sabato 25 ottobre 2014

Il vino nella storia, parte III : il mondo romano.

E' nella cultura romana che il mondo del vino si amplia in tutti i sensi: culturale, tecnico, religioso e legislativo.
Nonostante tutto ciò, in un primo momento la viticoltura ed enologia romane erano assai modeste, soprattutto se paragonate a quelle greche. Tuttavia esse poterono contare, con modalità e risultati diversi, sull'operato dei Greci per quanto riguarda il Sud d'Italia e su quello degli Etruschi per il Centro (anche se questi ultimi non erano affatto degli ottimi viticoltori).
Dopo questo inizio decisamente sottotono, la viticoltura divenne ben presto una tra le coltivazioni più praticate. A tal proposito Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), poneva la vigna come la prima, per importanza, delle colture della penisola.; la sua opera "De Agricoltura" è la prima in prosa che ci sia pervenuta in lingua italiana, elemento di rilievo che indica come la viticoltura pesasse sull'economia agraria italiana del II secolo a.C. .
Il primato della vigna accrebbe col tempo e con lo svilupparsi della civiltà romana. L'importanza che Catone attribuisce alla vite e all'olivo è il segnale di come l'agricoltura romana passò gradatamente da una finalità di sussistenza ad una volta al commercio.

(mosaico in tomba romana)

Dopo che la Grecia nel 146 a.C. divenne una provincia di Roma, per la viticoltura romana cominciò un periodo di grandi successi, che fu anche caratterizzato dall'apparizione dei primi grandi vini italiani.
Ciò che le permise di ampliarsi ed estendersi ad altri territori, sovrastando di fatto altre colture, fu la scelta di puntare sulla quantità, allargando il consumo anche ai ceti bassi e persino agli schiavi.
Aumentare la produttività fu uno dei temi più trattati da scrittori come Varrone, Catone, Columella e Palladio.  Mentre la tradizione annoverava come i vini migliori quelli dell'Egeo e greci in generale, Plinio scrisse che fin dalla prima metà del I secolo a.C. i vini d'Italia avevano ugual fama ed anzi, in alcuni casi erano preferiti.
Nonostante il numero di questi vini (dalle fonti) sia confuso, è molto più documentata la loro qualità: egli pone al primo posto cinque vitigni dell'Aminea, al secondo due della vite a fusto rosso di Nomentum e al terzo posto la vite di Apianea.
Oltre a Plinio fu Strabone (63a. C.-21d. C.) che fornì un resoconto completo della distribuzione della viticoltura nei paesi mediterranei. Fu anche il primo che diede indicazioni sulla conservazione del vino attraverso le botti, fatta in territorio alpino, e che esse erano riscaldate durante i lunghi inverni per evitare il congelamento.

(raccolta dell'uva, mosaico arte romana)

Questa curiosità è importante perché ci fornisce indicazione di come il vino fosse in espansione non solo verso Sud ma anche al Nord.
Parlando di espansione e di terre influenzate da questa coltura, è l'odierna Campania la zona più fortunata per il vino, qui si sono generati ma anche commercializzati i vini più importanti dell'Italia antica. Orazio nomina i quattro vini più nobili : cecubo, caleno, falerno e formiano. Secondo lo scrittore il falerno era il migliore del suo tempo; il cecubo proveniva dagli estremi confini del Lazio e della zona di Napoli vi era il cumano e il trifolino. Altri vini pregiati erano: tarentino e mamertino, quest'ultimo prodotto nei pressi di Messina, introdotto e fatto conoscere da Caio Giulio Cesare. Vicino a Roma vi erano: albano, sabino e varientano. Questi sono alcuni nomi dei vini considerati pregevoli in territorio italiano.
L'importanza del vino non era però solo all'interno del nostro Paese ma anche fuori, nelle terre conquistate. Questo fu reso possibile grazie anche e soprattutto alla volontà della civiltà romana di dimostrare che l'uva poteva crescere e fruttificare anche nelle zone settentrionali o comunque poco favorevoli alla viticoltura.
Per quanto riguarda l'aspetto antropologico, tutto ciò che riguarda la vite e il vino era carico di simbologie e rituali, molti dei lavori che venivano fatti alla vite erano regolati da riti specifici: la vendemmia per esempio era uno dei riti più importanti; al flamen dialis, una sorta di  cerimoniere rituale, spettava il compito di bandirne l'avvio.
Per quanto riguarda la sua conservazione (come è già stato approfondito in altri post), erano le botti o contenitori in terracotta le due tipologie preferite. Quando veniva conservato attraverso il primo mezzo il luogo di conservazione era il solaio o fumarium, locale dove arrivavano i fumi derivanti dagli usi domestici. Il fumo e il calore acceleravano il processo d'invecchiamento del prodotto, così vini che erano di fatto giovani avevano un gusto "invecchiato".
Questa tipologia di vino riscontrò molta fortuna specialmente in età imperiale, mentre quello invecchiato naturalmente era più difficile da reperire sul mercato.

