mercoledì 12 luglio 2017

Cultura e storia nell'evoluzione del concetto di dieta.

Oggi con il termine "dieta" intendiamo diverse cose, anzitutto un regime alimentare dimagrante, infatti diciamo sempre "mi metto a dieta"; oppure anche regimi particolari "dieta depurativa, mangia grasso, estiva, ...". In realtà con questo termine si intende l'insieme dei cibi che si assumono in un determinato periodo di tempo. Questo fraintendimento culturale diffuso non coinvolge, purtroppo, tutti noi ma anche i siti che normalmente consultiamo su internet e, troppo spesso, i giornali.
Ritornando al concetto di dieta che ho appena esposto, una volta compreso apre la strada anche ad una riflessione di carattere storico e culturale sulla mutazione dei suoi significati nel corso del tempo. Anzi, credo fermamente che la sua comprensione sia utile per capire meglio molti aspetti della storia degli alimenti.
Nonostante nell'ultimo mezzo secolo siano nate e fiorite numerosissime tipologie di diete di ogni tipo e per ogni esigenza, credo che la più conosciuta in tutto il Mondo sia quella portata alla luce il secolo scorso da uno scienziato americano, Ancel Keys, ovvero la ormai conosciutissima dieta mediterranea, quel sistema alimentare e di vita comune a tutti i territori che si affacciano al Mediterraneo (ovviamente con caratteristiche diverse a seconda della zona) e che ha effetti notevoli sulla salute e sull'aspettativa di vita.
Ma ritornando al tema descritto attraverso il titolo è doveroso ricordare che, nonostante le innumerevoli varianti che oggi ruotano attorno al concetto, i fattori culturali e sociali giocano un ruolo importante nell'atto di scegliere.

(David Teniers il Vecchio, La ricca cucina, 1644, L'Aia, Mauritshuis)
Gli aspetti legati ai valori sociali, culturali, elitari ed al modo di alimentarsi erano di fondamentale importanza per sancire differenze o stabilire appartenenze sociali o a gruppi specifici della società. Il modo di alimentarsi è da sempre stato, come del resto l'ho già ripetuto più volte in numerosi post, un mezzo di distinzione sociale: la dieta del nobile, grassa ed abbondante, si traduceva anche e soprattutto nella "morbidezza" della carni per le donne e nella pancia per gli uomini, un chiaro ed inequivocabile simbolo di possibilità economiche ed opulenza. Molti artisti nelle loro opere hanno documentato questa caratteristica, tra di essi Rubens è forse l'esempio più significativo.
Dal lato opposto vi erano i ceti bassi solitamente rappresentati come magri o consumati; uomini e donne che potevano permettersi solo di sognare il cibo. La fame perenne che ha caratterizzato generazioni di nostri antenati, fino al secolo scorso purtroppo, si è tradotta nel corso del tempo in numerosissime opere pittoriche e letterarie da Nord a Sud il cui culmine è dato rispettivamente dalle rappresentazioni del "Paese di Cuccagna" in cui tutto è commestibile e i cui fiumi sono costituiti da vino e, in ambito letterario-teatrale dalla presenza di Pulcinella, maschera che più di altre incarna la fame atavica mai saziata dei poveri.

(Bulino colorato a pennello, Bassano del Grappa, Museo Remondini, XVIII secolo)

