giovedì 27 novembre 2014

La cacciagione nell'arte tra cucine sfarzose e necessità.

La caccia è un'attività antichissima nata con la necessità dell'uomo di avere fonti di carne di cui cibarsi. Col passare del tempo ad essa si sono associate caratteristiche culturali, sociali e rituali che l'hanno modificata e variegata generando così forme e destinazioni diverse. Queste ultime si sono sviluppate attraverso la nascita ed evoluzione di un tipo di caccia destinata ai ricchi e uno ai poveri. E' chiaro come la finalità fosse la vera discriminante fra questi due mondi. Come vedremo in articoli specifici che verranno proposti successivamente, i ricchi praticavano la caccia per sport quindi unicamente a scopo ludico, per i poveri invece il discorso era assai diverso: essi la praticavano per sostentamento ovvero come fonte fondamentale per procacciarsi alimenti carnei.
La caccia e il consumo non erano solo delle specie che ancora oggi sono comunemente cacciate ma anche di animali che oggi non ci sogneremmo mai di consumare. I Romani per esempio mangiavano ogni tipo di pollame, cacciagione e anche animali esotici ad esempio il pavone che proveniva dall'India ed era giunto a Roma attraverso la Grecia. Presentare questo uccello cotto e ricoperto delle piume era sinonimo di prestigio e ricchezza.
La convinzione che determinati animali fossero prestigiosi permase per secoli, ne è un esempio la novella di Boccaccio "Chichibio e la gru" in cui l'omonimo uccello era destinato al pasto del nobile signore.
Nel XV secolo Platina nel suo trattato "De honesta voluptate et valetudine" descrive minuziosamente come cuocere il pavone e presentarlo a tavola con le proprie piume. Le grandi scenografie gastronomiche, in particolar modo quelle riguardanti gli animali esotici e la cacciagione avevano due funzioni fondamentali: da un lato mostrare la ricchezza della famiglia nobile che teneva il banchetto, dall'altro destare lo stupore e l'ammirazione dei commensali; è indubbio come questi due fattori fossero strettamente collegati l'uno con l'altro.

(Giuseppe Arcimboldi, Il giurista, 1566, Stoccolma,
Nationalmuseum)

Con l'Illuminismo il prestigio sociale e culturale della caccia decadde e i consumi si concentrarono su polli e animali da allevamento.
Ma che posto occupa la cacciagione nell'arte? Nei documenti pittorici che vanno dal XV al XVIII secolo ogni volatile ed animale da caccia possedeva un significato ben preciso. Essa fu presente nelle nature morte come documento della cucina povera e della grande abbondanza delle cucine di alto livello ma anche in quadri dal significato allegorico.
Una delle funzioni appena citate è presente nel quadro qua sotto, di Joachim Anthonisz Uytewael, Scena di cucina, 1605, Berlino, Gemaeldegalerie.


Nel Cinquecento la cucina è una sorta di laboratorio alchemico nel quale si trasforma il cibo dietro al "teatro" del banchetto, la cottura allo spiedo era la più frequente per il pollame e la cacciagione fin dai tempi antichi era uno degli elementi fondamentali che contribuivano ad aumentare il senso di spettacolarità; non manca però il significato simbolico: sullo sfondo è visibile una citazione della parabola del banchetto. Questo espediente aveva, secondo la critica, lo scopo di mostrare la difficoltà della ricerca spirituale nella vita terrena dove l'uomo è distratto dai piaceri materiali.
Nel secondo quadro presente qua sotto di Pieter Clasez, Natura morta con pasticcio di tacchino, 1627, Amsterdam, Rijkmuseum troviamo tutta la simbologia e gli aspetti citati in precedenza.


