricchezza e prestigio del ceto nuovo ma anche, per certi versi, di continuità con il passato nei simboli e significati.

(Pietro Longhi, La visita al Lord, 1746, New York, Metropolitan
Museum)
Nell'Ottocento la maggior parte dei simboli associati agli oggetti in materiali preziosi rimasero, due sono gli esempi che su tutti meritano attenzione e fanno al tempo stesso da esempio: Le memorie del capocuoco di Ludwig II re di Baviera, in cui sono narrati gli sfarzosi allestimenti per pranzi e banchetti e la presenza di un magnifico servizio di posate d'oro e, similmente, nella descrizione del banchetto offerto dalla famiglia Buddenbrook nell'omonimo romanzo di Thomas Mann ad alcuni invitati selezionati, compare una saliera in oro massiccio, sicuro retaggio di usi e tradizioni provenienti dal passato.
Nel Novecento la presenza di oggetti forgiati nei materiali preziosi rimase (e del resto è presente ancora oggi), simbolo di differenziazione sociale ma, soprattutto in questo secolo, anche desiderio di sperimentare artisticamente, proponendo nuovi stili e modi di concepire gli oggetti, con forme che in alcuni casi risultano attuali anche oggi.

mercoledì 6 settembre 2017

Il vino nell'arte, attraverso i secoli.

Il vino, com'è stato affrontato in tanti altri articoli, è uno degli elementi della cultura umana presente fin dall'antichità. Una presenza importante non solo nella vita di tutti i giorni e nell'economia, ma in molti casi (e soprattutto per l'Europa), anche nelle religioni.
Come logica conseguenza a tutto ciò il vino è presente nell'arte di tutti i tempi, dalle raffigurazioni egizie, alle miniature medievali fino ad arrivare all'arte moderna e contemporanea.

(Vendemmia, Salterio del XII secolo)

E' chiaro che le sue rappresentazioni nel corso del tempo, come logica conseguenza di quanto appena affermato, furono di diversa natura e funzione: documentare il lavoro nei campi, informare su simbologie connesse alla religione e alla società, illustrare feste private o pubbliche.
Il vino è rappresentato anche come elemento di aggregazione, felicità, ma anche perdita del controllo dell proprie facoltà fisiche e mentali. In alcuni casi, in riferimento alle taverne, era rappresentato anche come degradazione sociale e morale e in un certo senso anche dissolutezza.

(W. Marstrand, Allegrezza popolare all'osteria, 1853)

(W. Marstrand, Osteria romana, 1847)

Com'è già stato detto assume numerosi significati, sia di matrice religiosa che civile, le due opere che ho voluto inserire qua sotto possono essere due esempi importanti di quanto affermato.
Nella prima sono tante le simbologie connesse alla religione: nel piatto centrale comune posto in tavola è servito l'agnello arrosto, simbologia per eccellenza di Cristo; significato analogo è quello associato al pane che rimanda all'Eucarestia, il vino è infine al centro della tavola e richiama all'istituzione dell'Eucarestia e del sacerdozio.
Completamente diversa la scena narrata nella seconda opera, il baccanale infatti era il nome latino dei riti orgiastici dedicati a Dioniso; il vino era una bevanda sacra a Bacco e non poteva quindi mancare nei festeggiamenti in suo onore.

(Tiziano, L'Ulitma Cena, 1542-1544, Urbino,
Palazzo Ducale)

(Tiziano, Baccanale, 1518-1519, Madrid, Prado)

Due opere diverse quindi ma del medesimo autore, due mondi opposti che si incontrano nelle valenze simboliche e rituali assunte dal nostro protagonista.
Con questo breve percorso ho voluto narrare, stavolta soprattutto grazie alle immagini, alcune delle tante simbologie associate al vino ed al suo consumo e l'importanza di questa bevanda nella storia e cultura umane.

venerdì 1 settembre 2017

La pasta e l'Oriente.

