sabato 30 agosto 2014

Funghi: storia, arte e curiosità di un dono misterioso della natura.

I funghi, dono della natura all'uomo, furono fin da tempi remoti fonte di sostentamento e sussistenza.
Questo antico rapporto permase fino a pochi decenni fa se pensiamo che, soprattutto nelle realtà rurali e montane, la loro raccolta e consumo consentirono a generazioni di gente povera di poter avere qualcosa di cui cibarsi. Nonostante tutto ciò, questo meccanismo non avvenne automaticamente: solo attraverso tentativi, morti e intossicazioni l'uomo acquisì la capacità di discriminare quelli buoni da quelli velenosi; potremmo affermare che la necessità determinò l'esperienza.

(Franco Dore, pastello secco)

Durante la preistoria però non tutti i funghi erano destinati all'alimentazione, vari ritrovamenti dimostrano infatti che il polyporus fomentarius venisse utilizzato per accendere il fuoco, mentre alte specie come medicinali e disinfettanti per le loro capacità antibiotiche e antisettiche.
Essi incominciarono a farsi più presenti nel mondo greco e in quello romano. Una leggenda tramandata dallo scrittore greco Pausania ( II secolo d.C.) dice che:

"... l'eroe Perseo, dopo un lungo ed estenuante viaggio, stanco e assetato, si poté ristorare con l'acqua raccolta nel cappello di un fungo. Decise allora di fondare in quel luogo una nuova capitale e di chiamarla Micene (mykes, fungo in greco) dando così vita ad una delle più importanti civiltà del passato: la micenea".

E' chiaro come essi per questa civiltà fossero simboli di vita. La situazione cambia nel periodo romano, diventando gradualmente simboli di morte; così scrive Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia:

"tra le piante che è rischioso mangiare, mi sembra giusto mettere anche i boleti: essi costituiscono innegabilmente un alimento squisito,  ma li ha portati sotto accusa un fatto enorme nella sua esemplarità: l'avvelenamento compiuto per loro tramite dell'imperatore Tiberio Claudio da parte della moglie Agrippina, che con tale atto diede al Mondo, e innanzitutto a se stessa, un altro veleno, il proprio figlio Nerone".

Tuttavia la convinzione sopra esposta era errata perché i boleti o Boletus era il nome dei porcini, che come sanno tutti non sono assolutamente velenosi.
Fin dall'antichità, per loro caratteristica di spuntare improvvisamente e durare poco erano l'emblema della vita umana.

(natura morta con funghi, artista lucchese Simone
 Del Tintore, XVII secolo)

Col passare dei secoli le opere sui nostri protagonisti di molti scrittori e personalità di spicco della cultura crebbero enormemente, soprattutto quelle riguardanti i rimedi consigliati in caso di avvelenamento.
Oltre al già citato Plinio il Vecchio ricordo Galeno che considerava l'ammanita caesarea una delle migliori tipologie di fungo e consigliava come rimedio per l'avvelenamento differenti soluzioni, di clisteri allo sterco di pulcino sciolto nell'aceto. Paracelso consigliava metodi simili a Galeno mentre Avicenna nei sui scritti metteva in guardia dai funghi di colore verdognolo mentre Alberto Magno descrisse un caso di avvelenamento nel suo "De vegetabilis".
Per secoli idee, tradizioni ma soprattutto superstizioni furono gli elementi distintivi di questo frutto della natura. Solo a partire dal XVI secolo con gli italiani Hermolanus e Mattiolus incominciarono a diffondersi i primi tentativi di classificazione dei funghi. Il secolo successivo diversi studiosi riuscirono a rendere più scientifica la micologia sfatando così gran parte delle superstizioni.
Accanto alle funzioni puramente materiali di cui si è già parlato in precedenza, ne è presente una che è collegata al lato spirituale dell'uomo: l'utilizzo di funghi dalle proprietà allucinogene. In riti, cerimonie o occasioni particolari venivano consumati con lo scopo di alterare lo stato di coscienza . Il rappresentante più conosciuto di questa categoria è l'amanita muscaria. Alterando lo stato di coscienza vengono definiti "enteogeni" cioè che rendono "divinamente ispirati" chi li assume.
A tal proposito alcuni studi sostengono che la sostanza ricavata da queste specie allucinogene sia, nella Bibbia, il vero elemento che avrebbe dato la conoscenza del bene e del male. Un curioso affresco nella cappella medievale di Plaincourault in Francia (foto qua sotto), raffigura la scena della tentazione di Adamo ed Eva ma stranamente nell'opera l'albero assomiglia ad un grande fungo con cappella rosso puntinato di bianco, dal cui tronco si diramano quattro rami simili a quello centrale.