E' presente infatti l'animale spiumato che allora era considerato esotico (il tacchino era appena arrivato dal nuovo mondo),alimenti che erano consumati da ceti elevati e significati allegorici (il fiore nel becco del tacchino fa pensare che il quadro celebri un'unione coniugale).
Quelli appena descritti sono appena due esempi ma riescono a trasmettere efficacemente la molteplicità dei significati della cacciagione nei secoli.
Simboli, necessità e frivolezze che hanno fatto di animali selvatici ed esotici dei veri simboli di lusso e sfarzo. Sarà oggetto di un altro viaggio il significato e l'evoluzione antropologica e culturale della caccia.

giovedì 20 novembre 2014

Che zucca! Breve viaggio culturale

Frutto dolce e colorato la zucca è nell'immaginario comune simbolo del clima autunnale, delle giornate grigie e umide e della cucina tradizionale del nord Italia.
La sua coltivazione però pur essendo antichissima, ha origini incerte. Sono due le correnti di pensiero riguardo la provenienza di questo vegetale: alcuni ritengono che essa provenga dall'India, in particolar modo quella di forma cilindrica; l'altra corrente di pensiero sostiene invece che sia uno dei frutti portati in Europa dal Nuovo Continente.
Anche l'inizio della sua coltivazione, pur sapendo sia di matrice antica, non si sa bene a chi sia dovuta: forse furono gli Etruschi o i Fenici.
Durante l'età romana si hanno testimonianze certe della sua coltivazione e utilizzo, molti poeti e scrittori documentarono la sua presenza sulle tavole e come venisse preparata e cucinata. Il poeta Marziale (40-104 d.C.) scrive:

" (...) le zucche Cecilio,
 taglia in mille pezzettini.
 Le mangi all'antipasto
 te le da nella minestra
 te la serve per pietanza
le mette nel contorno"

Più in la con i secoli, precisamente nel XVI secolo, vennero introdotte in Europa le zucche turchesche, attualmente tra le più diffuse.

(Attilio Marchetti)

Nel corso dei secoli questi ortaggi vennero coltivati per scopi diversi tra loro: alimentare, decorativo, pratico (pensiamo ai contenitori per bere l'acqua di matrice africana) e medicinale.
Erano conosciuti ed apprezzati i semi che ancora oggi, una volta tostati, sono ingrediente in molte preparazioni di natura salutista; la polpa inoltre era utilizzata per curare molte malattie interne ed esterne. Pietro Andrea Matthioli (Siena, 12 marzo 1501-Trento, 1578) umanista e medico italiano,  fornisce precise indicazioni sulla loro forma:

"le zucche, che volgarmente si usano nei cibi, sono di tre sorti: lunghe, tonde e schiacciate. Ma non però se ben son di diverse forme, sono diverse di natura; perciochè quelle forme nelle zucche si possono fare co'l seme di una sola zucca perché togliendo il seme del collo, nascon lunghe, prendendo quel del corpo, nascon tonde, e seminando quel del fondo si fanno piatte e schiacciate, molto atte, quando son secche, a tenervi dentro vino, olio e altri liquori."

Essa inizialmente fu destinata per sfamare i contadini, potremmo affermare che fa parte di quell'elenco di prodotti e materie prime profondamente legati alla terra, quasi incastonati ad essa; per molto tempo considerati troppo poveri ed umili per avere un reale valore sociale e di riflesso economico, ma che in realtà hanno consentito a un numero indefinito di persone di potersi sfamare e vincere (o almeno cercare) la lotta per la sopravvivenza.
Come per molti alimenti anche la nostra protagonista con l'avvento e lo sviluppo del cristianesimo assunse valenze e simbologie importanti, tra queste: le virtù celate dell'uomo e la metafora del buon cristiano, forte all'esterno ma pieno di dolcezza e fecondo al suo interno.

(Pieter Aetrsen, La fruttivendola)

Parlando della sua presenza nell'arte, non ci si può limitare alle nature morte o alle opere che hanno la funzione di documentare le varie specie vegetali, Albrecht Durer, per esempio, nel suo "San  Gerolamo", conferisce ad essa l'emblema della brevità della vita e della felicità in quanto essa in un brevissimo spazio di tempo diventa altissima e con la stessa rapidità perde vigore.
Dal punto di vista antropologico è presente in molte leggende e miti, segno del suo forte legame con l'uomo. Infine chi non ricorda i propri nonni o padri seminarle, curarle e raccoglierle?! Un dono della natura che addolcisce le fredde serate autunnali e unisce il passato al presente.
 






giovedì 13 novembre 2014

Le origini del senso del gusto.

