domenica 17 settembre 2017

Esibire ricchezza: materiali preziosi per servire il cibo.

Gli oggetti in argento ed in materiali preziosi hanno fatto sfoggio da sempre non solo sulle tavole di ricchi e nobili ma anche nelle rappresentazioni artistiche di pasti o banchetti da loro tenuti. Già nell'antica Roma essi erano utilizzati per abbellire ed esibire disponibilità economiche. Ma i significati associati al loro utilizzo non si fermano certo qui, essi ricoprivano anche importanti funzioni simboliche e cerimoniali, caratteristiche che rimasero per molto tempo e furono particolarmente forti a partire dal Medioevo.

(Natura morta, I secolo d. C., Napoli, Museo Archeologico)
L'argento era simbolo della lucentezza della divina eloquenza, ma anche dei martiri e della vita dei santi predicatori. L'oro invece era simbolo del divino e, al tempo stesso, il più alto segno di ricchezza, ma anche di Cristo e dell'eccellenza spirituale e temporale.
Ho parlato già in diversi articoli precedenti dei servizi di credenza, molto famosi e conosciuti, che diedero origine nei secoli ai magnifici apparati (documentati anche dall'arte) presenti nelle sale in cui venivano esposti all'ammirazione dei convitati utensili, piatti e bicchieri in materiali preziosi come oro, argento, cristallo o vetri lavorati e finissime porcellane.

(Christian Berentz, Cristalli e piatto di biscotti, fine del
XVII secolo, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica)

Qui occorre precisare che, sebbene alcuni materiali rimasero preziosi nel corso del tempo e lo sono ancora oggi (argento ed oro sono gli esempi più comuni), altri invece lo furono per un periodo più o meno lungo poi, con i cambiamenti sociali, culturali e soprattutto con il miglioramento dei processi produttivi e l'abbassamento dei costi di produzione divennero materiali alla portata di un numero maggiore di persone.
Platina sosteneva che gli oggetti d'oro e d'argento che comparivano sulla tavola e sulla credenza, se erano regolarmente mantenuti lucidi e ben puliti, contribuivano significativamente ad incoraggiare l'appetito dei convitati.
Il secolo d'oro dell'argenteria fu il Seicento perché, con la nascita e sviluppo degli apparati scenografici barocchi, gli oggetti preziosi e scintillanti da tavola erano degli elementi indispensabili che completavano lo sfarzo generale. Proprio in quest'epoca la lista di oggetti e suppellettili in materiali preziosi si ampliò notevolmente. Similmente a ciò, il modo di forgiarli si arricchì di decorazioni e di forme nuove, in conformità con i  canoni barocchi, forti simboli di differenziazione sociale ed esibizione di potere e prestigio.
Successivamente con lo sviluppo e diffusione del ricco ceto borghese  tutti questi oggetti divennero simbolo di ricchezza e prestigio del ceto nuovo ma anche, per certi versi, di continuità con il passato nei simboli e significati.

(Pietro Longhi, La visita al Lord, 1746, New York, Metropolitan
Museum)
Nell'Ottocento la maggior parte dei simboli associati agli oggetti in materiali preziosi rimasero, due sono gli esempi che su tutti meritano attenzione e fanno al tempo stesso da esempio: Le memorie del capocuoco di Ludwig II re di Baviera, in cui sono narrati gli sfarzosi allestimenti per pranzi e banchetti e la presenza di un magnifico servizio di posate d'oro e, similmente, nella descrizione del banchetto offerto dalla famiglia Buddenbrook nell'omonimo romanzo di Thomas Mann ad alcuni invitati selezionati, compare una saliera in oro massiccio, sicuro retaggio di usi e tradizioni provenienti dal passato.
Nel Novecento la presenza di oggetti forgiati nei materiali preziosi rimase (e del resto è presente ancora oggi), simbolo di differenziazione sociale ma, soprattutto in questo secolo, anche desiderio di sperimentare artisticamente, proponendo nuovi stili e modi di concepire gli oggetti, con forme che in alcuni casi risultano attuali anche oggi.

mercoledì 6 settembre 2017

Il vino nell'arte, attraverso i secoli.