Per alcuni studiosi questa raffigurazione sarebbe la prova di quanto appena esposto.
Infine nell'arte essi trovano posto in molte nature morte che documentano i prodotti della terra e i primi segni dell'arrivo dell'autunno, mentre in altre con il loro sapore gustoso ma la presenza del veleno, rappresenterebbero la seduzione del male e il piacere mondano, nella misura in cui entrambi possono essere causa di morte.

venerdì 22 agosto 2014

La mostra mercato di Bienno.



Dal 23 al 31 agosto si tiene a Bienno, in provincia di Brescia, la XXIV edizione della mostra mercato delle arti e dei mestieri.
Una settimana in cui il paese con le proprie piazzette, vie, strade e angoli suggestivi, diventa luogo in cui gli artisti e artigiani di ogni genere espongono, vendono ma soprattutto operano. La cerimonia di inaugurazione si terrà sabato 23 agosto alle ore 18.00 presso il Teatrino Simoni Fè. Oltre al lavoro degli artigiani ogni giorno si terranno spettacoli di musica di vario genere e dimostrazioni pubbliche di differenti botteghe artigiane con la possibilità di partecipare, su prenotazione, a veri e propri corsi. Per informazioni: tel. 3275598513 oppure info@mostramercatobienno.it .
Come poter spiegare a parole questa straordinaria manifestazione in uno de "I borghi più belli d'Italia"?. Immaginate un borgo medievale posto ai piedi delle montagne che risente dell'influenza culturale e storica di due valli: la Valle Trompia e la Valle Camonica; continuate a immaginare le suggestive strade di questo antico paese con piccoli cortili privati, spiazzi in cui godersi il paesaggio mozzafiato e ancora passaggi coperti da case o ponti. Pensate ora che durante la manifestazione in ogni angolo appena citato potete trovare vasai, tessitori, lavoratori del ferro e di gioielli, intagliatori del legno ma anche produttori di formaggi tipici, liquori e dolci della tradizione e la possibilità di degustare le tipicità locali presso gli appositi stand gastronomici.
Così, passeggiando per le suggestive vie del paese (se lo fate di sera saranno illuminate da innumerevoli candele e torce), potrete visitare differenti artigiani posti l'uno accanto all'altro ad operare piccole/grandi meraviglie ed assaporare il gusto dei formaggi tipici bresciani oppure dei dolci a base di castagne e quelli della tradizione povera, semplici ma gustosissimi; oppure liquori, grappe, vini che fortificheranno il vostro corpo e lo spirito.
Un viaggio immersi nell'artigianato, nell'arte e nelle tradizioni culinarie in uno dei borghi più suggestivi del nostro fantastico Paese.

giovedì 21 agosto 2014

Il vino nella storia, parte II : il mondo greco.

La storia del vino ha un forte sviluppo con le Civiltà greca e romana.
In epoca micenea (cioè durante l'età del bronzo della Grecia Continentale), il vino era già ampiamente diffuso non solo nei culti ma faceva parte della triade dei cibi base  che costituivano l'alimentazione dei popoli greci. Con l'avanzare della potenza dei micenei (XV secolo a.C.), la viticoltura fu adottata anche in Grecia dove si impose come coltivazione assieme al farro e alle olive: è da questo punto che Essa diede un contributo importante nel mondo della vite e del vino. Non solo, con la predisposizione di questo popolo alla navigazione, vennero esportate molte varietà anche nei territori colonizzati. In Magna Grecia dall'VIII secolo a.C., vennero portate due principali classi di varietà: aminee che furono introdotte dai greci aminei, e le apianee così chiamate perché attiravano api e mosche; da questo nome deriverà successivamente il termine "moscato" utilizzato ancora oggi. Delle prime ricordo: Aglianico, Falerna, Greco, Fiano, Falanghina, Riesling Renano, Chasselas, Meunier ...; delle seconde invece: le famiglie dei moscati e le Malvasie.
Essi diffusero però anche varietà derivanti dalle influenze di altre culture o civiltà, come i vitigni importati dal mondo egizio.
Furono  anche fattori di ordine sociale e demografico a causare una forte crescita del mondo del vino: il progressivo aumento della popolazione urbana determinò il conseguente sviluppo e crescita della richiesta di vino e, ovviamente, della coltivazione dell'uva; questo diede la possibilità agli agricoltori di guadagnare dalla produzione e dall'importazione di vino nelle città.
A differenza di ciò che avvenne nelle altre civiltà, la novità apportata dal mondo greco consistette in una diffusione (e accessibilità) a questa bevanda da parte di tutta la popolazione. Ciò non significa però che tutto il vino fosse di ottima qualità o che tutti potessero accedere al meglio: gran parte dei poveri in città beveva un vino ottenuto con l'aggiunta di acqua alle bucce e vinaccioli dopo l'ultima pigiatura (questo vino lo ritroveremo anche nelle taverne e nelle case povere durante il Medioevo e oltre!). Nelle aree rurali esso era prodotto e consumato dalla maggior parte dei contadini e costituì un sistema agricolo che si diffuse inevitabilmente in tutto il Mediterraneo.
 Uno dei vini greci più conosciuti era il Pramno  (citato anche da Omero nell'Iliade): esso era un vino dolce che secondo il "De materia medica" di Dioscoride doveva essere ricavato dall'uva secca.