Questo articolo ha la funzione di spiegare, seppur brevemente, alcuni processi culturali, antropologici e storici che stanno alla base del gusto di una determinata popolazione.  Sappiamo tutti come quest'ultimo non sia uniforme nel tempo e nello spazio ma in costante cambiamento, soggetto ad influssi sociali, economici e culturali. In riferimento a ciò, se ci pensiamo bene, il gusto dei nostri genitori non coincide col nostro. Esso esula dalla mera suddivisione scientifica nei cinque sensi o nei processi chimico-fisici che stanno alla base delle percezioni gustative ma si carica di esperienze, ricordi e si, anche sensazioni... di un profondo aspetto culturale insomma.
E' nella concezione aristotelica che si configurano i cinque sensi come strumenti per stabilire la qualità del cibo; ben più antica è la relazione tra percezione degli alimenti, vita, anima e religione. Questi ultimi aspetti hanno avuto ed hanno ancora un ruolo importante nel momento in cui si considera un cibo buono o comunque idoneo ad essere consumato.

(allegoria dei cinque sensi e dei quattro elementi,
Parigi, Louvre)

Per la scienza, come si vedrà meglio negli articoli successivi, il gusto e i sensi sono da sempre discriminanti fondamentali che hanno consentito all'uomo di sopravvivere attraverso il riconoscimento di sostanze dannose. Secondo Aristotele invece, il passaggio dalla percezione alla conoscenza avviene attraverso il sensus communis, che è a capo di tutte le esperienze sensorie; i sensi inoltre secondo ciò sono classificati in ordine di importanza, per la concezione dell'epoca: vista, udito, olfatto, gusto e tatto ed avrebbero un forte legame con i quattro elementi.
La teoria che i sensi siano alla base della conoscenza e quindi dell'esperienza umana permarrà anche successivamente. Durante il Medioevo però questa concezione si modificò assumendo anche e soprattutto connotati negativi, secondo la logica cristiana del tempo, i sensi erano diaboliche armi capaci di tentare l'uomo e distoglierlo quindi dalla retta via.
L'arte elabora e documenta tutto ciò in opere come quella presente qua sotto, di Jan Bruegel il Vecchio,"L'udito, il tatto e il gusto", 1616-1618  circa, Madrid, Prado.


Nell'opera il tipo di derrate alimentari e la loro collocazione in punti diversi e specifici assume diversi significati: sensualità, piacere peccaminoso ma anche e soprattutto il gusto, senso che presiede al banchetto. In particolar modo le provviste alimentari di vario genere collocate senza ordine a lato in primo piano, suggeriscono probabilmente l'idea dell'abuso sconsiderato dei piaceri dei sensi. Il Pavone sottolinea tutto ciò, essendo un rimando alla natura effimera della bellezza fisica e all'ingiustificata vanità che essa suscita.
Ritornando al tema principale, è chiaro come l'aspetto alimentare è il protagonista per eccellenza di tutti questi discorsi; è altrettanto palese come fattori di diversa natura influenzarono tutto ciò. L'argomento può sembrare pesante e poco interessante ma se ci pensiamo bene è alla base dell'elaborazione delle percezioni gustative e quindi delle preferenze alimentari di popoli o aree geografiche. Vedremo successivamente come cultura, etnologia e storia siano stati importanti in tutto ciò.

venerdì 7 novembre 2014

Alla scoperta del riso, inseparabile compagno dell'uomo (parte II, il caso italiano).

Continua il viaggio alla scoperta del mondo del riso, questa seconda tappa è dedicata (come si evince dal titolo) alla sua storia in Italia.
Sono scarse le notizie sul consumo e la coltivazione del riso in Occidente nel periodo che va dalla caduta dell'Impero Romano (476 d.C.) all'avvento dei Califfati arabi (VIII secolo). Si sa che furono questi a introdurne il commercio e la coltivazione prima in Algeria e Senegal e successivamente verso la parte occidentale del continente africano; in seguito, con il califfato d'Occidente, verrà anche coltivato in Andalusia e Sicilia.
Nel 875 d.C. il governatore arabo in Sicilia ne fissò le norme per il commercio e l'importazione.
A dire il vero, la cronologia dell'avvento del riso in Italia è una questione assai controversa; nello specifico il problema non riguarda la sua commercializzazione ma la coltivazione: gli arabi portarono il riso ma non la risicoltura.

