domenica 7 giugno 2015

Condividere il cibo.... strumento di cambiamento.

Settimana scorsa leggendo alcuni quotidiani mi imbattei in un bell'articolo scritto da Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, in cui si affrontava il tema spinoso e controverso del cibo e delle disuguaglianze sociali in ambito alimentare. Credo che un evento come l'Expo attualmente in corso debba spingerci con più forza a porci degli interrogativi sul nostro modo di comportarci in ambito alimentare. A tutti è noto come la ricchezza mondiale sia suddivisa in modo troppo ineguale: pochi hanno troppo (e sempre di più) e molti hanno troppo poco. L'economia complice di questa situazione e, per certi aspetti, motore propulsivo di disuguaglianza da sempre ha agito in modo disuguale, curando esclusivamente gli interessi di un numero esiguo di persone e ignorando spudoratamente non solo i bisogni fondamentali di altre, ma rifiutando di ammettere che, con la correzione di alcune metodologie, si potrebbe far germogliare il seme del cambiamento.
Tutte queste modalità di azione hanno generato due fazioni: una, in cui l'eccesso di cibo porta a problemi di salute ed è fondata dalla logica dello spreco, che impera troppo spesso nelle realtà ricettive; l'altra, caratterizzata dall'insufficienza delle risorse e di conseguenza da malattie di denutrizione o malnutrizione. Tutto ciò si è creato perché a monte vi sono due fazioni ideologiche opposte, è questo il vero propulsore della diversità, pensare che sia corretto o tuttalpiù biasimevole il comportamento tenuto dai Paesi ricchi.
Sebbene tutte queste tematiche siano terribilmente attuali, le problematiche connesse alla disparità in ambito alimentare sono da moltissimo tempo un "argomento caldo". In molte fiabe, se ci pensiamo bene, esiste questa forte dicotomia tra le mense ricche e sfarzosamente imbandite dei nobili e le tavole povere del popolo. Molti racconti sono ricolmi di pentole traboccanti contrapposte ad altre vuote o ricolme di zuppe che paiono più acque vagamente insaporite. Pensiamo alla zuppa nel film "Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno", ispirato dall'omonima novella di Giulio Cesare Croce, letterato del Cinquecento; mani consumate da lavoro e forgiate dalla fatica che consumano il pasto comune da un piatto comune.

(Van Gogh, I mangiatori di patate, 1885, Museo Van Gogh,
Amsterdam)

In questa riflessione è emblematica la frase riportata nell'Antico Testamento, più precisamente nel Levitico, che dovrebbe far riflettere tutti, non solo i credenti:

"La terra è di Dio e su di essa noi siamo solo ospiti e pellegrini" (25, 23)

In fondo è vero, indipendentemente che crediamo oppure no la Terra non è nostra, custodirla e rendere accessibili a tutti e per tutti le sue risorse dovrebbe essere un principio fondamentale.
La condivisione, se riflettiamo sulla storia umana, fu un fattore fondamentale dei gruppi primitivi di uomini, che traspare ancora in poche comunità arcaiche che sopravvivono in alcune parti del Mondo rimaste ancora incontaminate.
Questo aspetto è stato il punto di forza che ha permesso loro di sopravvivere, integrandosi con l'ambiente in cui vivevano e vincere i fattori climatici.
Sebbene poi nel corso della  storia (soprattutto con lo sviluppo delle prime civiltà) tutto ciò sia andato sostanzialmente sparendo, si potrebbe quasi azzardare ad affermare che l'attitudine ad ospitare il forestiero e il viandante e quindi nel nostro caso a nutrirlo e a condividere il cibo sia stato un aspetto molto importante e profondamente sentito nel mondo antico, basti pensare in tal senso alla diffusione dei "miti riguardanti l'ospitalità", presenti anche nelle "Metamorfosi" di Ovidio.
Tutto ciò è andato gradualmente sparendo, sono state numerose nel corso della storia le rivolte dei poveri per avere risorse alimentari e quindi potersi sfamare (e non sto parlando di un tempo remoto).
Molti alimenti e molti gesti riguardanti alimenti non solo sono fortemente indicativi del loro modo di consumarli ma anche e soprattutto delle implicazioni culturali connesse alla società umana: i forni pubblici per la cottura, gli animali della comunità macellati e le cui carni sono suddivise tra i nuclei del villaggio, e tanti altri esempi. Anche l'apparente semplice gesto dello spezzare il pane (e dico così perché avremo modo di scoprire successivamente tutto un mondo dietro a questo atto) e il fatto stesso di consumarlo, presuppongono il condividere le risorse e quindi fare comunità; del resto anche la parola "compagno" non designa solamente una persona che ha con noi un forte legame, ma è prima "colui con il quale si divide il pane" ed è proprio questa designazione concettuale a definire un legame affettivo o di amicizia.
L' ultimo aspetto analizzato credo sia molto importante per definire il senso (e soprattutto il cuore) del mio ragionamento: condividere per fare comunità, esattamente come ci insegna non solo la storia ma il significato dei gesti, delle parole e dei cibi.

(Annibale Carracci, il mangiafagioli, Galleria Colonna, Roma)

Concetti che potrebbero apparire già noti o addirittura banali e scontati, ma che sono di vitale importanza per molte comunità povere sparse nel Mondo; per loro ancora oggi condividere permette la sopravvivenza.
La nostra modernità ci ha fatto perdere tutto ciò perché manca in sostanza la coscienza della fatica necessaria non solo per procurarsi il cibo ma anche per produrlo e trasformarlo. L'industria alimentare, i prodotti pronti o semi-lavorati hanno fatto perdere la "coscienza alimentare".
Appare paradossale che vi siano associazioni ed enti per la raccolta degli scarti o avanzi di cibi che poi vengono riutilizzati, questo non per la loro presenza, anzi, ma per il fatto che non ci rendiamo conto di quanta poca importanza diamo al cibo nella vita umana.
In merito a ciò mi viene da fare una riflessione personale su quei cuochi (non tutti chiaro, di persone virtuose e leali ce ne sono molte) che sprecano troppo cibo, che lo accumulano in congelatori per poi buttarlo o che una volta cotto lo gettano solo perché avanzato, curanti solo del fatto che in fondo è comunque "cibo pagato dai clienti" e quindi rispondente alle norme economiche. E' sempre una grande delusione constatare tutto ciò; ma la cosa non si ferma qui, ci sono anche personalità che fanno pubblicità per il recupero dei cibi e invece poi nei loro ristoranti attuano comportamenti profondamente opposti a quelli che pubblicizzano.... eppure basterebbe solo un po' di coerenza!
Chiaramente poi ci sono le realtà che si battono per la lotta allo spreco, per il recupero dei cibi cotti ed anche per la sensibilizzazione verso queste tematiche, a loro va il mio pieno e sincero sostegno!
Del resto che siamo credenti oppure no, cosa faremmo di fronte ad un uomo povero, una donna o peggio un bambino che ci dovesse dire:

"(...) Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare" (Mt. 25, 42)

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