Come tutti sanno, il vino dell'antichità non veniva mai consumato puro ma diluito con acqua e aromatizzato con miele, erbe e spezie. L'arte del taglio del vino con l'acqua era per i Greci un indice importante del livello di civilizzazione. L'aggiunta di tanti ingredienti era dovuta anche al cattivo sapore che esso poteva avere, le alterazioni del gusto e del colore erano molto frequenti a causa delle condizioni di conservazione e commercializzazione e del tipo di materiale in cui esso veniva contenuto; la terracotta infatti ne diminuiva considerevolmente la conservabilità. Questa problematica fece si che ben presto molti produttori utilizzassero additivi di origine naturale con l' obbiettivo di stabilizzare il prodotto; si faceva addirittura cuocere il succo d'uva dopo la fermentazione, spesso più volte, per impedire che si rovinasse.
Tutto ciò ci fa capire come la viticoltura e le tecniche vinicole fossero saldamente radicate nel tessuto sociale e culturale greco. A tal proposito bisogna considerare che quando dall'VIII secolo comparsero  le prime testimonianze di agricoltura, il vino e la viticoltura erano già presenti.

 

Con la diffusione di questa bevanda nacquero anche, come logica conseguenza, una serie di anfore e contenitori di forma diversa ma anche di calici e di brocche per poter degustare il vino. Il più famoso era rhyton, una specie di corno potorio per lo più in metallo, spesso in argento dorato o pietra dura.
Questo vaso si evolse in un bizzarro bicchiere da meditazione: il fondo del recipiente risultava forato e, mediante questa caratteristica, il convitato poteva degustare il liquido tranquillamente. Oltre a questo, a partire dal VI secolo a.C., il recipiente più conosciuto in gran parte d'Italia e della Grecia fu kylix, coppa o piatto più ampia che profonda.
Fu grazie a Teofrasto (370 a.C. circa - 258 a.C.) che nacque il primo trattato di viticoltura.
Dal punto di vista economico con la fine del V secolo a.C., il commercio del vino divenne una professione vera e propria, non solo, nello stesso periodo iscrizioni e tavole documentano veri e propri interventi legislativi per proteggere i consumatori dagli abusi dei produttori, ad esempio: il vino conservato in giare a collo largo, noto come pithoi, poteva essere venduto solo se queste erano sigillate; non si potevano vendere piccole quantità di vino attingendolo da grandi contenitori  ed era proibito mescolarlo con acqua prima della vendita; era vietato anche fare transazioni relative alle vendemmie successive, e chiunque comprasse succo d'uva o vino quando i frutti erano ancora sulla vite era passibile di multa.
In quest'ultima parte voglio parlare brevemente della presenza del vino nei banchetti. Platone e Senofonte descrivono come essi avvenivano e tutte le pratiche di mescita e servizio del vino. Inizialmente era infatti l'ospite o il presidente del simposio a decidere quando l'acqua andava aggiunta al vino puro. Successivamente questo compito divenne caratteristico di una figura importante dei banchetti nell'antica Grecia: il symposiarca, che decideva anche il numero massimo di coppe che gli invitati potevano sorseggiare.
Ho parlato dei tentativi di disciplinare la produzione e il commercio del vino e di proteggere al tempo stesso il consumatore, sarà la civiltà romana che amplierà tutto ciò e stabilirà nuove norme sul consumo e la vendita, ma questo sarà oggetto di una successiva analisi.








giovedì 14 agosto 2014

Riti, usanze e tradizioni alimentari a Ferragosto.