Il vino, com'è stato affrontato in tanti altri articoli, è uno degli elementi della cultura umana presente fin dall'antichità. Una presenza importante non solo nella vita di tutti i giorni e nell'economia, ma in molti casi (e soprattutto per l'Europa), anche nelle religioni.
Come logica conseguenza a tutto ciò il vino è presente nell'arte di tutti i tempi, dalle raffigurazioni egizie, alle miniature medievali fino ad arrivare all'arte moderna e contemporanea.

(Vendemmia, Salterio del XII secolo)

E' chiaro che le sue rappresentazioni nel corso del tempo, come logica conseguenza di quanto appena affermato, furono di diversa natura e funzione: documentare il lavoro nei campi, informare su simbologie connesse alla religione e alla società, illustrare feste private o pubbliche.
Il vino è rappresentato anche come elemento di aggregazione, felicità, ma anche perdita del controllo dell proprie facoltà fisiche e mentali. In alcuni casi, in riferimento alle taverne, era rappresentato anche come degradazione sociale e morale e in un certo senso anche dissolutezza.

(W. Marstrand, Allegrezza popolare all'osteria, 1853)

(W. Marstrand, Osteria romana, 1847)

Com'è già stato detto assume numerosi significati, sia di matrice religiosa che civile, le due opere che ho voluto inserire qua sotto possono essere due esempi importanti di quanto affermato.
Nella prima sono tante le simbologie connesse alla religione: nel piatto centrale comune posto in tavola è servito l'agnello arrosto, simbologia per eccellenza di Cristo; significato analogo è quello associato al pane che rimanda all'Eucarestia, il vino è infine al centro della tavola e richiama all'istituzione dell'Eucarestia e del sacerdozio.
Completamente diversa la scena narrata nella seconda opera, il baccanale infatti era il nome latino dei riti orgiastici dedicati a Dioniso; il vino era una bevanda sacra a Bacco e non poteva quindi mancare nei festeggiamenti in suo onore.

(Tiziano, L'Ulitma Cena, 1542-1544, Urbino,
Palazzo Ducale)

(Tiziano, Baccanale, 1518-1519, Madrid, Prado)

Due opere diverse quindi ma del medesimo autore, due mondi opposti che si incontrano nelle valenze simboliche e rituali assunte dal nostro protagonista.
Con questo breve percorso ho voluto narrare, stavolta soprattutto grazie alle immagini, alcune delle tante simbologie associate al vino ed al suo consumo e l'importanza di questa bevanda nella storia e cultura umane.

venerdì 1 settembre 2017

La pasta e l'Oriente.