In Cina la storia degli alimenti a base di farina di grano è connessa alla diffusione di un cereale, il grano appunto, poco conosciuto e frutto di "sostituzione" culturale ed alimentare. Esso infatti venne confuso fino al I secolo a. C. con l'orzo (anch'esso non autoctono); ad ambedue venne dato il nome di mai. Quando si cominciò a fare una distinzione tra queste due tipologie la parola bing comparve in alcuni rari testi. Essa deve essere interpretata come un termine generico che ingloba tutti i cibi a base di un impasto a base di farina di grano, incluse alcune paste alimentari ma anche, in senso più ampio, focacce e pani. Per diversi secoli questo vocabolo identificò tutti i cibi a base di grano, aventi una forma definita, e divenne inoltre il termine di riferimento per ogni tipo di preparazione a base di cereali, o anche alimentare in genere, idonea ad avere una determinata funzione. Famosa è "l'Ode ai bing", componimento scritto da Shu Xi (264 d. C. - 304 d. C.) letterato cinese, un vero e proprio documento del significato e presenza di questa parola e della sua connessione con l'evoluzione della storia della pasta in Oriente.
La capacità della farina di formare il glutine se impastata con acqua fu la molla fondamentale che permise ai bing di imporsi nel modello culturale ed alimentare, soprattutto a partire dai primi secoli dell'era cristiana.
Attorno al VI secolo incominciarono ad apparire le prime ricette di paste alimentari, documenti della presenza non solo di questo importante prodotto nel tessuto alimentare, culturale e sociale, ma anche e soprattutto l'estensione e l'organizzazione delle modalità di produzione. A partire dal X secolo circa il termine bing perse il suo senso generico andando a designare esclusivamente focacce; al contrario le paste alimentari assunsero il nome di mian.
Per essere più precisi, le paste a base di grano vennero considerate inizialmente come una specialità del Nord della Cina e solo successivamente a causa di fenomeni sociali, politici e bellici si estesero a zone differenti.
Successivamente con la Dinastia Ming (1368 - 1644), iniziarono a farsi sentire le influenze di altre culture, in particolare quella araba. Solo con il passare del tempo le paste a base di grano divennero un prodotto molto conosciuto. Ad onor del vero, la tradizione di fare la pasta in Cina si fonda su tre particolarità fondamentali, che derivano tra l'altro dalla sua storia antica. Anzitutto bisogna precisare che la Cina è il fulcro della tradizione della pasta fresca nel senso più stretto del termine con piatti presenti ancora oggi e preparati al momento, paste cotte subito dopo la loro confezione o, addirittura, mentre le si prepara; del resto il grano duro era sconosciuto in questo Paese, fattore che inibì la nascita e sviluppo della tradizione della pasta secca. Fu quasi sicuramente qui che il glutine venne separato per la prima volta dalla farina di grano e successivamente, a seguito delle sue proprietà fisiche e nutrizionali, impiegato nella cucina vegetariana. Infine furono proprio i cinesi ad aver messo a punto per primi le tecniche di fabbricazione di pasta alimentare a partire dagli amidi di alcuni cereali, o da fecole di leguminose, da tuberi o rizomi o anche da farine di molti cereali diversi dal grano. Proprio quest'ultimo aspetto, quello cioè di individuare ed utilizzare le diverse potenzialità dei prodotti cerealicoli, permise loro di intuire come trarre profitto da una materia prima come la farina di grano.
Il periodo che va dall'inizio della Dinastia Yuan (fine del III secolo) alla metà del XV secolo, fu caratterizzato da una straordinaria prosperità del consumo di paste alimentari in tutto il territorio cinese. Diversamente da ciò, dopo il XV secolo la gamma di paste conosciute a livello generale diminuì considerevolmente assieme alle ricette straniere a base di pasta e, di conseguenza, le influenze di altri Paesi sui consumi e sulle pratiche alimentari cinesi ad essa legate, provocando un aumento delle ricette e delle preparazioni regionali. Sempre durante l'ultima dinastia citata poco fa, si ampliò l'inventario già esistente con l'aggiunta di numerosi formati diversi ad ogni categoria che era in esso presente ed anche precisazioni legate alle modalità di produzione. Una presenza quindi importante rispetto a quella esistente in precedenza; un numero di formati maggiore, tutti legati a differenti ispirazioni. Tuttavia, dal punto di vista generale, la pasta era sostanzialmente suddivisa in due categorie: quella umida e quella secca; una distinzione analoga per numerosi aspetti a quella fatta in Italia. Alla prima apparteneva la pasta cotta in acqua o brodo; nella seconda invece rientrava quella a vapore. Tra le due però, a dominare ancora oggi in preferenza è senza dubbio quella in brodo.
Infine, un aspetto che differenzia in modo sostanziale le due categorie è quello riguardante le tecniche impiegate per il loro confezionamento, sostanzialmente differenti se si pensa, per esempio, che la pasta che veniva cotta a vapore era confezionata con acqua bollente.
Tecniche, modalità e gusti particolari insomma, che segnarono e segnano ancora oggi una presenza differente della pasta nella cultura d'Oriente e, allo stesso tempo, tracciano un filo comune con l'Occidente.

mercoledì 16 agosto 2017

Salvador Dalì tra arte e cibo. Parte 2: Les diners de gala.

Come ho affrontato nel precedente articolo dedicato a questo straordinario artista, Salvador Dalì ha da sempre avuto un rapporto molto stretto e particolare con il cibo, fin dalla sua infanzia, un legame saldo e profondo che ha coinvolto non solo la sua vita privata ma anche quella pubblica e il suo modo di fare arte. Del resto confessò che da piccolo avrebbe voluto diventare cuoco; questo desiderio dell'infanzia spiega molto il rapporto con il cibo documentato nel post precedente. Il culmine di questo legame è rappresentato dal suo particolarissimo ricettario "Les diners de gala", opera riccamente illustrata e pubblicata originariamente nel 1973 e contenente incisioni e dipinti erotici dell'artista.