Il giorno che ci accingiamo a trascorrere a casa oppure nelle località di villeggiatura anticamente era un periodo molto importante, durante il quale venivano effettuati diversi riti di purificazione per mezzo dell'acqua o del fuoco. Di tali atti mistici era pieno il calendario delle culture pagane ed avevano una forte valenza purificatrice.
Il ferragosto o feriae augusti era presente già nell'antica Roma, periodo in cui i padroni avevano la tradizione di dare le mance ai loro servi, non solo,  esso era anche il meritato riposo dopo i lavori agricoli primaverili ed estivi e prima di quelli autunnali. Il 21 agosto si celebrava inoltre la "consualia", una serie di feste dedicate a Conso, divinità protettrice dei campi e dell'agricoltura. Fu più precisamente Augusto nel 18 a.C. ad istituire gli augustali ovvero  agosto come mese dedicato alle ferie; durante questo tempo si svolgevano una serie di celebrazioni la cui più importante era quella dedicata a Diana, dea della fertilità delle donne e della terra, che cadeva il 13 del mese.
Successivamente questa festa fu adottata dalla Chiesa Cattolica e in seguito Papa Nicolò I la trasferì al 15, festa dell'Assunzione.


Questa solennità che, nella mente di tutti viene tradotta con un periodo più che una festa religiosa, è il tema di molte opere, film e libri, su tutti ne cito solo alcuni: l'opera lirica "I pagliacci" di Ruggero Leoncavallo, il film "Il sorpasso" del 1962 di Dino Risi con Vittorio Gassman, e per quanto riguarda la letteratura come non ricordare "Scherzi di ferragosto" in "Racconti romani" del 1954 di Alberto Moravia.
Oggi è vissuta all'insegna delle gite fuori porta ed agli incontri con famiglia ed amici: un esempio su tutti è la tradizione tipica di Torino durata fino  al XX secolo, qui molti cittadini si recavano a pranzare, in alternativa al ristorante, al parco in riva al Po, vicino alla chiesa della Madonna del Pilone. Questa usanza era chiamata "festa delle pignate a la Madona del Pilon" e consisteva nel pic nic seguito da giochi conviviali.
La manifestazione citata ora non è l'unica presente sul territorio italiano: durante la festività di cui sto parlando sono numerose infatti le sagre, gli eventi gastronomici e, primi fra tutti, i pali in numerosissime varianti (pensiamo al favoso palio di Siena).
 La tradizione consolidata di fare gite trova origine durante il Ventennio fascista: dalla seconda metà degli  anni Venti il regime organizzava attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari.
L'iniziativa nacque per dare la possibilità alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere località di villeggiatura montane o marine con due formule: "gita di un sol giorno", ovvero una gita breve nel raggio di circa 50-100km; oppure "gita dei tre giorni", nel raggio di circa 100-200km.


E per quanto riguarda il lato gastronomico? Quali tipicità e tradizioni la fanno da padrone? In cucina domina sicuramente il detto popolare "A ferragosto si mangiano i piccioni arrosto", questa tradizione è diffusa in molte parti d'Italia, specialmente nella zona centrale dove trova la sua origine in Toscana in epoca Carolingia.
In Sicilia domina il famoso gelu di muluna (o gelo d'anguria), decorato con foglie di limone e fiori di gelsomino, tipico dolce a cucchiaio di questa festività.
A Roma il pranzo tradizionale consiste in fettuccine ai fegatelli, pollo in umido con peperoni e per finire cocomero freddo.
Sull'Appennino tosco-emiliano sono presenti tre golosità dolci: ciambelle d'anice, biscotto di mezz'agosto di Pitigliano e zuccherino montanaro bolognese di Lizzara Morandi.
E per concludere in dolcezza non si può non parlare delle "Margherite di Stresa", biscotti offerti agli ospiti dalla regina Margherita durante i ricevimenti a ferragosto.
A tutti auguro buone vacanze e sereno ferragosto!.

mercoledì 6 agosto 2014

Dalla natura all'uomo: percorso storico e culturale dell'insalata.