(anfore manifattura romana)

Dalla fine del I secolo a.C. la richiesta di vino da parte dei ceti poveri subì un aumento così elevato che il mercato rispose con vini scadenti.
Nelle tabernae, locali frequentati dai ceti bassi, esso era contenuto in recipienti murati al bancone ; ovviamente era stemperato con acqua e addizionato con miele e aromi. Data la scarsa qualità i casi di frode e annacquamento erano molto frequenti. In inverno vicino al bancone , su un fornello, si teneva un grande recipiente pieno d'acqua  bollente con cui mescolare il vino per ottenere una bevanda calda.
Diverso era il vino ad uso domestico delle case dei ricchi: prima del pranzo veniva servito il mulsum, mosto mescolato con miele a cui seguivano poi, durante il pasto, vini diversi e diluiti.
I vini prima di essere serviti venivano filtrati in giunchi o nei "sacchi vinarii", composti da tessuto di lino e intrisi di oli essenziali. Un'altra filtrazione avveniva a tavola con colini metallici.
Durante i banchetti esistevano appositi crateri contenenti acqua, indispensabile per miscelare il vino.
La decisione della proporzione tra i due veniva presa dall'arbiter, scelto tra i commensali.
Per prelevare il vino e servirlo nei calici vi erano vari utensili: simpulum, mestolo a manico lungo usato per attingere da crateri molto profondi, che fu presto sostituito dalcyathus, tazza con un manico che permetteva di attingere senza bagnarsi le dita; olpe, equivalente della caraffa odierna e l'oinochoe, evoluzione dell'olpe  con imboccatura  a orlo trilobo.

(preparazione del vino, mosaico romano)

Con la crisi del basso impero la qualità dei vini italiani cominciò a diminuire e la Spagna divenne ben presto la maggior produttrice. La coltivazione della vite secondo Columella stava via via peggiorando , divenendo approssimativa. Tra le molteplicità di fattori incorsi bisogna ricordare che, sotto certi aspetti, fu proprio lo sviluppo più ampio della viticoltura in Occidente e Oriente a determinare una stasi in Italia.
I vari tentativi fatti per migliorare la situazione non furono efficaci. Questo fino all'intervento di Domiziano che emanò un editto per disciplinare la produzione agricola in tutti i territori assoggettati a Roma. Le invasioni barbariche e la cultura dei popoli del nord contribuirono enormemente a determinare la situazione vinicola pessima italiana, facendo calare quantità e qualità.
La produzione vinicola subì nuovo impulso grazie all'opera degli ordini monastici nei primi secoli del Medioevo, ma questo sarà oggetto di analisi della successiva avventura.

mercoledì 22 ottobre 2014

I cibartisti a Brerart.



Dal 20 al 25 Ottobre 2014 si svolge presso il quartiere di Brera a Milano "Cibartisti IN LIVE", kermesse che unisce arte e cibo. I Cibartisti sono artisti che plasmano il cibo e lo utilizzano per comporre opere e installazioni trasformando i prodotti dell'agroalimentare in vere e proprie opere d'arte. Contemporaneamente vi sarà la presenza di cuochi che interpreteranno con immagini grafiche e pittoriche i propri piatti.
L'evento di apertura è stato il 20 ottobre. Gli show room saranno attivi dal 21 al 24 Ottobre a partire dalle ore 18.45. L'evento di chiusura si terrà il 25 Ottobre presso Dream Factory in Corso Garibaldi 117.
L'intera manifestazione ruota attorno al concetto di innovazione legata al design di tutto ciò che riguarda i cibi, a partire dall'ispirazione data dalle opere d'arte prodotte dai Cibartisti. Giovani chef italiani affiancheranno gli artisti: Paolo Cassarà, Rossella Ramanzini, Fabrizio Tedeschi, Cesare Gozzetti, Oliviero dall'Asia, Natalia Elena Massi, Gatto Nero e Giovanni Manzoni.
Un evento unico in cui il cibo, che di per sé è arte, diventa mezzo attraverso cui questa si manifesta ma anche spunto di analisi delle connessioni presenti tra questi due mondi apparentemente lontani, che invece sono da sempre legati l'uno all'altro. Contenitore dell'evento è Gaggenau, il marchio tedesco sinonimo per eccellenza di innovazione nel mondo degli apparecchi da cucina.
Un evento diverso e insolito (forse), ma che  consiglio vivamente: l'arte non è affatto lontana dal cibo, come in un passato recente hanno dimostrato Piero Manzoni, Marina Abramovic e tanti altri. Forse attraverso essa potremo conoscere e apprezzare meglio prodotti e scoprire gli arcani misteri di un'arte che si dissolve in pochi istanti e diventa (in tutti i sensi) parte di noi. Potremo finalmente dire di averla assimilata?!.