In Cina la storia degli alimenti a base di farina di grano è connessa alla diffusione di un cereale, il grano appunto, poco conosciuto e frutto di "sostituzione" culturale ed alimentare. Esso infatti venne confuso fino al I secolo a. C. con l'orzo (anch'esso non autoctono); ad ambedue venne dato il nome di mai. Quando si cominciò a fare una distinzione tra queste due tipologie la parola bing comparve in alcuni rari testi. Essa deve essere interpretata come un termine generico che ingloba tutti i cibi a base di un impasto a base di farina di grano, incluse alcune paste alimentari ma anche, in senso più ampio, focacce e pani. Per diversi secoli questo vocabolo identificò tutti i cibi a base di grano, aventi una forma definita, e divenne inoltre il termine di riferimento per ogni tipo di preparazione a base di cereali, o anche alimentare in genere, idonea ad avere una determinata funzione. Famosa è "l'Ode ai bing", componimento scritto da Shu Xi (264 d. C. - 304 d. C.) letterato cinese, un vero e proprio documento del significato e presenza di questa parola e della sua connessione con l'evoluzione della storia della pasta in Oriente.
La capacità della farina di formare il glutine se impastata con acqua fu la molla fondamentale che permise ai bing di imporsi nel modello culturale ed alimentare, soprattutto a partire dai primi secoli dell'era cristiana.
Attorno al VI secolo incominciarono ad apparire le prime ricette di paste alimentari, documenti della presenza non solo di questo importante prodotto nel tessuto alimentare, culturale e sociale, ma anche e soprattutto l'estensione e l'organizzazione delle modalità di produzione. A partire dal X secolo circa il termine bing perse il suo senso generico andando a designare esclusivamente focacce; al contrario le paste alimentari assunsero il nome di mian.
Per essere più precisi, le paste a base di grano vennero considerate inizialmente come una specialità del Nord della Cina e solo successivamente a causa di fenomeni sociali, politici e bellici si estesero a zone differenti.
Successivamente con la Dinastia Ming (1368 - 1644), iniziarono a farsi sentire le influenze di altre culture, in particolare quella araba. Solo con il passare del tempo le paste a base di grano divennero un prodotto molto conosciuto. Ad onor del vero, la tradizione di fare la pasta in Cina si fonda su tre particolarità fondamentali, che derivano tra l'altro dalla sua storia antica. Anzitutto bisogna precisare che la Cina è il fulcro della tradizione della pasta fresca nel senso più stretto del termine con piatti presenti ancora oggi e preparati al momento, paste cotte subito dopo la loro confezione o, addirittura, mentre le si prepara; del resto il grano duro era sconosciuto in questo Paese, fattore che inibì la nascita e sviluppo della tradizione della pasta secca. Fu quasi sicuramente qui che il glutine venne separato per la prima volta dalla farina di grano e successivamente, a seguito delle sue proprietà fisiche e nutrizionali, impiegato nella cucina vegetariana. Infine furono proprio i cinesi ad aver messo a punto per primi le tecniche di fabbricazione di pasta alimentare a partire dagli amidi di alcuni cereali, o da fecole di leguminose, da tuberi o rizomi o anche da farine di molti cereali diversi dal grano. Proprio quest'ultimo aspetto, quello cioè di individuare ed utilizzare le diverse potenzialità dei prodotti cerealicoli, permise loro di intuire come trarre profitto da una materia prima come la farina di grano.
Il periodo che va dall'inizio della Dinastia Yuan (fine del III secolo) alla metà del XV secolo, fu caratterizzato da una straordinaria prosperità del consumo di paste alimentari in tutto il territorio cinese. Diversamente da ciò, dopo il XV secolo la gamma di paste conosciute a livello generale diminuì considerevolmente assieme alle ricette straniere a base di pasta e, di conseguenza, le influenze di altri Paesi sui consumi e sulle pratiche alimentari cinesi ad essa legate, provocando un aumento delle ricette e delle preparazioni regionali. Sempre durante l'ultima dinastia citata poco fa, si ampliò l'inventario già esistente con l'aggiunta di numerosi formati diversi ad ogni categoria che era in esso presente ed anche precisazioni legate alle modalità di produzione. Una presenza quindi importante rispetto a quella esistente in precedenza; un numero di formati maggiore, tutti legati a differenti ispirazioni. Tuttavia, dal punto di vista generale, la pasta era sostanzialmente suddivisa in due categorie: quella umida e quella secca; una distinzione analoga per numerosi aspetti a quella fatta in Italia. Alla prima apparteneva la pasta cotta in acqua o brodo; nella seconda invece rientrava quella a vapore. Tra le due però, a dominare ancora oggi in preferenza è senza dubbio quella in brodo.
Infine, un aspetto che differenzia in modo sostanziale le due categorie è quello riguardante le tecniche impiegate per il loro confezionamento, sostanzialmente differenti se si pensa, per esempio, che la pasta che veniva cotta a vapore era confezionata con acqua bollente.
Tecniche, modalità e gusti particolari insomma, che segnarono e segnano ancora oggi una presenza differente della pasta nella cultura d'Oriente e, allo stesso tempo, tracciano un filo comune con l'Occidente.

mercoledì 16 agosto 2017

Salvador Dalì tra arte e cibo. Parte 2: Les diners de gala.

