mercoledì 2 aprile 2014

A spasso tra i campi

Il rapporto tra uomo e ambiente è già stato trattato attraverso altri articoli. Questo profondo legame muta nel corso della storia, si diversifica e articola grazie anche e sopratutto all'ingegno dell'uomo e alla sua capacità di sapersi adattare a situazioni differenti.
La caduta dell'Impero romano d'Occidente e il conseguente dominio delle popolazioni barbare determinò un cambiamento indelebile del rapporto uomo-ambiente e nella concezione della natura che influenzerà anche i secoli successivi.
Durante il Medioevo il forte legame con il mondo naturale assume valenze differenti: esso è popolato da spiriti e anime inquiete, animali fantastici e terrificanti allo stesso tempo (prova che la cultura nordica introdotta dalle popolazioni barbare si è radicata più di quanto potremmo pensare) ma è anche dispensatore di cibo e fonte primaria di sussistenza, sopratutto per le classi più povere.  In questo senso esso era spesso il discriminante che evitava le gravi conseguenze di un regime alimentare troppo povero.
Questa sussistenza si realizzava molto bene nella raccolta di erbe spontanee che avveniva tutto l'anno ma che, durante la primavera, aveva il suo culmine grazie a numerose specie differenti.

(Giacomo Favretto, 1880, erbe e frutta)

Prima di proseguire nell'analisi occorre fare alcune precisazioni molto importanti: nel rapporto uomo-ambiente vi erano fattori, in particolar modo durante il Medioevo ma anche nelle epoche successive, che era difficile fronteggiare o prevedere ovvero le carestie e le guerre. Due variabili profondamente diverse che producevano però risultati simili: la morte di un gran numero di persone  dovuta alla mancanza di fonti di sostentamento.
Spesso le prime erano conseguenza delle seconde, altre volte erano dovute a eventi climatici o ambientali. In ambedue i casi oltre alle provviste, assumeva un ruolo fondamentale la sopravvivenza legata a ciò che il territorio di appartenenza poteva offrire.
Considerando queste due importanti discriminanti, se la pratica di raccogliere erbe era necessaria per sopperire alle quotidiane esigenze alimentari dei ceti poveri, essa diveniva di vitale importanza durante i tempi di guerre o carestie.
Legato a questa pratica è il termine fitoalimurgia, coniato nel 1767 dal medico naturalista fiorentino Giovanni Targioni-Tozzetti, che pubblicando il suo lavoro "De alimenti urgentia, ossia modo di rendere meno gravi le carestie, proposto per il sollievo dei popoli" aggiunse al titolo "alimurgia, intendendo con questa nuova scienza illustrare come sopperire, in caso di carestia, alla carenza di cibo attraverso la raccolta delle erbe selvatiche commestibili".
Questa pratica essenziale era, ovviamente, già ben conosciuta molti secoli prima che il medico fiorentino scrivesse il suo trattato. A tal proposito si ricordi che nel "Cronica" di fra Salimbene da Parma, è proprio per merito di una carestia che, nel XIII secolo, gli abitanti dell'omonima città impararono ad avviluppare tra due strati di pasta le uniche cose che in tempo di carestia non mancavano: le erbe selvatiche; da ciò si è creato il presupposto per la nascita del famoso erbazzone.
Se applicassimo il detto molto conosciuto "necessità fa virtù" all'argomento che stiamo analizzando scopriremmo che dal soddisfacimento delle esigenze primarie, attraverso la raccolta di erbe, vi fu ben presto la nascita ed elaborazione di ricette più articolate, simbolo che i ceti elevati consumavano questi prodotti ma con modalità e abbinamenti diversi da quelli poveri. Considerando questo aspetto emerge in modo marcato la capacità dell'uomo di fare di una necessità uno straordinario incontro gustativo, l'esempio più significativo di quanto detto sono ravioli e tortellini che avvolgono un ripieno povero (fatto di erbe selvatiche) in uno strato sottilissimo di pasta che viene poi abbondantemente e sontuosamente condito.
Per i ceti poveri erano le minestre e le zuppe a farla da padrone: mi vengono in mente tutte le zuppe sparse tra i nostri Appennini, ma anche in territorio bresciano la minestra di verzulì (silene vulgaris), una delle tante erbe che viene generalmente utilizzata anche nella preparazione di frittate o risotti.

(silena vulgaris)


Altro vegetale molto conosciuto è il tarassaco (taraxacum officinalis), dalle apprezzate proprietà depurative viene consumato in molte regioni, in particolar modo durante le scampagnate di Pasquetta in Piemonte e Lombardia, durante le quali accompagna uova, formaggi e salumi.

(taraxacum officinalis)

Le erbe spontanee hanno anche un ruolo nella religione e nella spiritualità. Esse occupano un posto di rilievo nel rituale celebrativo della Pasqua ebraica. Le erbe amare consumate sono solitamente una tipologia di radice di rafano e sono intinte in una mistura conosciuta come "charoset" : una combinazione di mele, noci, miele  cannella e succo di limone; composto che ricorda l'argilla dalla quale gli ebrei schiavi in Egitto fabbricavano i mattoni. Lo scopo è di far lacrimare gli occhi per ricordare le lacrime amare versate dagli antenati ebrei nella terra d'Egitto, e il rafano assolve bene questo compito.
Anche nel mondo cristiano le erbe spontanee sono molto presenti, sopratutto durante il Medioevo. Con il diffondersi e il consolidarsi della figura dell'asceta nell'Alto Medioevo, questi prodotti della terra erano uno degli alimenti prediletti da questi uomini che, rifiutando il mondo con le sue tentazioni, facevano della meditazione e della vita allo stato "naturale" i cardini della propria condotta. Questo in ambito alimentare si rifletteva nel consumo di tutto ciò che la natura offriva (erbe, radici, bacche) rigorosamente crude e quindi senza l'intervento degli artifici umani. 
Oggi la tradizione di raccogliere erbe sta scomparendo, sopravvive solo nelle realtà rurali.
Sicuramente non vedremo più piccole bancarelle di contadini che vendevano nei mercati, per aumentare gli introiti famigliari, le erbe raccolte oppure scene come quella descritta dal film "Trastevere" di Fausto Tozzi (1971) in cui alcune donne presenti su una corriera ferma per guasto, che avrebbe dovuto portarle al Divino Amore, nell'attesa si sparpagliano per la campagna a raccogliere cicorie.    
   
      

2 commenti:

  1. Complimenti per questa analisi storica..quasi una lezione di vita!
    Ciao, Patrizia

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