Ma nel corso dei secoli il termine "dieta" è stato associato anche a ristrettezza alimentare, non solo per i poveri ma per diversi ambiti della società: la Quaresima prima di tutto e i vari tempi penitenziali sparsi nel corso dell'anno sono i primi esempi che mi vengono alla mente di parsimonia nel consumo di alimenti; un secondo elemento significativo è la dieta che veniva consumata (soprattutto inizialmente) da monaci e monache, con particolare attenzione a non eccedere nel consumo di cibi ed a evitarne alcune categorie per consentir loro di avere una vita sobria e lontana dalle tentazioni carnali e potersi concentrare quindi sulla meditazione e sulla preghiera. Come non ricordare anche la dieta dei letterati che per motivi simili (ovvero evitare l'intorpidimento dei sensi e dell'intelletto) consumavano poco cibo; da ultimo non bisogna dimenticarsi quella sobria e leggera che veniva consigliata ai malati per guarire e rimettersi in forze.
La dieta, soprattutto in passato, era strettamente connessa al territorio e al clima presenti, questi due fattori, in misura diversa a secondo dei ceti, agivano sulla loro dieta e sul consumo di derrate alimentari.
Concludo con un'ultimo aspetto: dieta e la rivoluzione sociale, ovvero il cambiamento della società con le sue regole; da sempre, se ci pensiamo bene, il cibo è stato utilizzato come mezzo per combattere diritti o far imporre le proprie ragioni (giuste o sbagliate che siano), un aspetto legato a questo ragionamento e che può essere un valido esempio è la Cucina Futurista pensata da Marinetti e i cui obbiettivi erano sovvertire gli schemi culturali e alimentari dell'epoca.
Società, cultura e storia che nel corso del tempo si sono intrecciati ad un termine che ora è utilizzato con accezioni diverse ma ha parzialmente conservato i significati del passato.

(Antonio abate e Paolo eremita si dividono il pane, XVIII secolo, Musée du
Louvre, Parigi)

lunedì 26 giugno 2017

Lo yogurt: all'origine dell'alimentazione.

Vi è un saldo legame tra peregrinazioni umane, scoperte fortuite e, inevitabilmente, essere umano. Molti cibi, metodi di conservazione o consumo delle derrate alimentari sono il risultato da un lato dell'adattamento dell'uomo all'ambiente circostante e dall'altro dell'osservazione di situazioni che definirei casuali ma che hanno avuto un effetto importante sulle materie prime procacciate dall'uomo: quello di renderle maggiormente conservabili e, quasi inevitabilmente, mutare il loro aspetto e gusto originari per dar luogo a prodotti nuovi, fino ad allora non conosciuti.
Indubbiamente lo yogurt appartiene a questa categoria alimentare e culturale; i prodotti cagliati e acidi infatti provengono con tutta probabilità dal Paleolitico, quando l'uomo attraverso l'esperienza poté constatare che il latte che subiva alterazioni era (non sempre chiaramente) per certi versi buono.

(La mungitura, Theatrum Sanitatis, XIV secolo)

Una scoperta che come ho appena esposto è stata quasi sicuramente di tipo casuale: il latte lasciato nella pelle dello stomaco di un animale, utilizzata solitamente come contenitore (in alcune realtà nomadi ancora oggi), venendo a contatto con i residui acidi di tipo batterico e grazie anche alle temperature, determinarono la trasformazione del latte in yogurt. E' chiaro che in questo complesso sistema culturale il controllo dei fenomeni alterativi che determinavano la trasformazione della materia prima originaria in un prodotto differente avvenne col tempo e dopo innumerevoli tentativi, quando in sostanza si poté acquisire una vera e propria tecnica di trasformazione della materia prima.
Tra l'altro alcune leggende di differenti origini documentarono questo aspetto; una delle più conosciute e correlate alla produzione di yogurt è di origine turca.
Dal 2000 a. C. furono probabilmente le tribù nomadi a diffondere lo yogurt dall'Asia. Anche il nome è significativo, deriverebbe infatti da un termine turco il cui significato è "mescolare". Attraverso i Fenici poi il nostro protagonista si diffuse successivamente in tutto l'Occidente, andando a conquistare le maggiori culture del Mediterraneo.
Viene tra l'altro citato nella Bibbia nell'episodio contenuto nella Genesi in cui Abramo, venuto a conoscenza che sua moglie Sara era incinta, porse davanti ai tre angeli apparsi per dargli la notizia il chemah, ovvero latte acido.
Parlando di yogurt non si può non menzionare la sua presenza in molte cucine del passato e del presente, prime fra tutte quella araba e quella indiana. Non solo, nel Nord Europa ed in alcune zone d'Italia come la Sardegna sono presenti diverse tipologie di latte fermentato, tutte con caratteristiche diverse ma dalla chiara origine culturale comune.
Abbastanza note furono anche le sue proprietà terapeutiche, soprattutto per l'insonnia e la tubercolosi; inoltre Galeno, medico greco antico, gli attribuiva proprietà curative contro le malattie del fegato e dello stomaco.
Nella storia recente il medico Ilja Metchnikoff (tra l'altro premio Nobel per la Medicina ad inizio del Novecento) scoprì, dopo numerose ricerche, che il segreto della longevità di molti individui che abitavano in alcune zone della Bulgaria fosse proprio un'alimentazione frugale a base soprattutto di latte acido; scoprì l'importanza dell'assunzione del nostro protagonista per favorire le funzioni intestinali e la flora batterica normalmente presente nell'intestino.
La prima industria sorta per la produzione di yogurt fu a Barcellona nel 1919, a cui seguirono altre in diversi Paesi che si rivelarono, tra l'altro, redditizie.
Col passare del tempo le tecniche di produzione da un lato e gli studi scientifici dall'altro sugli effetti dell'assunzione di yogurt aumentarono considerevolmente, favorendo anche tipologie di prodotti differenti per funzioni, contenuto in grassi, quantità e tipologia di frutta presente o altri alimenti, insomma, una carrellata di alternative che oggi possiamo gustare ma che sono il frutto dell'incontro tra casualità ed intuizione umana.