Il caldo tipico dei mesi estivi o, più semplicemente, la volontà di dimagrire, ci spinge ogni anno a mangiare grandi quantità di insalata. Questa vasta categoria alimentare è in realtà consumata tutto l'anno ed è parte integrante della vita dell'uomo. Essa fu presente fin dalla Preistoria e rappresentò un frutto immediato del passaggio dell'uomo da raccoglitore ad agricoltore. La trasformazione irreversibile delle abitudini alimentari che ne derivò causò forti cambiamenti anche sui consumi dei vegetali: si passò dagli ortaggi la cui buccia e conformazione li proteggeva dall'ambiente esterno o dagli animali, ad una gamma più vasta. Tutto ciò determinò modificazioni indelebili nella dieta: essa divenne infatti prevalentemente onnivora.
Fu nelle culture greca e romana che questo alimento trovò un largo uso ed una più dettagliata documentazione. In particolar modo presso i Romani tutto ciò fu molto più accentuato; secondo alcune testimonianze sarebbero stati essi ad insegnare agli Etruschi l'utilizzo dei prodotti dell'orto e quindi dell'insalata. A tal proposito molti scrittori e storici parlano della nostra protagonista: Varrone sostiene che il suo nome derivasse da "lac" ovvero latte perché contenendo molto liquido avrebbe favorito la montata lattea; Virgilio la cita come ingrediente nel conosciuto Moretum, una sorta di torta rustica fatta con vari vegetali (comprese le erbe dell'insalata cotte), che ancora oggi è presente a Mantova e in Emilia sotto il nome di erbazzone. Plinio oltre ad esaltarne le qualità cita anche la sua praticità: "Tra i prodotti dell'orto piacciono soprattutto le verdure (insalata) che non richiedono cottura e fanno quindi risparmiare legna poiché sono un cibo sempre pronto e disponibile, da cui deriva il loro nome di eacetaria".
Quando una legione romana impiantava il Castrum ossia l'accampamento militare fortificato, si prevedeva di integrare il rancio (pasto militare) con l'insalata "di casa", i soldati erano quindi soliti darsi da fare per coltivarla. Ancora oggi in Gran Bretagna si cerca di individuare gli antichi insediamenti romani vedendo se nei Greens sono presenti piante di lattuga inselvatichita.

(natura morta con insalata, olio su tela, collezione privata)

Durante il Medioevo l'insalata era servita nelle case povere come prima portata ma raramente compariva presso i banchetti dei nobili.
Durante il Rinascimento questi ultimi iniziarono lentamente a riscoprire le verdure e, in particolar modo l'insalata, che verrà maggiormente apprezzata il secolo successivo a causa della scoperta del mondo della natura come oggetto di studio scientifico. Contemporaneamente a ciò, nella letteratura l'insalata venne menzionata come un alimento piacevole da gustare e sano. Nel 1614 Giacomo Castelvetro (Modena 25 marzo 1546 - Londra 1616 circa) nel suo "  Brieve racconto di tutte le radici e di tutte le herbe e di tutti i frutti crudi o cotti che in Italia si mangiano", la promuove presso le classi elevate dettando la cosiddetta "legge insalatesca" : "insalata ben salata poco aceto e ben oliata e chi contro così giusto comandamento pecca è degno di non mangiare mai buona insalata".
Per Picinelli essa è simbolo di carità cristiana perché ricca d'acqua, e quindi si pensava capace di spegnere la sete, calmare lo stomaco e fermare la collera. Per queste caratteristiche essa rappresenta la grazie nelle angustie e la temperanza, freno della libidine.
E nell'arte? essa assume valori molteplici a seconda che le opere siano di carattere religioso oppure no; troviamo un esempio di quanto detto nelle due opere presenti qua sotto. La prima: Maestro della natura morta di Acquavella, Cena in Emmaus, 1615-1620 circa, Los Angeles, The J. Paul Getty Museum. In questa opera l'insalata (in primo piano) è simbolo di carità per le sue fibre ricche di liquido, pertanto rappresenta la misericordia di Cristo che si manifesta nuovamente. Gli altri elementi rimandano al sacrificio di Cristo e all'esegesi biblica: il vino, il pesce e la frutta.
La seconda opera invece di Pietro Longhi, Negli orti dell'estuario, 1759, Venezia, Ca' Rezzonico illustra l'insolita scena in cui una gentildonna è intenta nell'atto del mescolare i condimenti mentre gli altri presenti la osservano sorridenti. Due personaggi indicano la zuppiera piena di foglie sottolineando quindi la centralità dell'azione e denunciando l'intento di pubblicizzare la verdura. L'insalata secondo i trattati dell'epoca era un alimento sano e sobrio (come è già stato affermato), ma soprattutto ottimo per contrastare la calura estiva della laguna. Infine l'abbigliamento elegante del gentiluomo suggerisce come essa fosse gradita in quest'epoca di riscoperta della verdura, non più quindi alimento tipico dei contadini ma di tutta la società veneziana.
Ancora oggi il suo consumo accomuna tutti: piccoli (un po' meno) e grandi, ricchi e meno abbienti.







venerdì 1 agosto 2014

I preferiti da Bertoldo: storia e vicissitudini dei fagioli.