Come ho affrontato nel precedente articolo dedicato a questo straordinario artista, Salvador Dalì ha da sempre avuto un rapporto molto stretto e particolare con il cibo, fin dalla sua infanzia, un legame saldo e profondo che ha coinvolto non solo la sua vita privata ma anche quella pubblica e il suo modo di fare arte. Del resto confessò che da piccolo avrebbe voluto diventare cuoco; questo desiderio dell'infanzia spiega molto il rapporto con il cibo documentato nel post precedente. Il culmine di questo legame è rappresentato dal suo particolarissimo ricettario "Les diners de gala", opera riccamente illustrata e pubblicata originariamente nel 1973 e contenente incisioni e dipinti erotici dell'artista.



Il ricettario è suddiviso in dodici capitoli ciascuno dei quali copre una specifica classe di piatti resi surrealisti sia sul piano gastronomico che estetico soprattutto il decimo, dedicato ai cibi afrodisiaci.
Già dalle prime ricette si può intuire come il ricettario sia dedicato ai piaceri del gusto e raccolga al proprio interno tutti gli aspetti riguardanti il legame particolare tra arte, artista e cibo.
Una raccolta quindi di idee, anzi, visioni e commistioni visive, sensoriali e gustative racchiuse in un ricettario stampato in soli 400 esemplari.



Dalì descrive ed illustra specialità amate dalla sua compagna e musa Gala: pietanze esotiche a base di rane, lumache ed altri ingredienti afrodisiaci, pensati e preparati in collaborazione con i migliori chef di Parigi. Non solo ricette però, anche rappresentazioni ed opere dell'artista e foto delle serate particolari che amava organizzare con la sua musa e compagna.
Un opera quindi curiosa e molto forte sia per quanto riguarda l'impatto visivo che (dal punto di vista gastronomico) per gli accostamenti proposti. Un mezzo valido per conoscere meglio una delle maggiori personalità artistiche del secolo scorso e il suo profondo legame con il mondo alimentare.


mercoledì 2 agosto 2017

Le dolci tentazioni ... nell'arte!

I dolci sono preparazioni presenti in molte occasioni nel corso della vita, sia per festeggiare ricorrenze religiose o civili che per commemorare i defunti. Sono inseriti anche nella storia e la tradizione della loro preparazione affonda le radici nel tempo.
Già a partire dal mondo antico, nel rituale nuziale di greci e romani, per esempio, gli sposi si scambiavano dolci. Nonostante ciò va precisato che la produzione era fondamentalmente domestica, sebbene alcuni panettieri li producessero all'interno delle loro attività.

(Jan Steen, La festa di San Nicola, 1665-1668, Amsterdam,
Rijksmuseum)

Fu solo all'inizio del Medioevo che la loro produzione si spostò, divenendo una delle attività dei monasteri, in particolar modo negli ordini femminili.
Dal XIV al XVI secolo , attraverso l'evoluzione delle tecniche di produzione dei dolci e l'aggiunta di nuovi ingredienti, nacquero e si consolidarono soprattutto in ambito italiano le differenze dolciarie di matrice regionale o comunque territoriale; i savoiardi e la crostata appartengono proprio a questo periodo. Durante il Rinascimento il dolce diventò uno status symbol, prelibatezza gastronomica destinata quasi esclusivamente ai palati che se lo potevano permettere considerando soprattutto il costo di materie prime come lo zucchero.
Questo aspetto culturale e sociale rimase consolidato anche nei secoli successivi, i dolci nella vita dei nobili erano presenti a partire dalla colazione fino agli ultimi momenti della giornata.
Furono uno dei punti importanti non solo per la gastronomia ma anche, in generale, per la cultura del territorio; questo aspetto durò secoli. Nel XVIII secolo Vincenzo Corrado, cuoco filosofo e letterato italiano, dedicò la sua opera "Il credenziere di buon gusto" proprio ai dolci; del resto il Settecento fu un secolo importante per la pasticceria, soprattutto quella francese che si arricchì di numerose preparazioni e materie prime nuove o fino ad allora poco utilizzate.
L'Ottocento fu segnato soprattutto dallo sviluppo dell'industria, in un secondo momento anche quella alimentare e, al tempo stesso, alla predilezione della sempre più diffusa pasticceria professionale su quella casalinga.
Nell'arte, come del resto è stato visto per numerosi altri prodotti o generi alimentari, i dolci sono presenti sotto più significati, religiosi e laici.