mercoledì 21 giugno 2017

Frutta, verdura ed integrazione sociale. Associazione possibile?

Come ho avuto modo di esporre attraverso articoli che ho già pubblicato sul mio blog, frutta e verdura sono presenti nei consumi alimentari di tutti i popoli da sempre, naturalmente con sostanziali modifiche nel corso del tempo nel modo di proporli sulla tavola e nei significati sociali ad essi associati; infatti, come del resto ho avuto modo di esporre per tante altre categorie alimentari, sono portatori di significati culturali  sociali.
Frutta e verdura sono presenti nelle diete dei diversi livelli sociali ma, al tempo stesso, come elemento per dividerli e sancire le differenze. Il consumo della frutta da sola e senza gli opportuni abbinamenti con altri alimenti fu per secoli assolutamente sconveniente sia per la medicina che per le regole della società. La frutta infatti era (generalmente) troppo umida per essere consumata così com'era senza abbinarla a cibi secchi (per esempio il formaggio con le pere), al tempo stesso consumare esclusivamente verdura era prerogativa dei ceti bassi non di certo dei nobili. Nonostante queste rigide regole presenti anche sulla tavola per sancire le differenze sociali, occorre affermare che le nostre protagoniste apparivano sulla mensa di tutti i ceti, chiaramente le tipologie variavano anche a seconda delle possibilità e ovviamente per i ceti elevati erano abbinate ad ingredienti pregiati oppure facevano da contorno a preparazioni più elaborate.

(Luis de Mena, Escenas de Mestizaje)

Proprio per la loro presenza effettiva in tutti i ceti sociali, quasi paradossalmente, sebbene con le dovute distinzioni esse furono simbolo di integrazione e coesione.
I prodotti provenienti dall'America, soprattutto in un primo momento, faticarono ad entrare nella società e nei consumi. Allo stesso modo le nuove etnie ed i problemi associati alla possibile loro mescolanza con gli europei crearono sconcerto e disapprovazione diffusi in Europa. Si ritenevano impossibili matrimoni o mescolanze di etnie diverse e, allo stesso modo, venivano guardati con forte sospetto i prodotti provenienti dall'America.

(Miguel Cabrera, De espanol y mestiza, castiza)

Proprio per queste ragioni si diffuse una tipologia di dipinti molto particolare raffigurante le possibili mescolanze tra le varie etnie e, contemporaneamente l'integrazione tra frutta o verdura nuovi e già conosciuti. Ho voluto riportare in questo articolo alcuni esempi che sono significativi per questo discorso. Come si può ben vedere la rappresentazione del mondo vegetale si carica di significati sociali e culturali, presentando le novità botaniche associate a quelle di tipo etnico ed ai pericolosi matrimoni misti che erano proibiti non solo dalla società ma spesso anche dalla religione.
Tali opere sono, per certi versi, esempi di come l'integrazione possa essere presente non solo a tavola ma anche nella società, perfino in un sistema culturale e rigido come quello europeo del Seicento, in particolare quello spagnolo e, di riflesso, sulla cultura del Nuovo Mondo.