(Historia Plantarum, fine XIV secolo)

Qualche traccia della sua presenza certa in Italia si trova in un documento del 1390. Nel 1468 poi, fu inaugurata la prima risaia, mentre il primo documento che dimostra la sua coltivazione in territorio italiano risale al 1475 ed è una lettera di Galeazzo Maria Sforza il quale prometteva di inviarne dodici sacchi al duca di Ferrara.
Con l'avvio della risicoltura in Lombardia esso mutò la propria destinazione: da prodotto ad uso esclusivo degli speziali a fonte di alimentazione dei Lombardi; da qui si diffuse successivamente in tutte le zone paludose della Pianura Padana. Contemporaneamente a ciò, aumentarono considerevolmente i casi di malaria che spinsero molti governi a redigere provvedimenti atti a limitare questa coltura.
Essa però col tempo si espanse sul territorio italiano (prevalentemente al nord), grazie soprattutto all'alta resa rispetto ai cereali che vi venivano tradizionalmente coltivati. Questo fu reso possibile da altri due aspetti fondamentali: da un lato le carestie che colpivano periodicamente i territori rurali italiani e dall'altro le epidemie di varia natura; è chiaro in tal senso che le une sono collegate alle altre. Tutto ciò, unito ad una scarsa possibilità di approvigionamento coi paesi vicini fece si che il riso venisse visto come una valida soluzione.
Dalla Pianura Padana si diffuse anche in Emilia e Toscana dove però la penetrazione fu più lenta a causa della minore disponibilità d'acqua.
Alla fine del XVII secolo esso si coltivava largamente nella pianura del Po, Toscana e qualche area della Calabria e della Sicilia. Verso il 1700 le risaie in territorio milanese coprivano una superficie di oltre 20000 ettari, un secolo e mezzo dopo le sole risaie del vercellese raggiungevano i 30000 ettari.


Il XIX secolo è ricordato per l'opera di costruzione della più importante rete irrigua ( Canale Cavour) a vantaggio delle coltivazioni di riso. Sorsero però due problemi: la malaria, problematica già connessa in passato a questa coltivazione e il brusone, la più grave patologia che colpisce il riso. Per quanto riguarda il primo fattore, si resero necessarie nuove tipologie di riso, senza sommersione, i cosiddetti "risi a secco" o "risi di montagna". Da ciò vi fu l'introduzione di specie esotiche tra cui quella chiamata "chinese" che era la più produttiva e precoce (anche se era una tipologia a sommersione); per la seconda invece si studiarono nuove varietà in grado di resistere alla patologia.
Nel 1925 avvenne un evento di portata storica: la realizzazione per la prima volta in Italia di un incrocio artificiale tra due varietà di riso presso la Stazione sperimentale di risicoltura di Vercelli. I più importanti risultati furono la creazione del Vialone Nano ("Nano" x "Vialone") e del Carnaroli ("Vialone" x "Lencino"), ma quest'ultimo solo nel 1945.



Il riso fin dalla sua introduzione, ebbe un ruolo di rilievo nel sistema agricolo e alimentare italiano. Questo dono della natura permise a generazioni di persone di sfamarsi e lavorare (pensiamo alle mondine delle immagini riportate sopra). Riflettendo su ciò non si possono non ricordare i numerosi film e opere che documentano il duro lavoro di queste persone nella cura e raccolta del nostro protagonista. Storie di povertà, sfruttamento dal punto di vista lavorativo ma anche tanta voglia di andare avanti. Molti film dedicano una o più scene al loro ruolo (soprattutto delle mondine) nel contesto agricolo italiano del Novecento.
Cultura, storia e tradizioni di uno dei prodotti simbolo dell'Italia e del suo straordinario patrimonio culturale e gastronomico.

 

mercoledì 5 novembre 2014

Miele: dagli dei all'uomo.

Il miele è un alimento che, come molti altri presenti sulle nostre tavole, si è evoluto con l'uomo. Esso è uno di quei mezzi che hanno consentito all'uomo primitivo di sfamarsi e superare così le avversità alimentari legate all'approvvigionamento di cibo.
Nonostante tutto ciò, la presenza dell'ape sulla Terra supera di gran lunga quella dell'uomo; essa ha origine in Africa. Il famoso entomologo dell'Università dell'Illinois Charles A. Whitefield affermò: "Ogni ape che vive oggi ha il suo ascendente comune in Africa e poi si è dispersa in Europa con almeno due antichissime migrazioni"; gli studiosi sostengono inoltre che essa non abbia subito sostanziali modificazioni dalla preistoria a oggi.
Il legame alimentare uomo-miele si tradusse nella nascita e diffusione di numerosi miti riguardanti questo prodotto. Uno di questi vuole che le api siano nate dalle viscere di "un torello sacrificale, destinato agli dei, a dare rifugio ad esseri sprovvisti di piedi ma muniti di ali, freneticamente danzanti in aria, numerosi come una pioggia d'estate".
Nella cultura indiana il miele ha la virtù di far raggiungere all'anima i punti più elevati della trasmigrazione. Anche gli dei hanno a che fare con il miele: Visnù, in un mito, è egli stesso un'ape  posata su un fiore di loto; Kama, dio dell'amore "possiede un arco la cui corda è formata da un festone di api" che simboleggiano le dolcezze e le pene d'amore.

