Tradizioni alimentari al Primo Maggio.


Il cibo, come ho già avuto modo di analizzare, è una presenza importante all'interno della vita umana, non solo come fonte di sostentamento ma anche e soprattutto perché veicolo di messaggi e significati, mezzo per celebrare i piccoli/grandi avvenimenti della vita, elemento fondamentale per conoscere l'altro e instaurare con esso un rapporto e, non da ultimo, espressione dello scorrere del tempo attraverso i diversi momenti dell'anno. Il tema che ho scelto per questo nuovo articolo analizza proprio l'ultimo punto appena citato.

In questo senso sia feste appartenenti alla sfera religiosa che a quella civile hanno determinato nel tempo la nascita e diffusione di piatti e preparazioni gastronomiche. Anche in occasione del Primo Maggio quindi il cibo entra poderosamente attraverso molte preparazioni differenti, da Nord a Sud. 


(Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901, 
Museo del Novecento, Milano)

In realtà questa ricorrenza è un mix di significati, anche diversissimi tra di loro. Quello principale a cui va la mente di tutti è la "Festa dei Lavoratori", celebrata annualmente in vari Paesi del mondo e istituita in Italia nel 1890 con la funzione di celebrare e ricordare le numerose lotte per i diritti. A essa però si uniscono anche pratiche ben più antiche, collegate ai riti di propiziazione per il risveglio della natura che, proprio a inizio maggio, manifesta i segni inequivocabili del ritorno della vita e del risveglio della natura.

Una festa associata spesso alla gita fuori porta e alle scampagnate e, quindi, a piatti che si accompagnano a tutto ciò: preparazioni semplici, facili da mangiare e costituite da ingredienti che generalmente si ricollegano alla primavera. Naturalmente ogni regione ha elaborato specifiche proposte: in Lazio, per esempio, si è soliti consumare fave e pecorino. A Teramo, in Abruzzo, sono famose "le virtù", piatto dalla storia complicata e incerta perché molti luoghi ne rivendicano la paternità. Una preparazione che comunque deriva dall'antica Roma e che è documentata, tra l'altro, anche da Giuseppe Savini, linguista italiano e uno dei primi studiosi a indagare il dialetto di Teramo. Così afferma:


"Al Primo di Maggio noi usiamo di cucinare insieme ogni sorta di legumi, fave, fagiuoli, ceci, lenti, ecc. con verdure e ossa salate, orecchi e piedi pure salati di maiali. E questa minestra chiamiamo virtù"


Un cibo di natura contadina e associato alla pratica di conservare la carne, piatto che in realtà è più una preparazione perché diffusa in molte località abruzzesi con differenti varianti. Una tipicità sostanziosa ma che, per certi aspetti, fa anche bene perché collegata a una pratica di matrice popolare che consiste nel prepararla in abbondanza per distribuirla alle persone povere o in difficoltà.

In Sicilia, invece, è presente la "ghiotta siciliana", anche questa diffusa in varie località e avente numerose varianti. E' costituita da verdure di stagione e, in funzione delle varie ricette, impreziosita da capperi e frutta secca.

A Volterra, in Toscana, il piatto che per antonomasia celebra i lavoratori è la trippa, una variante di quella fiorentina. In questa preparazione infatti il noto quinto quarto alimentare viene insaporito con un trito di sedano, carote e cipolle e solo dopo si aggiunge il pomodoro senza semi, il sale e il pepe, facendola poi cuocere a lungo. Una tradizione culinaria collegata ai maestri lavoratori dell'alabastro che la gustavano ogni sabato mattina. Durante la festa però il piatto era preparato per onorare questi uomini che con fatica si dedicavano a un lavoro particolare ma anche, per certi aspetti, pericoloso.

In Sardegna è presente "Su Filindeu", il cui significato è "sottili come un capello", molto diffusi a Nuoro, pasta da minestra a forma di fili molto sottili, ottenuti da un impasto di semola di grano duro, cotti in brodo di pecora e conditi con pecorino fresco. Una tipicità avvolta da numerose leggende e tradizioni legate alla sua modalità di preparazione e alle ricorrenze in cui viene preparata. Nello specifico viene fatta due volte l'anno: il Primo di Maggio e il quattro ottobre e veniva offerta ai fedeli che giungevano in pellegrinaggio al santuario campestre di San Francesco di Lula.

In altre località d'Italia però le occasioni di festa legate a questo giorno e le relative preparazioni si collegavano alle note "Tavole di San Giuseppe" preparate in svariate località a marzo, per la festa del santo e che spesso si protraevano fino al Primo Maggio.

La matrice di tutte queste pratiche che condensano credenze religiose e profane sedimentate da secoli rimane comunque la Calendimaggio, festa antica che onorava, come si è accennato in precedenza, l'arrivo della primavera. Una tradizione che affonda le radici nella storia e proviene dall'antica Roma ma che è diffusa ancora oggi in molte località, da Nord a Sud. Non una pratica univoca, naturalmente, ma un variegato numero di usanze che comprendevano: feste, danze e canti con funzione propiziatorie, poesie e motti per esorcizzare il risveglio della natura e il rigoglio vegetativo, ma anche ricette con erbe primaverili raccolte, latticini freschi e, in generale, prodotti che richiamano la fertilità della natura.

Il Primo Maggio, non una semplice e banale festa quindi, ma uno scrigno curioso e inaspettato di tradizioni, pratiche sociali e culinarie che è giunto fino a noi e che possiamo festeggiare e far rivivere ogni anno come patrimonio poco conosciuto che impreziosisce la festa di tantissimi lavoratori, donne e uomini, che con fatica creano e trasformano per sé e per gli altri. Auguri a tutti!

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