(José de Ibarra, De espanol e india, mestizo)
Queste due categorie alimentari fungono quindi da metafora forte e concreta allo stesso tempo, quella riguardo la possibilità di unione e convivenza di elementi apparentemente differenti, un esempio di integrazione insomma, un'interpretazione nuova ed insolita rispetto alle teorie esistenti all'epoca, un modo di pensare e dipingere che forse può insegnare tanto anche oggi.
Desidero precisare infine che, come si può notare la frutta appare nelle rappresentazioni pittoriche coi i propri nomi, una volontà di far conoscere ed illustrare i nuovi prodotti.
Uno dei tanti esempi di integrazione culturale, sociale e soprattutto umana, nonostante le apparenti divisioni  regole che, come si è visto anche attraverso altri approfondimenti, hanno poche radici.

(José de Ibarra, De espanol y morisca, albino)

sabato 10 giugno 2017

Una bevanda per meditare: storia e cultura attorno al tè.

Nel corso del tempo sono sorte numerose leggende per descrivere la scoperta e l'utilizzo delle foglie del tè. Certo è che nei secoli si diffuse molto in numerose parti d'Oriente, due esempi su tutti sono la Corea attorno al  VII secolo ed il Giappone nel 729 d. C. grazie al monaco buddista Yeisei di ritorno dalla Cina. Il suo consumo presso i ceti elevati e soprattutto nei monasteri rese la preparazione di questa bevanda non solo un atto pratico ma soprattutto un rito.
Sebbene oggi quando si parla di tè si pensi alla Cina occorre ricordare che qui divenne popolare relativamente tardi, ovvero verso il VI secolo; fino ad allora fu comune solo la pratica di masticarne le foglie.

(I preparativi del tè, stampa antica)

Dopo l'avvento della dinastia Ming (1368 - 1644) il tè venne dichiarato monopolio di Stato e divenne una moneta di scambio. Da ricordare che Cina e Giappone non furono gli unici poli culturali e di consumo di questa bevanda, anche in India vi è una grande tradizione del tè.
Il nostro protagonista entrò nelle abitudini europee solo attorno al XVII secolo.
Nella seconda metà del Seicento la Russia firmò un patto con la Cina per il trasporto e il passaggio del tè attraverso la Mongolia e la Siberia; da allora la Russia ne divenne uno dei maggiori Paesi consumatori.
In Francia il tè venne importato attorno al 1643. Tra l'altro è utile ricordare che per diverso tempo venne considerato una bevanda per ricchi ed intellettuali e quindi una merce costosa; nonostante ciò la moda attorno al suo consumo si estese anche agli altri Paesi.
L'Inghilterra è legata da sempre, anche nello stereotipo comune, a questa bevanda, già nel 1657 venne aperta a Londra la prima Tea House, il successo fu da subito tanto grande che nel Settecento si serviva più tè che caffè. Come conseguenza a ciò vennero varate forti tasse sulle sue importazioni che incentivarono la nascita e sviluppo di numerose attività di contraffazione che iniziarono ad essere combattute solo alla fine del XIX secolo.
Nel Nuovo Mondo la tradizione del tè ebbe inizio nel 1664 con l'acquisto da parte degli inglesi di New Amsterdam (che divenne poi New York), legate alla storia di questi luoghi sono inoltre le famose guerre che si scatenarono tra coloni ed inglesi che portarono poi i primi a dichiarare l'indipendenza dai secondi.
Attorno al 1834 l'Inghilterra iniziò a creare coltivazioni su ampia scala nelle Indie, qui lo sviluppo dei mezzi di trasporto a partire dalla seconda metà del XIX secolo determinò una riduzione generale dei costi legati alla sua commercializzazione.
Bisogna ricordare che, come successe per altre materie prime, anche il tè inizialmente venne accolto con sospetto; solo successivamente con il suo consolidamento nel tessuto sociale, culturale ed economico la situazione si modificò considerevolmente. Furono numerose poi le indicazioni terapeutiche per le quali veniva consigliato: da buon corroborante ad un aiuto per l'eros, senza parlare degli aspetti culturali ad esso associati: esotismo, incontro con culture considerate affascinanti, raffinatezza e prestigio.
Oggi questa bevanda sta riscontrando (nuovamente) sempre più successo e attenzione, ai quali si aggiunge un occhio di riguardo alla sua origine, al processo di trasformazione della materia prima e alle corrette modalità di preparazione e servizio.
Nell'arte i simboli e significati che il tè ha assunto nel corso dei secoli sono molteplici come si può osservare dai due esempi che ho voluto inserire qua sotto.