"Qui giace Bertoldo che morì tra aspri e doli per poter mangiare rape e fagioli". Così recita la scritta sulla lapide di Bertoldo, contadino protagonista della novella di Giulio Cesare Croce in cui esso, non potendosi nutrire della sua zuppa a base di fagioli perché per i suoi meriti era stato invitato a vivere a corte, ne morì per la mancanza. Questo rivela come i fagioli fossero stati per molto tempo uno dei pochi prodotti della terra ad essere accessibili anche alle classi povere.
Ma non è sempre stato così. I fagioli furono uno dei prodotti giunti in Europa dal Nuovo Mondo, ce lo ricorda lo storico francese Toussant-Samat affermando "i fagioli sono apparsi molto tardi nelle pentole occidentali" . Portati in Spagna da Hernand Cortes, ne furono donati alcuni a Papa Clemente VII come particolare omaggio dal Nuovo Mondo; egli affidò la loro coltura al canonico Piero Valeriano, molto appassionato di botanica. Ben presto vennero coltivati nelle proprietà del Pontefice che li apprezzò molto e ne incoraggiò la diffusione. Fu proprio il canonico a convincere Caterina De Medici a portarli in Francia, quando partì per convogliare a nozze con il delfino Henri de Valois.
Grazie a ciò essi divennero parte integrante di un famoso piatto francese: il cassoulet, preparato a secondo dei luoghi come un umido di oca, anatra, maiale o castrato con contorno di fagioli bianchi.
Nello stesso periodo nel bellunese iniziarono e si diffusero le coltivazioni di questo ortaggio.
Il loro nome deriverebbe da héricot, dalla derivazione germanica di harigoté o héricoq, indicante una specie di ragout fatto di carne e vegetali.
Con l'introduzione di Caterina De Medici essi divennero un vegetale per ricchi e nobili perché erano molto rari e quindi costosi. Successivamente vari botanici ed esperti notando che si conservavano ottimamente una volta essiccati e possedevano un elevato potere saziante, decisero di estenderne le coltivazioni .

(Annibale Carracci, Il mangiatore di fagioli, Galleria
Colonna, Roma)

Ciò ebbe ingenti ripercussioni economiche e sociali: i prezzi calarono notevolmente e contemporaneamente i nostri protagonisti divennero alimento per poveri guadagnandosi inoltre la fama di formidabili "produttori di gas", da qui il soprannome gonfle-gus ovvero gonfia poveri.
 Nonostante questo cambiamento di pensiero molti gastronomi e medici attribuivano ad essi varie qualità terapeutiche. Bartolomeoo Scappi nel suo libro "Le delizie" assicurava che mangiarli giovava ai erni e alla milza e potenziava la sessualità nel maschio.
La denominazione appena citata (ovvero gonfia poveri) rimanda alla riflessione d'apertura di questo articolo, come del resto anche Croce documenta sapientemente.
Questa capacità saziante e quindi l'utilizzo esteso alle classi basse della popolazione non fu tipico solo del territorio italiano, negli anni della grande depressione degli Stati Uniti, i fagioli contribuirono in parte a risolvere il problema della fame e del consumo di fonti proteiche (dato che i prezzi che aveva raggiunto la carne erano esorbitanti).


Durante la Seconda Guerra Mondiale essi facevano parte della "razione c" in dotazione a tutti i soldati statunitensi destinati nei vari territori di guerra.
In ultima analisi essi entrarono anche nella simbologia popolare, specialmente in oriente: in Giappone venivano utilizzati come portafortuna e nei rituali per scacciare gli spiriti negativi, in India si pensava fossero dei catalizzatori di positività.
Inoltre furono molto presenti anche nei media: pensiamo nelle favole dei bambini la pianta di fagiolo gigante o, più recentemente, le abbuffate di Bud Spencer e Terens Hill.
Chissà cosa avrebbe detto Bertoldo se avesse saputo tutte queste curiosità?!