(raccolta miele in un'illustrazione medievale)

Secondo gli antichi le sue origini erano mitiche: per Aristotele esso era generato dal cielo come dono divino che le api si limitavano a raccogliere; Plinio lo definiva "saliva delle stelle". Inoltre molti scrittori e poeti erano convinti fosse un tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Sono numerosi poi gli scritti dell'India antica (tra il 3000 e il 2000 a.C.) che testimoniano la sua conoscenza e utilizzo. Marco Polo inoltre testimoniò che presso i mercati cinesi si vendevano, tra i tanti cibi, delle gustose frittelle al miele.
Nella Bibbia abbondano i riferimenti al miele: nell'Esodo si parla di Canaan come di un paese dove scorre "latte e miele"; nell'episodio in cui Davide e i suoi compagni patirono di fame e di sete ricevettero miele oltre a latte di vacca. Anche le sue qualità benefiche vengono consigliate nel libro sacro: nei Proverbi (16, 24) "un favo di miele (...) dolce per l'anima e salutare per le ossa"; a volte esso assume anche un significato di insegnamento: a tal proposito Zofar dice a Giobbe (20, 17) che il malvagio "non vedrà più ruscelli d'olio, torrenti di miele e fior di latte".

(Guercino, Sansone porge ai genitori il favo di miele
1625-1626)

Anche per l'Islam esso assume un'elevata importanza: per Maometto nel Paradiso scorrono fiumi di finissimo miele.
E' però all'Antico Egitto che spetta il primato sia per quanto riguarda il consumo che il suo posto nella società. Esso infatti assunse un ruolo importante in quanto segno della regalità del faraone. Nei geroglifici dell'ape regina è presente un scritto che reca il nome del sovrano Nebicaure Kheti III della X dinastia (2080-2060 a.C.) e in quello di Analknos, settimo sovrano di Naopata e Moroe. Oltre alla valenza simbolica esso era un elemento importante per omaggiare le divinità.
Tutti questi aspetti furono presenti anche nel mondo romano e greco. Virgilio immaginò che il miele fosse "il dono cadente della rugiada". In uno dei suoi Epigrammi (IV, 32) Marziale immagina l'ape (insetto) inglobata nell'ambra, come quasi sepolta nel proprio miele

"Si occulta e riluce in goccia d'ambra
come un'ape che appare rinchiusa nel proprio nettare.
Degno compenso ottenne dei suoi tanti sforzi:
si può credere che volesse morire così"

Secondo l'esegesi medievale esso rappresentava la soavità e la dolcezza dei precetti di Dio e della figura del Salvatore. Per Rabano Mauro si identificava con il miele la divinità e la sapienza spirituale, unite alla dottrina di Cristo; dal lato opposto, come simbolo negativo esprimeva la gioia dei piaceri terreni.
Abbiamo un esempio della presenza del miele nell'arte nel quadro presente qua sotto, di Piero di Cosimo, "La scoperta del miele", 1500 circa, Worchester, Art Museum.


Nel dipinto, su un tronco d'albero secco un celebrante del corteo di Bacco e un aiutante producono il rumore necessario a far sciamare le api per raccogliere indisturbati il miele; va ricordato che la storia della scoperta del miele è attribuita a Bacco e alla sua corte da Ovidio nei Fasto (III, 725-760).
Dal punto di vista economico-sociale, infine, il miele fu per secoli una valida alternativa allo zucchero, dapprima perché quest'ultimo non era ancora conosciuto, poi perché era appannaggio esclusivo dei ceti elevati.
Numerosi dolci storici di matrice povera in tutta Italia testimoniano quanto appena affermato.
Arte, storia e cultura si uniscono in un fluido "pieno di dolcezza".

sabato 1 novembre 2014

I cibi dei morti: tradizioni alimentari italiane per la commemorazione dei defunti.