(Pietro Longhi, La visita al Lord, 1746, New York, Metropolitan
Museum)

(Johann Zoffany, Lord John Willoughby de Broke e la sua famiglia nella sala
della colazione a Compton Verney, 1766, Los Angeles, The J. Paul Getty Museum)
Nel primo quadro la teiera in argento mostra, senza ombra di dubbio, quale sia la bevanda protagonista, inoltre la presenza del coltello da burro e del burro fa capire quali fossero le abitudini alimentari della colazione che veniva consumata tra l'altro in camera da letto come indica il modo in cui il nobiluomo è vestito. La seconda opera propone una scena di vita di una famiglia di ceto elevato e tipicamente inglese, il servizio da tè in porcellana finemente decorato e la biscottiera non lasciano dubbi anche in questo caso su quale sia la bevanda protagonista. Inoltre, re del piccolo tavolo e, in un certo senso, della scena, il magnifico samovar in argento è un classico esempio dell'importanza del tè; vi era conservata e mantenuta infatti l'acqua calda che serviva a rabboccare la teiera vuota.
Due scorci di un'epoca insomma che fanno capire bene l'importanza che ha avuto il nostro protagonista nella cultura e nei consumi passati.

mercoledì 31 maggio 2017

Storia, cultura e curiosità attorno alle fave, prelibatezze della terra.

Il legame tra l'uomo e le fave è sicuramente saldo, non solo perché queste appaiono presenti già nell'alimentazione dell'uomo primitivo, ma anche perché sono portatrici di significati molto profondi per l'esistenza spirituale umana. Come spesso accade nel mondo del cibo infatti, forma, colori, modo e periodo di vegetazione ed altre caratteristiche di molti alimenti sono stati nei secoli, anzi, nei millenni, ricondotti al ciclo di vita umano e alle sue innumerevoli sfaccettature. Nel caso delle nostre protagoniste, per esempio, sono state ricondotte fin dalla Preistoria al feto e all'utero e, conseguentemente, all'embrione ed alla vita in divenire.

(Salvador Dalì, Costruzione molle con fave bollite. Presagio di guerra civile,
1936, olio su tela, Museum of Art, Filadelfia) 

Esse si originarono con tutta probabilità in diversi Paesi del Mediterraneo durante l'età del ferro e del bronzo. Le prove della loro esistenza e dell'ampio consumo sono state trovate in diverse zone, da Israele alla Svizzera in diversi scavi.
Molti dei significati ad esse associati sono ancora oggi presenti; in varie tradizioni anche nel nostro Paese simboleggiano la fertilità e una prole abbondante e vengono quindi offerte in dono a novelli sposi.
Da aggiungere inoltre che, poiché portatrici di significati legati al rinnovamento della vita, non potevano mancare all'interno delle tombe, non solo egizie ma anche di altre località e culture.
Nonostante il filosofo e matematico Pitagora ne proibisse severamente il consumo ai suoi  discepoli in base alla credenza che le macchie scure presenti sui suoi fiori fossero le anime dei morti, fu proprio un campo di fave che gli consentì di salvarsi mentre fuggiva dai sicari.
Un'altra credenza associata al consumo di fave, ma legata stavolta alla medicina, era che la loro assunzione causasse problemi alla vista. Nonostante ciò furono importanti per i medici; nella medicina ippocratica infatti, combinate con altri ingredienti, venivano utilizzate come febbrifughi.
Molti, come ho detto in precedenza, i significati connessi alla rinascita, all'utero materno e alla vittoria sulla morte, tutte simbologie strettamente associate alle pratiche agricole, fin dall'antichità.  Nelle feste di semina e raccolta le fave erano consumate come propiziatrici del raccolto venturo.
Tra tutti i consumatori che si successero nella storia indubbiamente i Romani occupano i primi posti; Varrone nel suo "De Rustica" pone le fave tra gli alimenti più consumati a Roma.
Non c'è da dimenticare inoltre che fino alla scoperta ed introduzione dei fagioli nel sistema alimentare nel Cinquecento erano tra gli alimenti più presenti sulla mensa delle persone di alto rango.
In epoca moderna e contemporanea le fave diventarono sempre più un alimento associato ai ceti bassi e al mondo agricolo; in Italia, soprattutto nel XIX e  XX secolo divennero le protagoniste di numerose preparazioni di matrice contadina che ancora oggi vengono offerte e tutelate come patrimonio del territorio e della sua cultura e, al tempo stesso, delizioso bene offerto dalla natura.

