mercoledì 30 luglio 2014

All'origine dei ristoranti.

Ripercorrere la storia dei ristoranti è un modo diverso ma valido per conoscere meglio i luoghi che tutti noi frequentiamo.
Il consumo pubblico e quello privato sono facce della stessa medaglia, attraverso il primo però le persone non solo soddisfano uno dei bisogni primari (mangiare) ma scambiano idee, opinioni e rapporti interpersonali diversi a seconda del luogo (taverna, ristorante, osteria,...), per dirla in poche parole: socializzano.
Le origini dei ristoranti affondano nell'antichità e sono connesse all'esigenza pratica dei commercianti e di chi si spostava spesso per lavoro di consumare pasti fuori casa.
La nascita del ristorante moderno non fu però automatica ma frutto dell'elaborazione sociale e culturale del "concetto" del ristorante, già esistente. Fu la Francia la patria dove l'uno e l'altro nacquero e si svilupparono per primi. Negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione Francese si moltiplicarono le trattorie che avevano una più ampia offerta di piatti con però piccoli tavoli apparecchiati destinati ad un numero di clienti prefissato. Già nel 1782 Antoine Beauvillers, abbandonato il servizio al conte di Provenza (che diventerà successivamente Re Luigi XVIII), aprì un ristorante con queste caratteristiche a Parigi.

(Pierre- Auguste Renoir, Locanda di
Mére Anthony, 1866, Stoccolma,
Nationalmuseum)

La funzione principale del "proto-ristorante" era però diversa da quella che andò poi delineandosi, a tal proposito va ricordato che proprio a Parigi intorno al 1760 esso era un punto fermo per coloro che avevano bisogno di rimettersi in salute: veniva servito infatti un brodo o zuppa che aveva la funzione di corroborare e, al tempo stesso, vi era la possibilità di consumare piatti a prezzo fisso.
Durante l'epoca del terrore essi divennero un ottimo ritrovo per gli aristocratici grazie alla discrezione che offrivano.
Nello stesso periodo i cuochi impiegati presso le dimore nobili cittadine, rimasti sena lavoro, crearono spazi pubblici dove la loro arte potesse soddisfare un numero sufficiente di avventori per permettere la loro sopravvivenza. Sotto quest'ottica i locali appena citati si differenziarono ancora di più dalle taverne.
Durante l'epoca napoleonica queste connotazioni andarono sparendo facendoli diventare unicamente luoghi di degustazione gastronomica.
E' interessante notare a questo punto come, di fatto, non vi sia stato un fattore scatenante ma una multifattorialità in cui la sociologia, il costume, le esigenze pratiche, sommati assieme determinarono un cambiamento progressivo e inesorabile.
A inizio Novecento fino al dopoguerra e soprattutto in Italia i ristoranti divennero luoghi  destinati alla medio borghesia in cui la gente povera non poteva che sognare di entrare per rimpinzarsi, ma del resto se fosse entrata si sarebbe trovata in un luogo del tutto diverso da quello a cui era abituata ; accade così nel film del 1948 "ladri di biciclette" di Vittorio De Sica.
La rappresentazione di questi luoghi avviene anche nell'arte, prendiamo per esempio il quadro di Vincent van Gogh "Interno di ristorante" del 1887 (presente qua sotto).


Qui viene rappresentato ciò che è stato detto sulla disposizione dei tavoli e la tipologia di ambiente. La tovaglia bianca fin dall'antichità conferiva pulizia e decoro alla tavola e i fiori sul tavolo (retaggio antico) rendono molto più accogliente il vuoto locale. Come già affermato infine i tavoli piccoli e curati si differenziano molto da quelli delle taverne e delle osterie.
Dopo gli anni Cinquanta e il boom economico che investì anche l'Italia si assistette ad una costante evoluzione e differenziazione del concetto di ristorante; ancora oggi questo ambiente è in costante evoluzione, cercando di soddisfare sempre le aspettative di una clientela sempre più esigente e preparata.

mercoledì 23 luglio 2014

I fichi tra arte, storia e tradizioni.