sabato 18 ottobre 2014

L'olivo e i ricordi...

Olio con sapiente arte spremuto
dal puro frutto degli annosi olivi,
che cantan "pace!" in lor linguaggio muto
degli umbri colli per solenti clivi,
chiaro assai più liquido cristallo,
fragrante quale oriental unguento,
puro come la fè che nel metallo
concavo t'arde sull'altar d'argento,
le tue rare virtù non furo ignote
alle mense d'Orazio e di Varrone
che non sdegnàr cantarti in loro note...

(G. D'Annunzio)

 
 
 
 
 
(...) Così dentro una nuvola di fiori, che dalle mani angeliche saliva e ricadeva in giù dentro e di fori sovra candido vel cinta d'uliva donna m'apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva"

(Dante, Divina Commedia, II, XXX, 28-33)





(...)  Io combatto duramente per catturare quest'olivo. E' d'argento, un attimo dopo è più azzurro, tutto insieme è verde, un pizzico di bronzo, contro il giallo, rosa, blu, porpora, arancio e ocra"

(Vincent van Gogh)

 
 
A piedi del vecchio maniero
che ingombrano l'edera e il rovo;
non altro,
di vivo;
che stilla e si leva, ed a spire
poi torna, turbato nel covo,
chi sa? Dall'andare e venire
d'un vecchio balivo:
a' piedi dell'odio che, alfine,
solo è con le proprie rovine,
piantiamo l'ulivo!
L'ulivo che agli uomini appresti
la bacca ch'è cibo e ch'è luce,
gremita, che alcuna ne resti
pel tordo sassello;
l'ulivo che ombreggi d'un glauco
pallore la rupe già truce,
dov'erri la pecora e rauco
chiami l'agnello;
l'ulivo dia le vermene
per figlio dell'uomo, che viene
sul mite asinello (...)

(Giovanni Pascoli)

 
 

mercoledì 15 ottobre 2014

Fortuna di un frutto, frutto che porta fortuna: la melagrana.

La Punica Granatum L. ha origini antiche e, più precisamente, asiatiche (Persia e Afghanistan) e del Nord Africa. Essa arrivò in Europa attraverso le rotte commerciali marittime dei mercanti Fenici.
Clemente Alessandrino (Atene 150 d.C. circa, Cappadocia, 215 d.C. circa), teologo, filosofo, apologeta e scrittore cristiano, racconta che si tramandava fosse nata dal sangue di Dioniso.


(Lastra con Dioniso e Demetra in trono. Necropoli
di Crisafa, Sparta, 550-540 a.C., Staatliche
Museum, Berlino) 