lunedì 15 maggio 2017

Appunti storici e culturali sulla ricetta.

Come intendiamo noi oggi la ricetta? Sicuramente le mode sempre più crescenti collegate alla cucina hanno posto la ricetta, in quanto mezzo per possedere tutti i segreti ed i procedimenti corretti legati ad un piatto, al centro dei desideri. Una prova di quanto appena affermato risiede nei ricettari che sono contenuti in molte riviste che oggi si possono trovare in edicola, oppure vengono venduti come allegati. Al tempo stesso, come in passato, sta diventando anche il documento di un'esperienza, quella che porta la casalinga a conoscere nuove preparazioni, provarle in casa e fissare la memoria di esse sulla carta per se o anche per amiche e figli. E in passato? Sebbene oggi siamo abituati alla trasmissione della ricetta in modo scritto in passato non era affatto così, o meglio, non per tutti i ceti la trasmissione scritta era la norma, nei livelli bassi della società infatti le conoscenze culinarie venivano diffuse fondamentalmente in modo orale, salvo alcune eccezioni.
La ricetta ha una struttura (un'impalcatura insomma) rimasta inalterata nel tempo e nello spazio e altre parti, come le attrezzature impiegate od alcuni ingredienti, che inevitabilmente sono soggetti a variazioni.
Un altro aspetto che è stato importante nel corso dei secoli e lo è ancora oggi è il rapporto tra gusto e programmazione della ricetta stessa; il primo inoltre può essere soggettivo, ovvero strettamente correlato ai gusti personali di chi scrive, od anche ai gusti della società e del suo tempo, aspetto che influenza anche il primo. Anche abbinamenti di materie prime e modalità di cottura sono fortemente condizionati da questi ultimi due fattori. Sostanzialmente, spostandosi nel tempo e nello spazio mutano gli ingredienti o alcune parti della ricetta, ma non la struttura in sé.
Poiché in passato le ricette destinate ai ceti elevati erano utilizzate nella quasi totalità dei casi dagli addetti ai lavori, ovvero i cuochi di corte, non era necessario riportarle in modo minuzioso le dosi di ogni singolo ingrediente, tuttalpiù potevano comparire le proporzioni. In questo caso quella esistente era una formula concisa, che dava per scontato la conoscenza dei metodi di cucina e delle tecniche di preparazione dei piatti; essa fu molto presente nelle ricette dei manuali di cucina. Come ho già argomentato in altri articoli, dalla parte opposta si ponevano le ricette presenti nei manuali di cucina ad uso delle famiglia e di stampo borghese. Poiché in questo caso gli addetti alla cucina erano donne che però non erano considerate professioniste e la stesura delle ricette era seguita fondamentalmente dalla padrona di casa, quest'ultime erano minuziose di particolari, consigli e soprattutto dosi. In pratica, quando le competenze venivano date per scontate (come accadeva per le cucine professionali) la ricetta si accorciava. Aspetto connesso anche non solo alla professionalità/preparazione dei cuochi, ma anche alla geografia e quindi al territorio in cui la ricetta veniva scritta, per esempio nelle ricette di pasta del territorio napoletano non veniva precisata la cottura dei maccheroni perché era una delle abilità della zona connesse alla produzione di un manufatto, la pasta appunto, che ha visto nel corso della storia Napoli come uno dei poli produttivi fondamentali.
Dal lato opposto si pone la ricetta che si diffuse soprattutto attorno al XIX secolo ma che fu presente anche agli inizi del XX. Un esempio significativo ci viene offerto da "La cuoca del presidente", film francese di Chrisitan Vincent; in una scena del film il presidente descrive alla protagonista le ricette lunghe e poetiche di un vecchio ricettario di inizi Novecento e che lui amava imparare a memoria da piccolo.
Ma la minuziosità connessa alla scrittura della ricetta in ambito domestico aveva anche esigenze pratiche, essa era connessa alla gestione della casa e diventava quindi: lista della spesa, alleata indispensabile per organizzare il lavoro e documento per l'economia domestica e quindi per la gestione delle spese.
Nelle cucine professionali i cuochi utilizzavano la ricetta come strumento per imprimere il loro sapere  quindi trasmetterlo, ne sono un esempio le annotazioni o gli approfondimenti legati all'uso delle materie prime o quali fossero i prodotti migliori presenti sul mercato e consigli legati in generale al loro acquisto ed alla preparazione. La ricetta in quest'ultimo aspetto è quindi anche un documento di lavoro e di esperienza, un modo per mostrare le proprie conoscenze e le esperienze lavorative.
Significati, simboli, aspetti che hanno viaggiato nel corso dei secoli e sono giunti sino a noi donandoci un modo di conservare i ricordi di cucina, le esperienze di lavoro e di vita che oggi è fondamentale sia per i professionisti che per gli appassionati.