(Christian Berentz, Cristalli e piatto di biscotti, fine
del XVII secolo, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica)

La prima opera proposta qua sopra presenta una scena di un ambiente aristocratico. I biscotti savoiardi nacquero nella Savoia attorno al XV secolo e furono una prelibatezza gastronomica che non tutti potevano permettersi. Il piatto d'argento su cui posano i dolci ne enfatizza la prelibatezza; infine la bottiglia di cristallo contenente il vino dolce ne testimonia l'abbinamento e conferma nella sua raffinatezza i ceti a cui il tutto era riferito.
Nell'opera presente qua sotto il vino è un chiaro riferimento all'eucarestia; i cialdonari, ovvero gli artigiani che preparavano le cialde, erano particolarmente in voga nel XV secolo. In questo caso il dolce sfizioso presente fa da completamento al significato del vino, ovvero le ostie utilizzate per l'eucarestia.

(Lubin Baugin, Un dessert di cialde, 1653-1640 circa, Parigi, Louvre)

In ultimo ho scelto questo magnifico quadro presente qua sotto che è molto particolare, soprattutto se si parla di arte e cibo. Nelle raffigurazioni dell' Ultima Cena infatti solitamente non sono presenti dolci, in questo caso Tintoretto pone al centro dell'opera una torta, aspetto insolito, simbolo che rimanda con tutta probabilità all'idea della dolcezza del corpo di Cristo fattosi eucarestia.
Simbologie curiose ed importanti insomma, che testimoniano un rapporto unico e particolarissimo!.


(Tintoretto, Ultima Cena, 1592-1594, Venezia, San Giorgio Maggiore) 

venerdì 28 luglio 2017

Il pepe tra storia, curiosità ed arte.

Dalle Cronache dell'esploratore cinese Tang Meng, il pepe era conosciuto in Cina già nel II secolo a.C. , anche se altri documenti ne proverebbero la presenza già prima. Marco Polo nei suoi scritti conferma l'utilizzo di questa spezia nella cucina cinese.
In Africa ed Europa arrivò quasi sicuramente attraverso le carovane; il suo consumo nell'antico Egitto è confermato dalla presenza nelle tombe dei faraoni. Nell'antica Roma il pepe (ma del resto le spezie in generale) erano utilizzate in cucina ma anche in altri ambiti, per esempio in cosmesi; il suo consumo era così fiorente che a partire dall'imperatore Marco Aurelio vennero imposte ad Alessandria d'Egitto delle tasse alle navi che lo trasportavano.
Il mistero legato alla sua raccolta e, più in generale, a quella di tutte le spezie, era tale che per moltissimo tempo e già a partire dall'antichità, erano presenti bizzarre teorie sui luoghi della loro crescita, sulle genti che vi abitavano, sulle modalità di raccolta ed anche sulle mille peripezie necessarie per ottenerle (e che giustificavano in parte i prezzi di vendita).

