martedì 27 maggio 2014

... Una tira l'altra... piccole, rosse e gustose: le ciliegie.

Se iniziassi questo post dicendovi il nome antico di questo frutto capireste sicuramente le sue origini: parlo di cerasus. Ai Romani infatti spetta la paternità della scoperta e della valorizzazione gastronomica in Occidente di questi frutti: le più conosciute erano quelle di Ponto, regione che si estendeva nella zona nord-orientale dell'Asia Minore.
Lucio Licinio Lucullo (117 a.C. - 56 a.C.) militare romano, fu presumibilmente l'artefice di tutto ciò, alcuni autori latini sostengono infatti che fu proprio lui a portare queste prelibatezze in Occidente dalle sue spedizioni. La fama di questo ufficiale oltre che militare era anche a livello gastronomico, non a caso l'espressione "banchetti luculliani" deriverebbe dalla sua predisposizione per mangiare e bere bene.
Spostandoci nei territori di origine di questi frutti ovvero l'Oriente, in Giappone essi erano molto apprezzati non solo per essere particolarmente gustosi ma anche perché erano simbolo della vocazione guerriera dei samurai e dei principi, così dice un testo: "rompere la polpa rossa della ciliegia per raggiungere il duro nocciolo, cioè il sacrificio del sangue è come arrivare alla pietra angolare della persona umana". Non solo, simbolo per eccellenza dei samurai era il fiore del ciliegio rivolto verso il sole levante.
In Europa questi frutti troveranno grande impulso nel consumo e, di conseguenza, nella coltivazione, grazie a Luigi XIV che li fece coltivare in grande quantità nelle sue serre reali divenendo così simbolo della vezzosità e delle corti europee dell'epoca.


(Paul Cézanne)

Contemporaneamente questo frutto si diffuse largamente anche nella medicina popolare: una delle virtù più conosciute era quella diuretica, a tal proposito già il Tacuinum Sanitatis, molto tempo prima, aveva affermato: "ciliegia amabil frutto, quali vantaggi ci dai! Lusinghi il palato, purifichi gli umori, fai scorrere nel corpo per sangue nuovo, e per i calcolosi hai in serbo il tuo nocciolo".
Questa convinzione (errata) permarrà per molti secoli raggiungendo addirittura i nostri giorni, basta pensare che in un testo medico edito in Italia nel 1928 compariva nell'elenco dei diuretici. Esse venivano inoltre consigliate per malanni minori come le artriti. Anche in ambito religioso questo frutto è presente:  secondo l'esegesi biblica infatti il suo colore viene assimilato al sangue del Redentore e alla dolcezza del carattere che deriva dalle buone opere. Come frutto primaverile rappresenta l'annunciazione e l'incoronazione di Cristo. Secondo il vangelo apocrifo di Matteo da un albero di ciliegio furono raccolti i frutti per nutrire Gesù bambino; infine essi sono considerati frutti del Paradiso antitetici alla mela.
Nell'arte tutte queste simbologie si traducono in veri capolavori: è il caso dei quadri presenti qua sotto.
Il primo esempio è un particolare della Pala di San Cassiano (1475-1476) di Antonello da Messina, Vienna, Kunsthistorisches Museum. In questo quadro oltre ad essere frutto del Paradiso è anche (come logica conseguenza) premio per le opere buone, la mano aperta della Vergine la mostra pronta ad offrire il frutto di speranza a chi si ponga davanti all'immagine.
 

Nella seconda opera, di Francois Boucher (1768) i significati sono assai diversi: nel gesto del giovane di offrire le ciliegie appena raccolte all'amata si percepisce una chiara offerta d'amore, la scena rimanda ad una riscoperta settecentesca della campagna infine la collocazione delle ciliegie da parte della giovane simboleggia l'atto di raccolta dei frutti dell'amore nel proprio grembo.

 
 

Concludo con lo sguardo impressionista di Manet in "La suonatrice ambulante". Uno sguardo sulla golosità che anche noi, oggi, abbiamo nei confronti di questi frutti.

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