giovedì 11 maggio 2017

Cibo e pellegrini lungo i secoli.

Il pellegrinaggio è stato per secoli un aspetto importante non solo per la fede, ma anche per l'economia, la cultura e la cucina. Negli ultimi anni si sta assistendo ad una sua rinascita e, contemporaneamente a ciò, nascono e si sviluppano numerose tipologie di strutture ricettive sui luoghi di pellegrinaggio.
In passato questa pratica assumeva un ruolo molto importante per la vita del credente e ancor più per il suo destino dopo la morte, per questo motivo infatti molte persone erano spinte a intraprendere viaggi molto lunghi per raggiungere le mete più ambite. Il tempo, la fame, la malattia e le numerose forme di brigantaggio avevano un ruolo determinante nell'esito finale di questa pratica molto diffusa.
Proprio per questi motivi sorse la necessità fin dai primi secoli del Medioevo di disporre di punti di accoglienza ed assistenza. Sigerico di Canterbury (X secolo d. C.), alto prelato ed arcivescovo di Canterbury, nella sua opera "Memoria" elencò i luoghi di sosta ed altri aspetti dell'itinerario del pellegrinaggio da Roma alla sua sede vescovile.

(Pellegrini che mangiano, illustrazione Alto Medievale)

L'opera è sostanzialmente un lungo elenco di tutte le realtà disseminate lungo il percorso ed in cui il pellegrino poteva fermarsi ed usufruire di vari servizi. La presenza dei luoghi di sosta e di ristoro era consistente anche nei trattati che parlavano delle mete di pellegrinaggio, essi avevano la funzione di informare e consigliare il pellegrino prima e durante il suo percorso.
A fianco alle motivazioni di carattere religioso si aggiunsero altre tipologie, di carattere puramente materiale, che esulavano dalle questioni di fede. Queste ultime si diffusero in particolar modo negli scritti dei pellegrini già a partire dal XII secolo. A tal proposito è utile conoscere le due fonti più conosciute sugli itinerari della Via Francigena: il primo è l'opera dell'abate islandese Nikulas di Munkathvera (1151 - 1154); il secondo è l'itinerario del re di Francia Filippo Augusto di ritorno dalla terza Crociata (1191). Due esempi in cui gli aspetti religiosi erano assolutamente dominanti, tuttavia in queste due opere sono presenti anche particolari legati al viaggio di tipo naturalistico, ambientale e gastronomico.Parlando di strutture ricettive e di pellegrinaggi occorre anche precisare che sorgevano due realtà: strutture e realtà a pagamento; spedali ed enti assistenziali che offrivano gratuitamente le cure fondamentali per l'assistenza ai pellegrini. Nell'ultimo caso quando l'unico servizio offerto non era solo la disponibilità di trovare rifugio per la notte l'alimentazione offerta poteva essere di due tipi: "Panis et aqua et coquina" e "Panis, tres calici vini et pulmentaria". Il termine "pulmentaria" era una parola molto generica che stava ad indicare una categoria ampia di prodotti che fungevano da companatico e che compare, per esempio, anche nella Regola di San Benedetto; nel caso dei pellegrini il companatico maggiormente offerto era costituito da verdure. Occorre inoltre precisare che, soprattutto per le realtà assistenziali gratuite, poiché non tutte fornivano vivande soddisfacenti dal punto di vista organolettico, molti documenti affermano che i gruppi di pellegrini spesso si organizzavano per portarsi il cibo da casa per il tragitto.
La distinzione fatta poco fa è molto importante perché spiega come col passare del tempo le strutture ricettive a pagamento divennero professionali e crebbero di numero.
Alcune parti presenti nel Codex Calixtinus, codice per il culto di San Giacomo Maggiore, e più precisamente il sermone "Veneranda dies", si scagliavano contro gli atti riprorevoli di alcuni albergatori, ovvero frodi e truffe e il grande peccato di avidità poiché erano sempre più frequenti i danni arrecati ai viandanti.
A volte, bisogna dirlo, il pellegrinaggio collocava le motivazioni religiose solo in secondo piano, soprattutto a partite dal XVI secolo, anteponendole con quelle del desiderio di conoscere nuove terre e luoghi.