(Et in arcadia ego, Guercino, realizzato
 tra il 1618 e il 1622)

Il rapporto tra cibo ed uomo è un legame stretto che va ben al di là del mero soddisfacimento di un bisogno. Questa unione si manifesta in molti aspetti della vita: incontri, scontri, ricorrenze ma anche quotidianamente.
Attraverso il cibo l'uomo esprime emozioni, stati d'animo, sentimenti, sancisce legami e celebra piccole e grandi ricorrenze; esso quindi entra in ogni momento della vita umana, accompagnando l'uomo nel suo percorso terreno. Questo profondo legame non finisce qui ma prosegue anche dopo la morte. Il cibo infatti, in culture e paesi diversi, assume un ruolo importante nel culto dei morti: esso è fondamentale per commemorarli, consentirne il trapasso e in alcune culture per migliorare la vita ultraterrena e garantire così la pace ai viventi.
E' ciò che accade anche nel nostro Paese e in altre zone d'Europa durante la festa dei morti: fede, tradizione e superstizione si mescolano al mondo alimentare e si tramutano in proposte gastronomiche fatte con l'intento di onorare chi non c'è più.
La commemorazione dei defunti che si celebra il 2 novembre fu istituita dalla chiesa cattolica nel 610 d.C. . Già nelle religioni antiche del bacino del Mediterraneo e del nord Europa erano presenti queste tradizioni; era diffusa la convinzione (e in alcuni luoghi è ancora presente) che i morti ritornassero sulla Terra nelle proprie case, nella notte tra 1 e 2.
Per accoglierli e render loro omaggio in alcuni luoghi era (ed è) in uso offrir loro da mangiare, in particolar modo dolci. Quelli più comuni sul territorio italiano sono preparazioni semplici; nonostante vi siano numerosissime varianti da regione a regione potremmo riassumerle in tre: fave dei morti, ossa dei morti e pane dei morti.
Queste tradizioni sono particolarmente vive nel Centro-Sud Italia: in Sicilia troviamo le mani, panini dolci a forma di mani intrecciate; dita di apostolo, dolci di marzapane a forma di dita; pupi di zucchero, statuette di zucchero, farina, albume ed acqua di chiodi di garofano che rappresentano gli antenati della famiglia ed infine la frutta di martorana, fatta di marzapane. In Puglia troviamo le fanfulliche, bastoncini di zucchero di forma attorcigliata e la colva, dolce fatto con grano, uva sultanina, mandorle e zucchero. In Campania il torrone dei morti, fatto con cacao, nocciole e frutta candita. In Umbria sono presenti gli stinchetti dei morti, dolci fatti con albume, mandorle, zucchero e cacao. Diversa è la tradizione in Sardegna, qui i bambini vanno di porta in porta e ricevono frutta secca, fichi secchi, melagrane, uva sultanina.
Vi sono anche alcuni alimenti associati ai morti: le fave (attraverso un retaggio romano), infatti nella tradizione monastica medievale la notte della commemorazione dei defunti si mangiava solo fave secche; tale tradizione risiede nel fatto che la pianta ha radici molto lunghe che si credeva facessero da tramite tra il mondo della superficie e quello sotterraneo; lo stesso ruolo era ricoperto da ceci e fagioli.
Anche il melograno aveva un ruolo importante nel culto dei morti e questo era dovuto al mito romano di Proserpina (come è stato già affrontato nel post sul melograno).
Il grano poi era simbolo per eccellenza della morte e della rinascita, anche e soprattutto nella simbologia cristiana che lo collega alla morte e risurrezione di Cristo.
In altre regioni (soprattutto al Nord) era in uso lasciare in cucina un vaso o un secchio pieno d'acqua per dissetare i defunti. Essa in molte culture esoteriche ha una funzione di tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Tradizioni, superstizioni e riti che consolidano non solo il legame con il passato e con chi purtroppo non c'è più, ma anche quello dell'uomo con il mondo alimentare, facendolo diventare un mezzo attraverso cui il mondo dei vivi e quello dei morti possono convivere serenamente.