giovedì 20 novembre 2014

Che zucca! Breve viaggio culturale

Frutto dolce e colorato la zucca è nell'immaginario comune simbolo del clima autunnale, delle giornate grigie e umide e della cucina tradizionale del nord Italia.
La sua coltivazione però pur essendo antichissima, ha origini incerte. Sono due le correnti di pensiero riguardo la provenienza di questo vegetale: alcuni ritengono che essa provenga dall'India, in particolar modo quella di forma cilindrica; l'altra corrente di pensiero sostiene invece che sia uno dei frutti portati in Europa dal Nuovo Continente.
Anche l'inizio della sua coltivazione, pur sapendo sia di matrice antica, non si sa bene a chi sia dovuta: forse furono gli Etruschi o i Fenici.
Durante l'età romana si hanno testimonianze certe della sua coltivazione e utilizzo, molti poeti e scrittori documentarono la sua presenza sulle tavole e come venisse preparata e cucinata. Il poeta Marziale (40-104 d.C.) scrive:

" (...) le zucche Cecilio,
 taglia in mille pezzettini.
 Le mangi all'antipasto
 te le da nella minestra
 te la serve per pietanza
le mette nel contorno"

Più in la con i secoli, precisamente nel XVI secolo, vennero introdotte in Europa le zucche turchesche, attualmente tra le più diffuse.

(Attilio Marchetti)

Nel corso dei secoli questi ortaggi vennero coltivati per scopi diversi tra loro: alimentare, decorativo, pratico (pensiamo ai contenitori per bere l'acqua di matrice africana) e medicinale.
Erano conosciuti ed apprezzati i semi che ancora oggi, una volta tostati, sono ingrediente in molte preparazioni di natura salutista; la polpa inoltre era utilizzata per curare molte malattie interne ed esterne. Pietro Andrea Matthioli (Siena, 12 marzo 1501-Trento, 1578) umanista e medico italiano,  fornisce precise indicazioni sulla loro forma:

"le zucche, che volgarmente si usano nei cibi, sono di tre sorti: lunghe, tonde e schiacciate. Ma non però se ben son di diverse forme, sono diverse di natura; perciochè quelle forme nelle zucche si possono fare co'l seme di una sola zucca perché togliendo il seme del collo, nascon lunghe, prendendo quel del corpo, nascon tonde, e seminando quel del fondo si fanno piatte e schiacciate, molto atte, quando son secche, a tenervi dentro vino, olio e altri liquori."

Essa inizialmente fu destinata per sfamare i contadini, potremmo affermare che fa parte di quell'elenco di prodotti e materie prime profondamente legati alla terra, quasi incastonati ad essa; per molto tempo considerati troppo poveri ed umili per avere un reale valore sociale e di riflesso economico, ma che in realtà hanno consentito a un numero indefinito di persone di potersi sfamare e vincere (o almeno cercare) la lotta per la sopravvivenza.
Come per molti alimenti anche la nostra protagonista con l'avvento e lo sviluppo del cristianesimo assunse valenze e simbologie importanti, tra queste: le virtù celate dell'uomo e la metafora del buon cristiano, forte all'esterno ma pieno di dolcezza e fecondo al suo interno.

(Pieter Aetrsen, La fruttivendola)

Parlando della sua presenza nell'arte, non ci si può limitare alle nature morte o alle opere che hanno la funzione di documentare le varie specie vegetali, Albrecht Durer, per esempio, nel suo "San  Gerolamo", conferisce ad essa l'emblema della brevità della vita e della felicità in quanto essa in un brevissimo spazio di tempo diventa altissima e con la stessa rapidità perde vigore.
Dal punto di vista antropologico è presente in molte leggende e miti, segno del suo forte legame con l'uomo. Infine chi non ricorda i propri nonni o padri seminarle, curarle e raccoglierle?! Un dono della natura che addolcisce le fredde serate autunnali e unisce il passato al presente.
 






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