mercoledì 25 giugno 2014

Il dolce profumo dell'estate.

Il Cocumis Melo ovvero il melone ha origini incerte che provengono dall'Asia o più probabilmente dalla Persia. Già i Sumeri infatti più di 3000 anni fa lo conoscevano; non a caso
nel poema epico di Gilgamesh il protagonista mangiava "meloni cassia". Esso è anche presente nell'arte di questa civiltà attraverso alcuni bassorilievi di tavolette che sono state rinvenute.
Nel V secolo d.C. i commercianti egizi lo consideravano una merce prelibata e molto richiesta tanto da commercializzarlo in tutto il bacino del Mediterraneo.
In Italia giunse proprio in concomitanza della diffusione del Cristianesimo, Plinio nella sua Naturalis Historia lo definì "cetriolo a forma di mela cotogna". Non solo questi popoli ma anche molti altri lo consumavano, potremmo quasi dire che fu un frutto che unì i gusti di culture diverse negli usi e distanti geograficamente.
Esso era apprezzato molto anche dal popolo ebraico dato che fa parte dei cibi che esso, guidato da Mosè per 40 anni nel deserto, desiderava ardentemente: " il pesce che abbiamo fatto mangiare liberamente in Egitto, i cetrioli e i meloni" (Esodo 11, 05).
In Medio Oriente erano molto consumati anche i semi essiccati, un vecchio proverbio dice a tal proposito "colui che riempie lo stomaco con i semi di melone è come colui che lo riempie con la luce, non vi è baraka, benedizione, in loro".
In territorio italiano fu molto conosciuto anche dagli antichi Romani tanto che molti autori ne parlano. Con la caduta però dell'Impero vi fu anche un crollo nelle importazioni di questo frutto. Solo grazie a Carlo Magno che ebbe un grande amore per tipi nuovi e antichi di frutta e verdura venne ripresa la coltivazione.

(Luis Eugenio Meléndez, Natura morta con meloni e pere,
1770 circa, Boston, Museum of Fine Arts) 

Secondo gli esegeti medievali i meloni rappresentavano le dolcezze terrene e i piaceri della carne.
Essi continuarono ad essere apprezzati nel Rinascimento e nel Seicento, non a caso Platina ne parla ampiamente nella sua opera "De honesta voluptate et valetudine". Secondo Castor Durante da Gualdo (Gualdo Tadino 1529-Viterbo 1590), medico, botanico e poeta italiano del Rinascimento, nonostante siano difficili da digerire hanno doti dissetanti e diuretiche. Per Filippo Picinelli sarebbe il simbolo dell'amicizia, perché dall'aspetto esterno se ne intuisce l'intera qualità. Inoltre l'usanza presente ancora oggi di mangiarlo con il prosciutto crudo si origina dalla teoria medica degli umori di Ippocrate e Galeno secondo cui alimenti umidi (melone) dovevano essere abbinati ad alimenti asciutti (prosciutto) per non alterare gli umori dell'individuo.
Frutto molto apprezzato da nobili e aristocratici, pare che Papa Paolo II (Venezia 23 luglio 1417- Roma 26 luglio 1471) ne fosse talmente ghiotto da morirne di indigestione.
Solo dal XVII secolo divenne un frutto popolare e quindi consumato anche dai contadini; è proprio a partire da questo secolo che si sviluppano oltre alle nature morte scene di vita campestre in cui persone umili mangiano questo frutto. Troviamo un esempio di quanto detto qua sotto.



Di Bartolomé Esteban Murillo, Ragazzi che mangiano la frutta (1645-1646) Monaco, Alte Pinakothek. Lo scambio di sguardi fra i due va probabilmente interpretato come un muto dialogo circa la preferenza accordata al melone o all'uva come simboli di scelte esistenziali.
Saporito e dolce i fanciulli ne erano molto ghiotti ed è inoltre il simbolo dell'amicizia che lega i due.
Nel Novecento diventerà realmente un prodotto accessibile alle classi povere (di cui in alcuni casi costituiva addirittura un pasto). Con lo sviluppo dell'agricoltura meccanizzata negli ultimi decenni si è assistito, soprattutto nel mantovano, alla meccanizzazione della sua coltura che era già presente nel mantovano già ai tempi dei Gonzaga; prova che molti prodotti fanno realmente parte della storia del territorio italiano.

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