domenica 8 marzo 2015

Donna e cibo: un rapporto millenario.

"Ho una sola passione nella vita: cucinare", così scriveva Virginia Wolf in una lettera a Vita Sackville-West nel 1929. Il rapporto della donna con il cibo è un legame saldo che dura da millenni ed è frutto degli innumerevoli aspetti alimentari di cui la donna è partecipe o protagonista. Già durante la Preistoria, nelle società di cacciatori e raccoglitori, chi aveva un rapporto diretto con il cibo era fondamentalmente la donna; essa trasformava già le materie prime che la natura poteva offrire ancor prima della scoperta del fuoco. Ma il rapporto della donna con il cibo non finisce qui, il sesso femminile stesso diventa veicolo alimentare in quanto capace, dopo il parto, di allattare i propri figli e quindi di essere, in un certo senso, dispensatrice di cibo.


In fondo, è proprio questa capacità unita a quella di procreare che fecero da motore per la nascita e diffusione, già nelle prime società, di dee della fertilità. In questa logica il rapporto della donna con la natura era chiaro: essa era paragonata alla natura che regala nutrimento ai propri figli. Questo pensiero sfociò in tempi e modi diversi, riassumibili in due fenomenologie interdipendenti: nella prima la donna incarnava una divinità florida, abbondante nelle forme perché sinonimo di fertilità, e in questo caso l'associazione tra fertilità della terra e della donna è abbastanza chiara. Nella seconda fenomenologia la terra era incarnata in una madre che accoglieva tra le proprie braccia il figlio morto (il seme) e con una magia lo restituiva alla vita rinnovato e moltiplicato.


Sebbene con i secoli e lo sviluppo di numerose e grandi civiltà il ruolo della donna nella società si sia enormemente evoluto, essa era comunque presente nei miti di creazione e in veste di divinità o serie di divinità che presiedevano al fuoco, all'aspetto domestico della vita e alla natura.
Sembra quasi in un certo senso che il ruolo di marginalità occupato dalla donna in ambito sociale venisse attenuato da tutti questi aspetti.
Tutta questa logica si evolse enormemente durante il Medioevo. Nella società medievale la donna veniva considerata, per certi versi, solo una spesa che gravava sulla famiglia. Questa credenza poteva essere attenuata o annullata dal matrimonio; grazie ad esso la donna contribuiva a rinvigorire le casse di famiglia e al tempo stesso diveniva "signora del focolare" in un nuovo nucleo famigliare. Non solo, se di ceto elevato, essa assumeva il ruolo di comando in tutti quei mestieri che erano collegati alla casa e alla cucina; potremmo quasi dire che il suo ruolo nella società venisse rinnovato attraverso il matrimonio.
Ma il Medioevo apre anche una nuova tematica nel rapporto tra donna e cibo, più precisamente la rinuncia ad esso praticata dalle sante mistiche o eremite medievali. In questo caso l'aspetto di rilevante importanza è il rifiuto del cibo o di determinate forme di esso in quanto veicolo di peccato ma anche, a livello sociale, come tentativo di definire il proprio ruolo e affermare la propria determinazione attraverso il controllo dell'alimentazione propria e altrui (se pensiamo anche al monachesimo femminile).




Questi tentativi di conquista di un ruolo sociale attivo potevano sfociare però in comportamenti patologici; molti studi a tal proposito hanno rivelato correlazioni positive tra i comportamenti alimentari citati prima e l'insorgenza di patologie alimentari quali anoressia e bulimia. Non solo, è stata evidenziata anche una correlazione tra questi meccanismi e lo sviluppo e diffusione dei disturbi alimentari oggi.
Come già accennato, l'analisi di cronache delle vite di alcune sante tra il 1300 e il 1500 ha rivelato l'incidenza di patologie alimentari che si fondavano sull'esigenza di realizzazione personale e nell'aspirazione del libero arbitrio in una società rigidamente patriarcale.
La tendenza opposta, che si espresse pienamente nei secoli successivi fu l'esaltazione dell'abbondanza delle forme come sinonimo di opulenza e bellezza; quasi tutti abbiamo in mente i soggetti femminili di Rubens o altri artisti, nelle loro opere il trionfo dell'abbondanza è il vero sovrano. Ovviamente il discriminante fondamentale in questo rapporto smisurato tra cibo e figura femminile fu il ceto di appartenenza: di certo le contadine o le popolane difficilmente erano floride nelle forme.
Ma il rapporto di cui parlo in questo articolo si riflette anche nell'arte: molte sono le artiste che dipinsero e dipingono il cibo nelle loro opere o che lo hanno utilizzato come fonte d'ispirazione in quadri, sculture e installazioni; l'apice di tutto ciò è rappresentato dalle performance di Marina Abramovic in cui il rapporto tra donna e cibo si fa più diretto, torna quasi al suo senso originale.


L'ultimo aspetto che desidero analizzare è l'importanza del rapporto cibo-donna durante le guerre o in momenti in cui l'assetto sociale viene alterato. Mi vengono in mente le donne di Bratunac che, grazie a diverse associazioni, sono divenute protagoniste di un progetto intitolato "lamponi di pace" e finalizzato a farle ritornare in patria dopo la deportazione successiva al terribile massacro compiuto dalle truppe di Radko Mladic, nel quale persero la vita i loro mariti e figli. Il progetto è mirato a riattivare un sistema di microeconomia basato sul recupero dell'antica coltura dei lamponi e sull'organizzazione delle famiglie in piccole cooperative, al fine di ricostruire la trama di un tessuto sociale fondato nell'aiuto reciproco, sul mutuo sostegno e sulla collaborazione di tutti.
Esempio efficace dell'importanza della donna nella società ma anche del rapporto della donna con il cibo; mi auguro che queste piccole grandi combattenti possano trovare nei piccoli frutti rossi dei validi alleati per migliorare le loro condizioni.
AUGURI A TUTTE LE DONNE!

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