mercoledì 23 luglio 2014

I fichi tra arte, storia e tradizioni.

Il rapporto tra l'uomo e i fichi è millenario, secchi o freschi fin dalle origini furono apprezzati e consumati nei pasti, utilizzati come ingrediente nei dolci e presenti nelle occasioni speciali.
Come per molti altri alimenti, il fatto di essere l'uno o l'altro fu da  sempre un discriminante importante: i primi erano consumati esclusivamente dai ricchi mentre i secondi erano per i ceti bassi risorsa fondamentale nei mesi in cui la natura non forniva frutta fresca (per intenderci il periodo autunno-invernale). La grande quantità di dolci presenti nel territorio italiano e differenti da regione a regione testimonia come questo frutto oltre che essere molto importante fosse anche particolarmente apprezzato.

(Luis Eugenio Meléndez, Natura morta con fichi, 1770,
Parigi, Louvre)

Il loro rapporto con l'uomo nacque durante la Preistoria e si consolidò poi con le civiltà greca e romana. Durante la prima si pensava che essi fossero il dono di Dioniso mentre presso i romani trovarono posto in molte opere di autori, citandone solo alcuni: Orazio, Plinio e Plutarco. Quest'ultimo nelle "Vite parallele" opera composta da 23 coppie di biografie, ognuna narrante la vita di un uomo greco e di uno romano insieme a quattro vite spaiate, racconta la storia di Catone, che nel sollecitare la terza guerra punica si presentò in senato con un fico fresco dichiarando che era stato colto tre giorni prima a Cartagine e che quindi Roma avrebbe dovuto temere un nemico che distasse solo tre giorni di navigazione.

(arte pompeiana)

Essi sono presenti anche nella Bibbia: l'albero del fico è spesso citato nell'Antico e nel Nuovo Testamento, il frutto rimanda alla creazione e all'abbondanza, usato spesso al posto dell'albero di mele come albero della conoscenza nel Paradiso mentre la foglia è menzionata nella Genesi (Gn 3,7) come simbolo della caduta dell'uomo. A riguardo ricordo l'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, mirabile esempio di quanto appena affermato.

(Particolare dell'affresco di Michelangelo)

Nell'esegesi biblica il termine "fico" sta a significare fecondità per la gran quantità di frutti prodotti dall'albero tre volte l'anno. Misticamente inoltre rappresenta la sinagoga dei giudei e il Vecchio Testamento; nell'ultimo episodio della caduta rappresenta due aspetti divergenti: la vergogna del peccato compiuto ma anche la soavità della mente.
Anche nei secoli successivi la sua accezione positiva permase. Nel Rinascimento venne considerato frutto saporito e benefico da Platina nel suo Mundus Symbolicus, Picinelli sosteneva che esso rappresentasse l'uomo religioso, poiché sotto una buccia rugosa e poco attraente nasconde una polpa dolcissima come la virtù.
Esso ebbe un ruolo importante anche dal punto di vista alimentare per molto tempo (come del resto è già stato affermato): gli autori antichi menzionano spesso pasti frugali composti da pane d'orzo, formaggio caprino e fichi; una produzione abbondante era, di conseguenza, fondamentale. Tournefort, botanico francese del XVII secolo, osservava che i fichi delle isole greche producevano fino a 280 libbre di frutti mentre quelli coltivati in Francia nella stessa epoca ne davano poco più di 25.
Nell'arte trovano posto nelle nature morte, lei libri botanici e nelle opere fatte per far conoscere le varie tipologie di frutta. Un esempio di quanto detto è presente qua sotto: di Bartolomeo Bimbi, Fichi, 1690-1700, Firenze, Galleria Palatina.
I frutti illustrati dall'artista nelle sue opere sono divisi per stagioni di maturazione: in questo caso l'estate; si tratta di veri e propri inventari dipinti di frutta e verdura, arricchiti da cartigli didascalici.


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