Il ricettario è suddiviso in dodici capitoli ciascuno dei quali copre una specifica classe di piatti resi surrealisti sia sul piano gastronomico che estetico soprattutto il decimo, dedicato ai cibi afrodisiaci.
Già dalle prime ricette si può intuire come il ricettario sia dedicato ai piaceri del gusto e raccolga al proprio interno tutti gli aspetti riguardanti il legame particolare tra arte, artista e cibo.
Una raccolta quindi di idee, anzi, visioni e commistioni visive, sensoriali e gustative racchiuse in un ricettario stampato in soli 400 esemplari.



Dalì descrive ed illustra specialità amate dalla sua compagna e musa Gala: pietanze esotiche a base di rane, lumache ed altri ingredienti afrodisiaci, pensati e preparati in collaborazione con i migliori chef di Parigi. Non solo ricette però, anche rappresentazioni ed opere dell'artista e foto delle serate particolari che amava organizzare con la sua musa e compagna.
Un opera quindi curiosa e molto forte sia per quanto riguarda l'impatto visivo che (dal punto di vista gastronomico) per gli accostamenti proposti. Un mezzo valido per conoscere meglio una delle maggiori personalità artistiche del secolo scorso e il suo profondo legame con il mondo alimentare.


mercoledì 2 agosto 2017

Le dolci tentazioni ... nell'arte!

I dolci sono preparazioni presenti in molte occasioni nel corso della vita, sia per festeggiare ricorrenze religiose o civili che per commemorare i defunti. Sono inseriti anche nella storia e la tradizione della loro preparazione affonda le radici nel tempo.
Già a partire dal mondo antico, nel rituale nuziale di greci e romani, per esempio, gli sposi si scambiavano dolci. Nonostante ciò va precisato che la produzione era fondamentalmente domestica, sebbene alcuni panettieri li producessero all'interno delle loro attività.

(Jan Steen, La festa di San Nicola, 1665-1668, Amsterdam,
Rijksmuseum)

Fu solo all'inizio del Medioevo che la loro produzione si spostò, divenendo una delle attività dei monasteri, in particolar modo negli ordini femminili.
Dal XIV al XVI secolo , attraverso l'evoluzione delle tecniche di produzione dei dolci e l'aggiunta di nuovi ingredienti, nacquero e si consolidarono soprattutto in ambito italiano le differenze dolciarie di matrice regionale o comunque territoriale; i savoiardi e la crostata appartengono proprio a questo periodo. Durante il Rinascimento il dolce diventò uno status symbol, prelibatezza gastronomica destinata quasi esclusivamente ai palati che se lo potevano permettere considerando soprattutto il costo di materie prime come lo zucchero.
Questo aspetto culturale e sociale rimase consolidato anche nei secoli successivi, i dolci nella vita dei nobili erano presenti a partire dalla colazione fino agli ultimi momenti della giornata.
Furono uno dei punti importanti non solo per la gastronomia ma anche, in generale, per la cultura del territorio; questo aspetto durò secoli. Nel XVIII secolo Vincenzo Corrado, cuoco filosofo e letterato italiano, dedicò la sua opera "Il credenziere di buon gusto" proprio ai dolci; del resto il Settecento fu un secolo importante per la pasticceria, soprattutto quella francese che si arricchì di numerose preparazioni e materie prime nuove o fino ad allora poco utilizzate.
L'Ottocento fu segnato soprattutto dallo sviluppo dell'industria, in un secondo momento anche quella alimentare e, al tempo stesso, alla predilezione della sempre più diffusa pasticceria professionale su quella casalinga.
Nell'arte, come del resto è stato visto per numerosi altri prodotti o generi alimentari, i dolci sono presenti sotto più significati, religiosi e laici.

(Christian Berentz, Cristalli e piatto di biscotti, fine
del XVII secolo, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica)

La prima opera proposta qua sopra presenta una scena di un ambiente aristocratico. I biscotti savoiardi nacquero nella Savoia attorno al XV secolo e furono una prelibatezza gastronomica che non tutti potevano permettersi. Il piatto d'argento su cui posano i dolci ne enfatizza la prelibatezza; infine la bottiglia di cristallo contenente il vino dolce ne testimonia l'abbinamento e conferma nella sua raffinatezza i ceti a cui il tutto era riferito.
Nell'opera presente qua sotto il vino è un chiaro riferimento all'eucarestia; i cialdonari, ovvero gli artigiani che preparavano le cialde, erano particolarmente in voga nel XV secolo. In questo caso il dolce sfizioso presente fa da completamento al significato del vino, ovvero le ostie utilizzate per l'eucarestia.

(Lubin Baugin, Un dessert di cialde, 1653-1640 circa, Parigi, Louvre)

In ultimo ho scelto questo magnifico quadro presente qua sotto che è molto particolare, soprattutto se si parla di arte e cibo. Nelle raffigurazioni dell' Ultima Cena infatti solitamente non sono presenti dolci, in questo caso Tintoretto pone al centro dell'opera una torta, aspetto insolito, simbolo che rimanda con tutta probabilità all'idea della dolcezza del corpo di Cristo fattosi eucarestia.
Simbologie curiose ed importanti insomma, che testimoniano un rapporto unico e particolarissimo!.


(Tintoretto, Ultima Cena, 1592-1594, Venezia, San Giorgio Maggiore)