(La raccolta del pepe, edizione francese de "Il Milione", data incerta)

In diverse culture del Mediterraneo come quella greca e romana il pepe era utilizzato prevalentemente in medicina; una delle più importanti proprietà che si pensava possedesse era quella di stimolare l'appetito.
I Romani utilizzavano però la varietà a grani lunghi; quello a grani tondi comparì sul mercato solo attorno al XII secolo andando a sostituire il primo, nonostante si conoscessero tutte e due le tipologie.
Ovviamente per molti secoli fu appannaggio esclusivo dei ceti abbienti a causa dell'elevato prezzo di vendita; proprio per questo motivo era soggetto a contraffazioni e truffe: spesso bacche di ginepro o di altre piante che assomigliavano alla spezia venivano spacciate per pepe oppure venivano mescolate palline di piombo per aumentarne il peso e quindi i profitti.
Il nostro protagonista era utilizzato però anche come forma di pagamento, per il riscatto dall'assedio della città di Roma il re dei Visigoti si fece consegnare tra i beni più preziosi anche un'enorme quantità di pepe. E' interessante anche ricordare che per molto tempo fu versato come tributo ai feudatari come parte della dote delle spose di prestigio o dei lasciti testamentari.
La situazione cambiò considerevolmente con la scoperta dell'America e l'apertura di nuove rotte commerciali e quindi con una maggiore disponibilità di spezie (e di pepe) sul mercato. Tutto ciò ne determinò infatti un forte deprezzamento che ebbe importanti ripercussioni sul loro utilizzo, cessarono infatti gradualmente di essere simbolo di nobiltà e prestigio, divenendo disponibili anche agli altri ceti.
Furono molte poi nel corso dei secoli le proprietà curative associate all'utilizzo di questa spezia. In Cina per migliaia di anni fu impiegato per curare i disturbi della digestione ma anche malaria e colera. Anche in antichissimi testi come l'Ayurveda si trovano numerose indicazioni terapeutiche che questa spezia poteva offrire; ovviamente non potevano mancare le comprovate doti afrodisiache, tanto cercate e desiderate da uomini di diverse epoche.
Infine desidero concludere con le simbologie di cui è stato investito nel Cristianesimo, secondo Filippo Picinelli rappresentava il risentimento perché durante la polverizzazione irrita chi lo lavora. Era simbolo anche della virtù perseguitata perché veniva frantumato nel mortaio e, per lo stesso motivo, l'animo generoso perché attraverso questo forte trattamento sprigiona tutte le sue qualità.
Simbologie, riti, usanze frutto di superstizioni, pratiche sociali o religiose si sono intrecciate nel corso dei secoli attorno a questa spezia, consegnandoci oggi un prodotto che profuma anche di storia e tradizioni.

mercoledì 12 luglio 2017

Cultura e storia nell'evoluzione del concetto di dieta.

Oggi con il termine "dieta" intendiamo diverse cose, anzitutto un regime alimentare dimagrante, infatti diciamo sempre "mi metto a dieta"; oppure anche regimi particolari "dieta depurativa, mangia grasso, estiva, ...". In realtà con questo termine si intende l'insieme dei cibi che si assumono in un determinato periodo di tempo. Questo fraintendimento culturale diffuso non coinvolge, purtroppo, tutti noi ma anche i siti che normalmente consultiamo su internet e, troppo spesso, i giornali.
Ritornando al concetto di dieta che ho appena esposto, una volta compreso apre la strada anche ad una riflessione di carattere storico e culturale sulla mutazione dei suoi significati nel corso del tempo. Anzi, credo fermamente che la sua comprensione sia utile per capire meglio molti aspetti della storia degli alimenti.
Nonostante nell'ultimo mezzo secolo siano nate e fiorite numerosissime tipologie di diete di ogni tipo e per ogni esigenza, credo che la più conosciuta in tutto il Mondo sia quella portata alla luce il secolo scorso da uno scienziato americano, Ancel Keys, ovvero la ormai conosciutissima dieta mediterranea, quel sistema alimentare e di vita comune a tutti i territori che si affacciano al Mediterraneo (ovviamente con caratteristiche diverse a seconda della zona) e che ha effetti notevoli sulla salute e sull'aspettativa di vita.
Ma ritornando al tema descritto attraverso il titolo è doveroso ricordare che, nonostante le innumerevoli varianti che oggi ruotano attorno al concetto, i fattori culturali e sociali giocano un ruolo importante nell'atto di scegliere.