E' portatrice di molteplici significati religiosi e profani: fertilità, fecondità, ricchezza e abbondanza a cui si sommano fratellanza, solidarietà, bellezza e amor appassionato.
In diverse culture la buccia è simbolo dell'involucro che tiene unita una molteplicità di differenze e fa in modo che la ricchezza di ciascuna di esse non si perda.
In Egitto il succo veniva aggiunto alla birra per trasformarla in una bevanda magica da usare durante i riti religiosi di propiziazione.  La sua funzione nei rituali esoterici non termina qui ma continua nel corso della storia: nell'antica Grecia era considerata un frutto sacro a Giunone, sposa di Giove e a Venere. Inoltre secondo il mito, Proserpina figlia di Cerere e Zeus, fu legata per l'eternità a Plutone, suo rapitore, per averne mangiato i chicchi; da qui la credenza che questo frutto rendesse inscindibile il matrimonio.
La nostra protagonista è stata ed è il simbolo del legame coniugale (come è già stato accennato prima) e delle sue componenti in epoche e culture assai diverse. Nell'antica Roma le spose erano solite intrecciare fra i capelli rami di melograno, come auspicio di fertilità e ricchezza ma anche di giustizia ed equilibrio, dovuto al fatto che il contrappeso della bilancia della giustizia aveva, secondo le credenze antiche, forma di melagrana.
Come già spiegato, per molte culture ancora oggi è simbolo beneaugurale per i novelli sposi: in Dalmazia il novello sposo trasferisce una pianta di melograno dal giardino del suocero  al suo, come augurio di una prole numerosa; in Turchia le spose finita la cerimonia scagliano a terra una melagrana matura, il numero dei chicchi fuoriusciti corrisponde al numero dei figli che avranno; infine in India, secondo le usanze locali il succo di questo frutto combatte la sterilità e assicura una prole numerosa.
Essa fu conosciuta certamente anche dal popolo ebraico: il Cantico dei Cantici descrive la sposa amata e la fecondità della Terra Promessa tramite la metafora della melagrana.

(il melograno, arte giudaica, dalle rovine di Cafarnao)

Secondo una particolare superstizione del nostro paese, la corteccia essiccata, polverizzata e unita all'incenso  utile per eliminare le energie negative.
La sua presenza non può mancare nemmeno nella simbologia di matrice cristiana: ad essa si attribuisce il significato simbolico della Chiesa, ovvero dell'istituzione formata da tante persone con un'unica fede. E' anche il simbolo del sangue di Cristo e dei martiri. Per Picinelli rappresenta il segreto nascosto e la protezione, il piacere amoroso dolce ed aspro allo stesso tempo.

(Madonna del melograno, Botticelli, 1478,
Galleria degli Uffizi, Firenze)

I pittori del XV e XVI secolo dipingevano spesso una melagrana in mano a Gesù bambino, riferendosi alla nuova vita donataci da Cristo. Durante tutto il Quattrocento il disegno della melagrana era assai diffuso nelle decorazioni pittoriche di Piero della Francesca, Donatello, Verrocchio, Michelozzo e Rossellino ma anche nei preziosi tessuti destinati ai paramenti liturgici o ai nobili.
Un esempio della sua presenza nei quadri raffiguranti famiglie nobili lo troviamo nel quadro di Cornelis de Vos, di collezione privata, in cui la melagrana tenuta nelle mani della nobildonna è un chiaro riferimento alla fertilità.
Oltre alla proprietà afrodisiaca essa è stata considerata sempre portatrice di numerose virtù benefiche che la resero da sempre un frutto molto ben apprezzato.
In tempi recenti essa fu presente anche nell'arte moderna, cito il quadro di Salvador Dalì posto qua sotto.



Curiosità, simbolismi e tante avventure culturali racchiusi in un frutto curioso e straordinario.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

giovedì 9 ottobre 2014

I diamanti della terra: favolosi tartufi!

Come è già stato visto per tanti altri prodotti della terra, il tartufo sembra sia conosciuto da un'età remotissima, questo però non lo si può affermare con certezza perché non sono state trovate prove valide che gli storici dell'antichità nei loro trattati e scritti parlassero realmente di questo o un particolare fungo ipogeo; di conseguenza è solo  un'ipotesi la  sua presenza nella dieta dei Sumeri ed Ebrei intorno al 1700-1600 a.C. . I papiri in Egitto, tuttavia, documentano con certezza che anche Cheope (circa 2600 a.C.) era ghiotto di questo prodotto che amava  consumarlo ricoperto di grasso d'oca e cotto.
Il nostro protagonista non ebbe nel corso della storia solo una funzione alimentare: Platone, filosofo greco, né "Il Simposio" affermava che i tartufi cotti sotto la cenere erano molto efficaci per il successo degli incontri amorosi, credenza confermata anche da Galeno. Questa convinzione permase anche nel mondo romano, che lo dedicò a Venere, dea dell'amore.
Dal I secolo d. C., grazie al filosofo greco Plutarco di Cheronea, si tramandò la credenza che questa primizia nascesse dall'azione combinata di acqua, calore e fulmini. Da ciò trassero ispirazione molti scrittori e poeti: Giovenale spiegò la sua origine come il frutto di un fulmine scagliato da Giove in prossimità di una quercia.
Molti studiosi sostengono che i tartufi che si consumavano nell'antica Roma fossero di pessima qualità; nonostante ciò i prezzi erano elevatissimi. Nella sua V Satira, Giovenale parla proprio di una contrapposizione tra una tavola povera e una ricca, spiegando che sulla i tartufi erano immancabili.
Apicio nel "De re Coquinaria" (VII libro) descrive addirittura sette ricette per cucinarlo al meglio. Nonostante tutta questa fama e attenzione i tartufi bianchi non venivano considerati e rimanevano cibo per cinghiali o maiali oppure per la gente povera che non poteva permettersi gli altri.
L'interesse nei confronti di questi profumatissimi doni della terra calò durante il Medioevo a causa della diffusa convinzione che, essendo un "frutto ipogeo" e scuro, fossero diabolici e peccaminosi.