Il rapporto tra l'uomo e i fichi è millenario, secchi o freschi fin dalle origini furono apprezzati e consumati nei pasti, utilizzati come ingrediente nei dolci e presenti nelle occasioni speciali.
Come per molti altri alimenti, il fatto di essere l'uno o l'altro fu da  sempre un discriminante importante: i primi erano consumati esclusivamente dai ricchi mentre i secondi erano per i ceti bassi risorsa fondamentale nei mesi in cui la natura non forniva frutta fresca (per intenderci il periodo autunno-invernale). La grande quantità di dolci presenti nel territorio italiano e differenti da regione a regione testimonia come questo frutto oltre che essere molto importante fosse anche particolarmente apprezzato.

(Luis Eugenio Meléndez, Natura morta con fichi, 1770,
Parigi, Louvre)

Il loro rapporto con l'uomo nacque durante la Preistoria e si consolidò poi con le civiltà greca e romana. Durante la prima si pensava che essi fossero il dono di Dioniso mentre presso i romani trovarono posto in molte opere di autori, citandone solo alcuni: Orazio, Plinio e Plutarco. Quest'ultimo nelle "Vite parallele" opera composta da 23 coppie di biografie, ognuna narrante la vita di un uomo greco e di uno romano insieme a quattro vite spaiate, racconta la storia di Catone, che nel sollecitare la terza guerra punica si presentò in senato con un fico fresco dichiarando che era stato colto tre giorni prima a Cartagine e che quindi Roma avrebbe dovuto temere un nemico che distasse solo tre giorni di navigazione.

(arte pompeiana)

Essi sono presenti anche nella Bibbia: l'albero del fico è spesso citato nell'Antico e nel Nuovo Testamento, il frutto rimanda alla creazione e all'abbondanza, usato spesso al posto dell'albero di mele come albero della conoscenza nel Paradiso mentre la foglia è menzionata nella Genesi (Gn 3,7) come simbolo della caduta dell'uomo. A riguardo ricordo l'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, mirabile esempio di quanto appena affermato.

(Particolare dell'affresco di Michelangelo)

Nell'esegesi biblica il termine "fico" sta a significare fecondità per la gran quantità di frutti prodotti dall'albero tre volte l'anno. Misticamente inoltre rappresenta la sinagoga dei giudei e il Vecchio Testamento; nell'ultimo episodio della caduta rappresenta due aspetti divergenti: la vergogna del peccato compiuto ma anche la soavità della mente.
Anche nei secoli successivi la sua accezione positiva permase. Nel Rinascimento venne considerato frutto saporito e benefico da Platina nel suo Mundus Symbolicus, Picinelli sosteneva che esso rappresentasse l'uomo religioso, poiché sotto una buccia rugosa e poco attraente nasconde una polpa dolcissima come la virtù.
Esso ebbe un ruolo importante anche dal punto di vista alimentare per molto tempo (come del resto è già stato affermato): gli autori antichi menzionano spesso pasti frugali composti da pane d'orzo, formaggio caprino e fichi; una produzione abbondante era, di conseguenza, fondamentale. Tournefort, botanico francese del XVII secolo, osservava che i fichi delle isole greche producevano fino a 280 libbre di frutti mentre quelli coltivati in Francia nella stessa epoca ne davano poco più di 25.
Nell'arte trovano posto nelle nature morte, lei libri botanici e nelle opere fatte per far conoscere le varie tipologie di frutta. Un esempio di quanto detto è presente qua sotto: di Bartolomeo Bimbi, Fichi, 1690-1700, Firenze, Galleria Palatina.
I frutti illustrati dall'artista nelle sue opere sono divisi per stagioni di maturazione: in questo caso l'estate; si tratta di veri e propri inventari dipinti di frutta e verdura, arricchiti da cartigli didascalici.


giovedì 17 luglio 2014

Il mais....



"Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granoturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi nell'aria,  ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato. "Quest'è un luogo da ritornarci", dissi, e scappai quasi subito sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano ... Quel che mi dice il campo di granoturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva far nulla ... Ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata, e le mie risposte erano state i gesti cauti, a volte bruschi, con cui scostavo le foglie taglienti, mi chinavo ai convolvoli, e al di là degli steli alti ficcavo lo sguardo al vuoto del cielo".

