giovedì 9 luglio 2015

La distillazione, un concetrato di storia.

Volendo parlare in futuro  di alcune tipologie di distillati, ho ritenuto opportuno trattare brevemente dell'evoluzione della tecnica di distillazione nel corso della storia e dei suoi importanti utilizzi.
Fin dalle epoche remote l'uomo ha tentato di distillare erbe e frutti per catturarne le proprietà sensoriali ma soprattutto curative, utilizzandole così in vari preparati per la cura di innumerevoli patologie.
Attorno al 4000 a.C. gli Egiziani conoscevano già i principi della distillazione; anche gli Ebrei conoscevano alcuni distillati (presumibilmente grazie ai primi), il maiim-hataim, che come dice la Bibbia "rende pieni di gioia i cuori degli uomini", ne è un esempio.
Anche successivamente, numerosi autori come Aristotele, Plinio e Dioscoride parlarono nei loro trattati delle bevande o dei prodotti ottenuti attraverso la distillazione.

(Il processo di distillazione, immagine medievale)

In questa analisi non si può non citare il grande contributo che ebbe la cultura araba nella diffusione e soprattutto nel perfezionamento di questa tecnica. La scienza araba infatti contribuì non poco a migliorare la cultura e il sapere Occidentale. Nel IX secolo, il medico Rhanzi nei sui scritti citava l'alcol utilizzato nella preparazione di medicamenti e ottenuto attraverso la distillazione. Bisogna precisare che il suo utilizzo  era presumibilmente esclusivamente a scopo medicinale e a livello topico, poiché la legge islamica proibiva (e lo fa tutt'ora) il suo consumo.
Tuttavia passò molto tempo prima che essa fosse fatta a partire da una bevanda fermentata. In particolar modo furono la Scuola Medica Salernitana, di Montpellier e Toledo a iniziare questa pratica attorno al XII secolo. Nello stesso periodo (XI-XII secolo) si ebbero molti miglioramenti nella tecnica di produzione e quindi nell'ottenimento dei prodotti finali grazie soprattutto all'opera di monaci che praticavano la distillazione in conventi e monasteri. Tornando al mondo arabo, nello stesso periodo un manoscritto affermò che "bruciando un vino forte in vasi speciali si ottiene un liquido infiammabile che si consuma senza bruciare la materia sul quale viene versato".
Durante tutto il Medioevo e nelle epoche successive i suoi prodotti furono importantissimi nella medicina ma anche nella fabbricazione di profumi ed essenze pregiate e nei processi alchemici.

(Alchimia e distillazione, immagine
cinquecentesca)

Ben presto si riuscì a concentrare a tal punto la sostanza ottenuta dal processo attraverso l'applicazione di più passaggi, tanto che Arnaldo da Villanova, medico e scrittore del XIV secolo, la chiamò "aqua ardens" o "aqua vitae".
I predicatori battisti consideravano questa attività molto onorevole e, in generale, i monaci erano molto propensi a praticarla perché pensavano fosse consona alla propria missione: salvare gli uomini sia dal punto di vista spirituale che fisico.
L'ampia diffusione di moltissimi prodotti derivati dalla distillazione in molti Paesi d'Europa attorno al 1400-1500 è confermata da testi e manuali. A tal proposito i distillati di vino ebbero diffusione soprattutto in Germania, dove presero il nome di gebrandtwein (vino bruciato), che derivava da una denominazione olandese e che successivamente, tra l'altro, prese il nome di Brandy.
Furono le successive migliorie agli apparecchi a consentire attorno al Ottocento- inizio Novecento l'ottenimento di prodotti di qualità sempre maggiore, soprattutto in Italia, ed in particolar modo per quelli destinati  alla produzione della grappa.
E' proprio questa la protagonista di racconti, storie e tradizioni che narravano il suo ruolo nella società italiana e in particolar modo nella "guerra bianca", ovvero la Prima Guerra Mondiale.
Non si può infine non citare le implicazioni di carattere sociale che la distillazione e la conseguente produzione di alcol ebbero sui ceti bassi. In particolar modo attorno al XIX/XX secolo il consumo di particolari distillati (si pensi la grappa in ambito italiano), era il segno tangibile del disagio sociale: povertà, vita segnata dal lavoro duro e dai pochi piaceri (anche in ambito culinario), e problemi di carattere economico e sociale, confluivano troppo spesso in queste bevande, facendole diventare le ideali e concrete soluzioni per non pensare, o per dimenticare anche solo per poco tempo.
E nell'arte?! Anche in questo ambito la distillazione è rappresentata, possiamo avere come esempi le due immagini presenti qua sotto.

(Gerrit van Honthorst, L'allegra brigata, 1622, Monaco,
Alte Pinakothek)
 

(Jean- Baptiste-Siméon Chardin,
Albicocche, 1756, Toronto, Art
Gallery of Ontario)

Nella prima opera la scena rappresentata è un tipico scorcio di una taverna, locale malfamato e covo di malfattori e prostitute, queste ultime presenti anche nell'opera. Il secondo quadro è invece uno specchio degli usi di un'epoca: nel Settecento diventa molto popolare l'abitudine di conservare la frutta sotto spirito, è anche il secolo in cui si affermano liquori dolci come il rosolio e ratafià; i bicchieri sono un esempio di quanto detto: di diverse forme essi sono utilizzati in funzione alle nuove bevande e sono la conferma della loro affermazione nella società.

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