Bisogna però precisare che non per tutte le classi sociali questo era vero: per quelle elevate rimaneva comunque un qualcosa di ambito e prelibato. A tal proposito dalle cronache del tempo, Sant'Agostino, ringraziò più volte pubblicamente Felice, vescovo di Treviri, per la squisitezza che gli aveva mandato.
La loro fama di validi afrodisiaci valicò gli spazi culturali e secolari: Lucrezia Borgia, dopo averli assaggiati ad Acqualagna durante il suo viaggio verso Roma (il 1502), li consumava frequentemente prima degli incontri con i vari amanti. Inoltre narrano le cronache che quando Caterina de' Medici si trasferì in Francia per sposare Enrico II portò con sé:
"maestri di cucina e di pasticceria, particolarmente bravi anche nel preparare ricette con i tartufi".
Esso venne considerato una vera e propria primizia anche i secoli successivi nonostante il permanere della convinzione che fosse simbolo del peccato.
Il conte Camillo Benso di Cavour lo utilizzò nelle sue attività politiche come mezzo diplomatico, Gioacchino Rossini lo definì "il Mozart dei funghi", lord Byron lo teneva sulla sua scrivania affinché il suo profumo gli destasse la creatività e Alexandre Dumas lo definì il sancta sanctorum della tavola.
Per quanto riguarda l'ambito artistico, esso fu molto presente nelle nature morte e nei quadri raffiguranti le cucine d'alto livello.
Nel 1929 Giacomo Morra, guru dei tartufi, fece il primo tentativo di pubblicizzarlo all'interno della già consolidata fiera d'Alba, con un'esposizione dei migliori tartufi raccolti, ottenendo un successo così grande da diventare poi negli anni successivi, un punto fisso delle feste vendemmiali.
Il pubblico gradì così tanto questa iniziativa che nel 1930 il giornale "The Observer" si occupò, con un esteso articolo, della fiera d'Alba.
La sua fama nei decenni successivi aumentò sempre più, divenendo così una costante nelle proposte dei ristoranti di alto livello e presso i veri intenditori.

(cercando tartufi, Mara Pia Mascaretti)

sabato 4 ottobre 2014

L'oro del Mediterraneo: l'olio d'oliva nell'antichità.

Il percorso che ha fatto questo liquido così profumato e saporitissimo per arrivare fino a noi è una vera e propria Odissea fatta di bivi, discese e salite.
Coltivato o domesticato deriva da quello selvatico che cresce nei luoghi isolati e rupestri, ovvero i paesaggi dell'area mediterranea. Dalla pianta selvatica si ricavava un olio amaro il cui utilizzo era assai limitato (parlando anche dell'ambito alimentare).
Già i Greci conoscevano diverse varietà di olivi selvatici a cui diedero nomi diversi: agrielaia, kòtinos, dhulia; mentre i Romani le riunirono tutte sotto la denominazione "oleaster".
Nonostante le conoscenze profonde e differenziate di queste due grandi civiltà, la patria d'origine dell'olio sembra essere l'Asia Minore, esso infatti era conosciuto da popoli semitici  come gli Armeni e gli Egiziani.
La trasformazione dell'olio selvatico in domestico si ebbe ad opera delle popolazioni della Siria. L'uso di coltivare l'olivo passò dall' Asia Minore alle isole dell'arcipelago e quindi in Grecia. Sotto questo aspetto ogni civiltà rivendicò la paternità di questa pianta: gli Egizi la consideravano una creazione di Iside, i Greci di Atena e i Romani di Minerva. Nella mitologia greca un giorno vi fu un'aspra contesa tra Atena e Poseidone per il possesso dell'Attica. Per risolvere il bisticcio Zeus propose di affidare quella terra a chi avrebbe apportato all'umanità il maggior beneficio, vinse Atena che portò a Zeus un ramo d'olivo carico di frutti capaci di:

"... fornire la fiamma per illuminare le notti, lenire le ferite e produrre un cibo prezioso, nutriente e gustoso".