(Cesare Pavese, da "Racconti" )


"I colori del mais
li accantona il fuoco:
il rosso la brace, il giallo la scintilla,
il bianco il calore, il nero la pupilla
di chi guarda il fuoco e tace.
I colori del mais
assomigliano un poco
al malcelato fuorigioco di una punta (...)
I colori del mais, chi scommette
sul male che si scava soffoca e rispunta,
la fede che uno ammette
o rinnega, se s'interroga
fuori davanti al fuoco (...)
I colori del mais sono i punti cardinali (...)

(Pietro Roversi, I colori del mais)



" (...) Cantano a sera intorno a lei stornelli
le fiorenti ragazze occhi pensosi,
mentre il granoturco sfogliano, e i monelli
ruzzano nei cartocci strepitosi"

(Giovanni Pascoli, Galline)

martedì 15 luglio 2014

La mietitura ...



"La raccolta del grano era nel suo massimo ardore. Il campo sconfinato di un giallo luccicante era limitato, solo da una parte, dall'altra, azzurreggiante foresta.
Tutto il campo era coperto di covoni e di gente.
Nell'altro folto grano si vedeva qua e la, sul campo mietuto, la schiena curva di una mietitrice, lo sbatter delle spighe, quando essa le prendeva fra le dita; una donna all'ombra e i covoni dispersi qua e la per la seminagione.
Dall'altra parte contadini ritti sui carri affastellavano i covoni e sollevavano polvere sul campo arso, rovente."

(Lev Tolstoj, racconto "La mietitura")


 
 
 
"Il grano nella sua biondezza antica,
 ardente e secco, chiede mietitura,
ché in cima alla sua gracile statura
porge a ogni bimbo una rigonfia spiga.
Lo vagheggia la madre contadina
ritta nell'ombra corta d'un pagliaio:
quanto penare prima che il mugnaio
gliela porti in morbida farina!
La cristiana alza gli occhi al sol feroce,
poi guarda i figli grondanti, il marito
gobbo nel solco e col suo nero dito
fa sopra il campo un gran segno di croce."

(Giovanni Papini, Il grano)

 
 
 
 
"Il sole splende come un secchio d'oro,
 getta scintille e fiamme alla pianura;
 a mezzogiorno tace ogni lavoro;
sotto a un'ombra si passa la calura.
Il sole, il sole batte dentro gli occhi;
giù per la faccia colano i sudori;
s'apron le spighe gialle  s'ei le tocchi;
dà forza allegra al cuor dei falciatori.

(Severino Ferrari, La mietitura)


 
 
 

mercoledì 9 luglio 2014

La fonte di tante lacrime: insostituibili cipolle.

Dalle mie parti, per chi non mi conoscesse bene parlo del territorio bresciano, è tradizione raccogliere le cipolle nel giorno dei santi Pietro e Paolo a fine giugno, pochi giorni fa. Il ricordo di questa pratica tramandata per generazioni è stato il propulsore per un nuovo viaggio gastronomico. Questo ortaggio proveniente da molto lontano, Asia centrale, fu tra i primi ad essere coltivato grazie alla facilità di coltivazione, al fatto che era difficilmente deperibile e facilmente trasportabili. Già le civiltà presenti 5000 anni fa le conoscevano, esse erano ampiamente  utilizzate dalle classi nobili e da quelle povere.
Nei Veda, antichissima raccolta di testi sacri dei popoli Arii, le cipolle vengono citate molte volte. In un testo sumero del 2500 a.C.si parla di contadini che arano un campo di cipolle del terreno del governatore.
Durante l'antico Egitto la cipolla cruda simboleggiava l'eternità per la sua struttura concentrica che veniva correlata alla struttura anatomica umana secondo la loro concezione. A tal proposito sono frequenti i casi di ritrovamenti di mummie al cui interno sono presenti cipolle. Ramsete IV infatti, morto nel 1160 a.C., ha due cipolle nelle cavità orbitarie; secondo alcuni studiosi vi era la credenza che le cipolle aiutassero il defunto a respirare ancora per un certo tempo; oltre a questa credenza spirituale vi era l'esigenza pratica degli imbalsamatori di utilizzarle per evitare il collasso delle palpebre durante il processo di imbalsamazione.
Le virtù di questo ortaggio non si fermano qui perché investirono anche l'ambito medico: sia in Egitto che nell'antica Grecia vi era la credenza che fosse un ottimo diuretico ma anche un antiparassitario dell'intestino. In Grecia prima delle competizioni gli atleti mangiavano cipolle, bevevano il loro succo e lo spalmavano sul corpo, questo in rispetto delle prescrizioni mediche di Ippocrate.
Gli antichi Romani ne erano molto ghiotti, Apicio nel suo De re coquinaria menziona molte ricette con il nostro protagonista. E' proprio durante questa civiltà che si diffonde la convinzione che siano utili per ogni male. Plinio il Vecchio specifica infatti che sono molto efficaci antidoti per favorire il sonno, guarire le ulcere della bocca, per il morso dei cani, il mal di denti, la lombaggine, la dissenteria e, per i gladiatori, (come è già stato descritto per gli atleti greci) per rinvigorire i muscoli.