(David Teniers il Vecchio, La ricca cucina, 1644, L'Aia, Mauritshuis)
Gli aspetti legati ai valori sociali, culturali, elitari ed al modo di alimentarsi erano di fondamentale importanza per sancire differenze o stabilire appartenenze sociali o a gruppi specifici della società. Il modo di alimentarsi è da sempre stato, come del resto l'ho già ripetuto più volte in numerosi post, un mezzo di distinzione sociale: la dieta del nobile, grassa ed abbondante, si traduceva anche e soprattutto nella "morbidezza" della carni per le donne e nella pancia per gli uomini, un chiaro ed inequivocabile simbolo di possibilità economiche ed opulenza. Molti artisti nelle loro opere hanno documentato questa caratteristica, tra di essi Rubens è forse l'esempio più significativo.
Dal lato opposto vi erano i ceti bassi solitamente rappresentati come magri o consumati; uomini e donne che potevano permettersi solo di sognare il cibo. La fame perenne che ha caratterizzato generazioni di nostri antenati, fino al secolo scorso purtroppo, si è tradotta nel corso del tempo in numerosissime opere pittoriche e letterarie da Nord a Sud il cui culmine è dato rispettivamente dalle rappresentazioni del "Paese di Cuccagna" in cui tutto è commestibile e i cui fiumi sono costituiti da vino e, in ambito letterario-teatrale dalla presenza di Pulcinella, maschera che più di altre incarna la fame atavica mai saziata dei poveri.

(Bulino colorato a pennello, Bassano del Grappa, Museo Remondini, XVIII secolo)

Ma nel corso dei secoli il termine "dieta" è stato associato anche a ristrettezza alimentare, non solo per i poveri ma per diversi ambiti della società: la Quaresima prima di tutto e i vari tempi penitenziali sparsi nel corso dell'anno sono i primi esempi che mi vengono alla mente di parsimonia nel consumo di alimenti; un secondo elemento significativo è la dieta che veniva consumata (soprattutto inizialmente) da monaci e monache, con particolare attenzione a non eccedere nel consumo di cibi ed a evitarne alcune categorie per consentir loro di avere una vita sobria e lontana dalle tentazioni carnali e potersi concentrare quindi sulla meditazione e sulla preghiera. Come non ricordare anche la dieta dei letterati che per motivi simili (ovvero evitare l'intorpidimento dei sensi e dell'intelletto) consumavano poco cibo; da ultimo non bisogna dimenticarsi quella sobria e leggera che veniva consigliata ai malati per guarire e rimettersi in forze.
La dieta, soprattutto in passato, era strettamente connessa al territorio e al clima presenti, questi due fattori, in misura diversa a secondo dei ceti, agivano sulla loro dieta e sul consumo di derrate alimentari.
Concludo con un'ultimo aspetto: dieta e la rivoluzione sociale, ovvero il cambiamento della società con le sue regole; da sempre, se ci pensiamo bene, il cibo è stato utilizzato come mezzo per combattere diritti o far imporre le proprie ragioni (giuste o sbagliate che siano), un aspetto legato a questo ragionamento e che può essere un valido esempio è la Cucina Futurista pensata da Marinetti e i cui obbiettivi erano sovvertire gli schemi culturali e alimentari dell'epoca.
Società, cultura e storia che nel corso del tempo si sono intrecciati ad un termine che ora è utilizzato con accezioni diverse ma ha parzialmente conservato i significati del passato.

(Antonio abate e Paolo eremita si dividono il pane, XVIII secolo, Musée du
Louvre, Parigi)