(Pellegrini del Giubileo del 1300, dal "Cronica" di Sercambi, Biblioteca
dell'Archivio di Stato di Lucca)

Dal XVII secolo ma ancor più a partire dal XVIII secolo venne sempre meno l'aspetto sacrale legato ai pellegrinaggi, soprattutto perché i grandi spostamenti erano riservati ai giovani dei ceti elevati che effettuavano, in particolare in Italia, il Grand Tour, come del resto testimoniano in vario modo racconti di viaggio ma anche rappresentazioni artistiche. Questo aspetto ebbe inevitabili conseguenze anche negli spostamenti a scopo religioso: le testimonianze di tali pratiche, anche da parte dei religiosi, vennero unite alle descrizioni delle attività economiche dei vari territori percorsi, delle presenze artistiche e naturalistiche, aspetti quindi che esulano dagli intenti religiosi e che negli scritti convivono ed anzi, si integrano con essi. E' proprio in questa matrice che si innesta sempre più la cultura del gusto, con la descrizione delle preparazioni tipiche e dei prodotti incontrati nei territori attraversati. Per esempio diversi documenti ci mettono a conoscenza che la minestra di legumi, ortaggi e pane raffermo offerta gratuitamente dai monaci a dai locandieri ai vari pellegrini in Spagna veniva chiamata caldo gallego.
Si può affermare quindi che vi fosse in tutti i Paesi la presenza di cibi di matrice povera (ortaggi, pane raffermo, sangue di maiale. baccalà, sono solo alcuni esempi) che entravano a far parte dei circuiti delle realtà d'accoglienza dei pellegrini. Tuttavia in Spagna, per esempio, il locandiere era tenuto ad avere in dispensa un cesto di prodotti freschi e pregiati che erano destinati a possibili ospiti appartenenti ai ceti elevati. Questa curiosa pratica è testimoniata nel "Libro del buon amore" (inizio del XIV secolo) scritto dal poeta Juan Ruiz, arciprete di Hita.
Per concludere questa riflessione vorrei inserire altri due riferimenti importanti di tipo letterario: prima di tutto il ruolo e l'ambiente delle osterie presenti sugli itinerari di pellegrinaggio è ben descritto nei Racconti di Canterbury che, oltre ad analizzare meticolosamente le caratteristiche sociali e culturali dei diversi strati sociali, forniscono un documento vivo su queste realtà; da ultimo è utile ricordare anche le descrizioni delle osterie incontrate da Don Chisciotte lungo il suo viaggio (chiaramente di natura non religiosa) e i piatti che vi servivano.
Tradizioni culturali e gastronomiche che si uniscono a cibo e fede generando interessantissime commistioni, soprattutto quando si parla dei pellegrinaggi e della loro presenza ed evoluzione nella storia umana e del territorio.