(Carlo Magini, natura morta con cipolle)


Durante il Medioevo si consolidò l'idea che fossero utili per qualsiasi male e, oltre  ad essere uno degli alimenti più conosciuti e consumati dai poveri, erano insostituibili compagne dei pellegrini. In quest'ultimo caso, esse erano uno degli elementi fondamentali che non dovevano mancare nella loro bisaccia, soprattutto in virtù del loro multiforme scopo curativo.
La loro importanza era così elevata da essere utilizzate per pagare gli affitti e come doni ad amici, nobili o benefattori; successivamente furono introdotte nel Nuovo Mondo dai missionari.
Nel Settecento divennero parte integrante della dieta dei marinai per preservali dallo scorbuto che li colpiva perché non mangiavano alimenti freschi per molto tempo.
Alexandre Dumas nel suo Grand Dictionnaire de cuisine (edito nel 1873) dice che la provincia francese della Bretagna era famosa per le sue coltivazioni di cipolle, la città di Roscoff ne spediva in Inghilterra ingenti quantità ogni anno.


Durante XX secolo furono tra gli ingredienti più usati dai contadini e dalle classi povere per preparare zuppe e minestre, unica loro fonte di sostentamento.
Nella tradizione cristiana esse ebbero valenza opposta rispetto a quella che avevano nell'antico Egitto: rappresentarono la corruzione della mente e,per la caratteristica di irritare gli occhi, il dolore pungente prodotto dal peccato. Nel Mundus Symbolicus di Picinelli (agostiniano vissuto nel XVIII secolo), le cipolle  adorate dagli egizi erano simbolo di oscura femminilità e peccato. Per la magia rinascimentale cipolle e scalogni erano legati a Marte e possedevano la capacità di crescere e decrescere all'inverso delle fasi lunari; per questa ragione Picinelli le indicava come simbolo d'invidia, poiché ne è affetto chi gioisce delle difficoltà altrui.
Nell'arte moderna è fonte di ispirazione e soggetto attivo della performance di Marina Abramovic che la addenta per portare l'osservatore a riflettere sulle sensazioni che fornisce il cibo all'uomo.
Quanta storia e cultura in un piccolo ortaggio che cresce sottoterra.

venerdì 4 luglio 2014

Simbolismo religioso del vino nella storia: parte I (le antiche civiltà).

La storia del rapporto dell'uomo con il vino è millenaria e affonda le proprie radici nella cultura, nel sapere e soprattutto nelle credenze religiose. E' proprio in questo ultimo ambito che il vino diventa veicolo di simboli e significati profondi, un mezzo attraverso cui l'uomo si mette in contatto con l'essere divino. Per fare questo, riti, sacrifici e banchetti rituali erano mezzi fondamentali attraverso cui il legame appena citato poteva realizzarsi. A tal proposito, il vino era conosciuto prima della fine del IV millennio a.C. ed utilizzato anche in sacrifici e libagioni.
Nella religione ebraica è presente in diversi riti e circostanze, come del resto viene testimoniato da più passi della Bibbia (Genesi, Giudici, Salmi, Proverbi).
Fu durante la civiltà egizia che il ruolo del vino nella religione si fece complesso e articolato. La credenza nella rigenerazione dei defunti sulla base di riferimenti magici e sui cicli naturali fece si che le acque del Nilo che inondavano le terre e il vino venissero assimilati al sangue del dio Osiris, in virtù del loro colore rosso. La vendemmia, la pigiatura e trasformazione del mosto in vino riproducevano secondo le credenze le fasi della passione, morte e resurrezione del dio.
I frammenti dei papiri ritrovati confermano l'enorme importanza religiosa del vino e della vigna; esso era bevanda d'elezione del re defunto dopo che aveva raggiunto la sua destinazione celeste. Questo è confermato da due frammenti che dicono:

"La mia acqua è vino come quello di Ra"

"Il cielo è gravido di vino, Nut ha generato sua figlia l'alba-luce"

Da qui si capisce come questa bevanda sia stata fondamentale anche per la cosmogonia egizia. Nella religione degli antichi egizi molte divinità hanno un rapporto diretto con il vino: Shezmu, il dio del torchio, nei Testi delle Piramidi offre ad Osiris il succo dell'uva spremuta; Hathor, la dea vacca della quale si celebra la festa dell'ebbrezza; Sekhmet, la dea leonessa si ubriacò con birra di colore rosso (ovvero vino) credendola sangue, perdendo quindi coscienza della sua missione di distruggere l'umanità; infine Bestet, la dea gatta di Bubast, città dove si consumavano grandi quantità di vino quando si celebrava la festa per lo scampato pericolo della distruzione del genere umano.

(affresco tombale)

In virtù di questo legame stretto tra divinità e il nostro protagonista, le bevande predilette che venivano offerte nei rituali religiosi erano vino e birra.
Nel mondo greco il ruolo del vino nella religione si evolse inevitabilmente. In questa civiltà vi era un dio che proteggeva la vite e la bevanda che ne deriva, il suo nome era Dioniso. Fu proprio lui ad aver donato agli uomini il vino a ad aver insegnato loro non solo i metodi di produzione ma anche di consumo.
Feste, banchetti orfici e orgiastici avevano un ruolo molto importante perché il largo consumo di questa bevanda si credeva potesse mettere le persone  in contatto con le divinità attraverso lo stato di ubriachezza. Secondo poeti e scrittori il vino aveva un ulteriore funzione: quella di mostrare la vera natura dell'individuo, da qui il proverbio di Alceo "In vino veritas".

 
 
 
 Rapporto molto diverso nella religione romana: vi fu la perdita dell'usanza di assumere il vino per perdere i sensi e venire in contatto con gli dei. In questa civiltà il controllo della persona e del suo comportamento era essenziale.
Poiché nell'antica Roma non esisteva atto umano che non avesse fondamento  in un superiore ordine divino, il nostro protagonista veniva affidato e offerto a Giove, protettore dell'equilibrio dell'uomo. E' proprio al padre degli dei che andava il sacrificio che sanciva l'inizio della vendemmia. Dopo infatti che un sacerdote aveva esportato le viscere di un'agnella, si aveva l'estirpazione del primo grappolo e quindi l'offerta delle interiora al dio. Varrone individua lo scopo di questo rituale affermando "pro tempestatibus leniendi" ovvero per evitare che le piogge potessero rovinare il raccolto.

 
 
  A questo dio era affidato l'equilibrio del vino e di chi lo consumava, a lui spettava il primo boccale di vino nuovo. Altra divinità correlata al consumo di vino era Venere a causa del potere di questa bevanda di riaccendere i sensi.
L'avvento del Cristianesimo e la successiva caduta dell'Impero Romano mutarono questo rapporto che si evolse con sfumature e significati diversi che verranno analizzati nel successivo articolo.

mercoledì 2 luglio 2014

Tutte le declinazioni del bianco: parte III (i formaggi dall'Ottocento a oggi).

Termina con questo articolo il viaggio iniziato alcuni mesi fa alla scoperta culturale, storica, artistica e sociale del vasto mondo dei formaggi.
Durante il XIX secolo continuò la grande esplorazione scientifica incominciata nel secolo dei lumi. Si affinarono e approfondirono in questo senso le conoscenze chimiche sulla composizione del latte e dei suoi derivati e sui rispettivi sistemi di conservazione ed utilizzo. Oltre a ciò, fatto nuovo e inconsueto, si identificarono i principali microrganismi che possono essere presenti in questi prodotti e vennero elaborate tecniche per renderli più sicuri. Grande innovatore in questo campo di ricerca fu Louis Pasteur, prima con scoperte sul comportamento microbico e successivamente, per venire incontro alle esigenze delle imprese dell'epoca, con l'elaborazione di un nuovo sistema che rese il latte maggiormente conservabile e quindi rivoluzionò anche l'industria della produzione di formaggi: la pastorizzazione.