(Eracle, Atena e l'olivo sacro)

Questo racconto mitologico si ricollega alla leggenda secondo cui l'ulivo giunse in Grecia in occasione della fondazione della città di Atene nel 1582 a.C., portato dal suo fondatore Cecrope.
In onore della vittoria di Atena nella disputa, si celebravano le feste panatenee, durante le quali gli atleti vincitori ricevevano anfore colme di olio prezioso. Queste ultime avevano una forma molto particolare: copro panciuto, collo breve, fondo stretto e piccole anse "a maniglia", dette proprio per l'evento sopra citato panatenaiche.
L'olio attico era considerato il migliore ma erano apprezzati molto anche quello di Sicione, Eubea, Samo, Cirene, Cipro e alcune regioni della Focile.
Nella Magna Grecia invece le zone più floride per la coltura dell'olivo erano Sibari, Taranto, Venafro, Sabina, Piceno e la Liguria.
Nonostante l'olivo esigesse molte cure e il processo di produzione dell' "oro liquido" fosse complesso, i Greci perfezionarono molte tecniche perché esso non aveva solo una funzione alimentare ma cosmetica, farmacologica e rituale. In tal senso anche presso gli Egizi l'olio era molto utilizzato in campi molto diversi tra loro (compreso il processo di imbalsamazione).

(particolare di vaso di manifattura greca)

A seconda dell'uso a cui erano destinate le olive venivano raccolte a diversi stadi di maturazione: ancora acerbe (olive albae o acerbae), non completamente mature (olive variae o fruscae) e mature (olive nigrae). Per non danneggiarle si staccavano con le mani e quelle che erano poste troppo in alto venivano raccolte per mezzo di bastoni molto lunghi e flessibili (ractriai in greco).

(particolare di un vaso che documenta il tipo di raccolta
appena descritta)

La vendita al dettaglio non avveniva solo in campagna o nelle botteghe ma anche nell'agorà.
Per quanto riguarda il territorio italiano sono documentati ritrovamenti di noccioli di oliva fino al Neolitico; questo non vuol dire però che già in epoca preistorica l'ulivo venisse coltivato. Inoltre il tempo intercorso tra la fase di semplice conoscenza di questo frutto e il suo reale utilizzo in ambito agricolo sembra abbastanza lungo.
Questo aspetto è comunque molto importante perché fa sorgere dubbi sulle teorie che sostengono che l'ulivo sia stato introdotto in Italia dai primi coloni greci. Il vero problema è invece definire quando sia cominciata la loro coltivazione sul territorio italiano.
A tal proposito le fonti linguistiche, letterarie e archeologiche evidenziano che fra l'VIII e il VII secolo a. C. esistevano già colture organizzate che, grazie al clima favorevole, consentivano l'ottenimento di un surplus di prodotto che veniva destinato agli scambi commerciali.
In ambito alimentare fu uno dei prodotti principali dell'antichità classica. Nel mondo romano non si utilizzava altro prodotto per cucinare e condire, i più rinomati erano: l'olio verde di Venafro, come attestato da Marrone, Plinio, Orazio e Stradone; e il Liburnia in Istria. Quello africano era considerato di pessima qualità e veniva quindi utilizzato per l'illuminazione.

(mosaico arte romana)

Già durante la civiltà greca e romana esistevano i truffatori, vi sono documenti a tal proposito che attestano episodi di commercianti o produttori poco onesti. In tal senso il mondo romano per tutelare l'acquirente varò alcune leggi che avevano la funzione di contrastare questi episodi.
Poiché l'olio non subiva trattamenti, per prolungarne la vita (quelli che vengono fatti ora), ad esso era addizionato sale per scongiurare pericolosi irrancidimenti.
E' noto inoltre che l'olivo che si otteneva dalla torchiatura era piuttosto denso e che, per renderlo più fluido, occorreva riscaldare l'ambiente in cui veniva prodotto per evitare che si rapprendesse e, proprio per questo, l'olio molto spesso  aveva un odore di fumo.
Altre volte, grazie al clima della zona dove veniva prodotto, era sufficiente che il locale di torchiatura fosse rivolto a sud ed esposto ai raggi del sole.
Molti autori ed intellettuali antichi parlarono nelle proprie opere delle fasi di produzione dell'olio.  Il frantoio romano venne descritto minuziosamente da Columella (I secolo d.C.) e risulta essere simile a quello moderno.
L'interesse che hanno mostrato questi intellettuali evidenzia chiaramente come l'alimentazione e la cultura siano due facce della stessa medaglia e non si può considerarne una senza tener conto anche dell'altra.

giovedì 2 ottobre 2014

Simbolismo religioso del vino nella storia: parte II (il Cristianesimo).

"Mi siano i tuoi seni come i grappoli della vite,
 il profumo del tuo respiro come quello dei cedri
 e il tuo palato come ottimo vino
che scenda diritto alla mia bocca
e fluisca sulle labbra e sui denti"

Così dice il Cantico dei Cantici (7,9 - 10). Che il vino sia stato un elemento importante nelle religioni antiche è scontato, ma esso lo è ancor più in quella ebraica e cristiana. Citato frequentemente sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento, esso assume significati assai diversi: da fonte di vita a causa della perdita della ragione (pensiamo all'episodio in cui Noè si ubriaca), fino ad arrivare alle simbologie cristologiche del Nuovo Testamento.

(Paolo Uccello, Sacrificio ed ebbrezza di Noè, dalle storie
di Noè, 1430 circa, Firenze, Santa Maria Novella, Chiostro Verde)

Sono proprio questi ultimi i costituenti della dottrina cristiana.
I riferimenti al vino nei vangeli sono molti, ne cito solo alcuni: la coltivazione della vigna (Matteo 20, 1-6), la remunerazione degli operai (Marco 12, 1-12) e i vignaioli omicidi (Matteo 21, 33-39).
E' noto a tutti come esso sia simbolo della passione di Cristo e del suo sangue sparso sulla croce, ma sono meno note le ripercussioni di ciò sul tessuto agricolo degli inizi del Medioevo.
Con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente e il contemporaneo avvento delle dominazioni dei popoli barbari, la coltura della vite (di tradizione romana e greca) cadde in disuso. Solo grazie al lavoro dei monaci che la coltivavano per avere vino ad uso liturgico essa ritornò lentamente (ma inesorabilmente) in auge.
Il significato che il vino assume nella messa viene spiegato bene da Tommaso d'Aquino (Roccasecca, 1225-Fossanova, 7 marzo 1274), santo e dottore della Chiesa:

"il sacramento dell'eucarestia può essere celebrato soltanto con il vino della vite (...) perché il vino fatto con l'uva è in un certo senso l'immagine degli effetti del sacramento: con questo voglio dire che la gioia dello spirito, perché sta scritto che il vino rende lieto il cuore dell'uomo".

Nell'esegesi biblica esso rappresenta inoltre la conoscenza della legge, intelligenza spirituale e vita contemplativa.
Nell'arte il vino assume differenti significati: può rientrare in opere che illustrano episodi della Bibbia (come è già stato accennato), come simbolo di Cristo e della sua passione ma anche in quadri "profani" che hanno tra i soggetti principali il nostro protagonista.
La parte simbolica legata al Cristianesimo è comunque la componente più rilevante delle rappresentazioni sopra citate, come possiamo notare nei due esempi qua sotto.




Il primo quadro è opera di Tiziano, l'Ultima Cena, 1542-1544, Urbino, Palazzo Ducale. Il vino situato al centro del tavolo rappresenta una chiara traduzione pittorica della storia evangelica nella quale Cristo stesso chiamò il vino suo sangue, offrendone a tutti i suoi discepoli. Il pane completa il significato eucaristico mentre l'agnello rimanda al sacrificio sulla croce.
Il secondo quadro invece di Duccio di Buoninsegna, Maestà Le nozze di Cana, illustra il primo miracolo di Cristo, compiuto ancor prima del manifestarsi al popolo della sua vocazione messianica. E' proprio il vino il protagonista di questo evento miracoloso, elemento che annuncerà il destino del "Nuovo Agnello".
Quale ruolo assume questa bevanda nelle altre religioni? Quali sono i significati e i rituali presenti? Tutto ciò sarà oggetto della successiva analisi.