(produzione del Parmigiano in un'industria casearia di inizio
Novecento) 

Nello stesso periodo in Italia si fecero sentire le prime conseguenze della rivoluzione industriale che ebbero inevitabili sviluppi anche nel settore lattiero-caseario. Tutto ciò si tradusse in un passaggio inevitabile  da una produzione artigianale/casalinga ad una di tipo industriale, con tutto ciò che questo portò in termini di gusto.
Tuttavia in Italia ( ma del resto anche negli altri paesi d'Europa) l'immagine del formaggio rimase indissolubilmente legata a quella del mondo rurale e contadino, un esempio già citato è la pentola del latte che ribolliva descritta da Corrado Alvaro in "Gente in Aspromonte". Con il passare dei decenni si assistette ad un cambiamento profondo del suo statuto di cibo rustico, anche se alcune riserve dureranno ancora per molto tempo: per esempio i banchetti ufficiali all'Eliseo, sotto il presidente De Gaulle, non prevedevano formaggi sulla tavola (Teyssandyer, p. 619).

(natura morta con formaggi, XIX secolo)

Il formaggio diventerà sempre più e con maggior forza un prodotto interclassista, come predisse secoli prima Giuseppe Parini in "Il Meriggio".
Ben presto si diffusero consorzi e marchi il cui scopo (utile e giusto!) fu sin dall'inizio, preservare determinati prodotti e conservarne le rispettive caratteristiche.
Questi paradossalmente provocarono un grave effetto collaterale: l'eclissamento di alcune realtà rurali e contadine ancor prima dello sviluppo di sistemi di tutela più efficaci e specifici.
Formaggi "rustici"e poco conosciuti ma straordinari seppur diversi da paese a paese e da regione a regione, tanto da essere citati da Leopardi durante il suo soggiorno bolognese, ovviamente in riferimento alla propria terra.

"E' ben giusta la sua meraviglia, che costà non si pensi punto a far commercio di formaggi con queste parti, dove non si fa formaggio se non pochissimo e cattivo veramente non si può scusare l'indolenza della nostra provincia nel mettere a profitto i tanti generi squisiti che essa possiede e che eccedono il consumo dell'interno: giacché i formaggi non sono il solo capo che manca in Italia, e che sarebbe ben accolto, ma noi abbiamo ancora molti e molti altri capi che da noi non si stimano e non si trovano a vendere perché soprabbondano, e altrove parrebbero ricercatissimi"

Leopardi, dalla lettera al padre Monaldo, 20 febbraio 1826.

Le guerre avvenute nel XX secolo furono meccanismi attivi nel produrre grandi cambiamenti di consumo, in questo contesto per alcune generazioni i formaggi divennero validi sostituti della carne.
Negli ultimi decenni si è assistito da un lato ad un aumento dei consorzi e di varie forme di tutela dei prodotti lattiero-caseari e dall'altro all'esplosione  (soprattutto a livello internazionale) dei casi di contraffazione di formaggi famosi.
Quali sono le conseguenze di questo meccanismo? Si va sempre più dimenticando il vasto e poliedrico panorama delle tante forme e varianti sparse su tutto il territorio italiano in favore di alcune, sicuramente buone ed eccellenti, ma poche rispetto alla totalità.
Si avvererà ciò che Italo Calvino scrisse nella novella "Il museo dei formaggi"?!

"La formaggeria si presenta a Palomar come un'enciclopedia ad un autodidatta... L'ordinazione elaborata e ghiotta che aveva intenzione di fare gli sfugge dalla memoria, balbetta; ripiega sul più ovvio, sul più banale, sul più pubblicizzato, come se gli automatismi della civiltà di massa non aspettassero che quel suo momento di incertezza per riafferrarlo in loro balia."

O sta già succedendo?! ...