mercoledì 27 novembre 2013

Sua maestà il maiale!


Stanno volgendo alla conclusione, in tutto il territorio del parmense, manifestazioni gastronomiche dedicate ad un animale simbolo di quella terra avvolta dalle nebbie : il maiale.
Il percorso che  “il divin porco” ha fatto nella nostra cultura va al di là del semplice e ristretto ambito gastronomico ma, intrecciandosi per secoli nelle vicissitudini umane, è stato da sempre protagonista in forme diverse nell’arte, nei miti e nelle religioni di popoli diversi tra loro diventando a volte motivo di coesione e altre di diversità.
Per capire come tutto ciò possa essere potuto accadere dobbiamo andare al rapporto tra il maiale e due culture antiche importanti quella romana e quella barbara e alla dicotomia esistente tra le due. Il rapporto che i primi hanno con la natura è molto preciso e ben articolato: l’ ager viene vista e concepita in funzione della città, del suo sostentamento e proprio per questo è organizzata, ordinata e suddivisa secondo funzioni precise e si differenzia dal saltus cioè la natura selvaggia che assume quindi una connotazione negativa.
Diverso è il rapporto tra le popolazioni nordiche (i cosiddetti barbari) e la natura: la loro economia è fondata principalmente dalla caccia, la raccolta di frutti e bacche selvatici e l’allevamento, allo stato brado, dei maiali.
È proprio per queste popolazioni che il maiale riveste un ruolo centrale non solo per la sussistenza ma anche e soprattutto sotto vari aspetti.
Nei miti di diversi popoli il maiale assume, sotto forme e modalità differenti, una connotazione divina: uno degli esempi più conosciuti è l’Edda di Snorri (lingua germanica utilizzata dagli abitanti della Scandinavia durante tutta l’era Vichinga). In questo poema il maiale diventa origine e fonte di vita, secondo il mito, infatti, esso viene bollito ogni giorno e la sera è di nuovo intero.
In altri componimenti mitologici il maiale è il nutrimento unico e insostituibile dei guerrieri in Paradiso.
Con le invasioni barbariche e, di conseguenza, la diffusione degli usi dei popoli nordici cambia anche il rapporto tra uomo e natura (che come abbiamo visto in precedenza era diverso nella cultura romana).
I boschi non vengono più valutati secondo i parametri della superficie ma per la presenza di piante che producono ghiande indispensabili per il nutrimento dei maiali allevati allo stato brado, più piante da ghiande erano presenti più il bosco era prezioso. Questa concezione del bosco “.. ad saginandum porcos ..” fa capire quanto il maiale fosse importante per la sussistenza delle popolazioni nordiche.
Il maiale ha un ruolo centrale anche nel Medioevo sia per le classi sociali elevate che per quelle basse, ciò che differenzia le une dalle altre è la modalità di consumo: le prime consumano la sua carne fresca mentre le seconde, generalmente, la consumano sottoforma di un’innumerevole varietà di prodotti diversi tra loro e diversi da regione a regione a seconda degli usi e delle tradizioni.

(effetti del buon governo in campagna e in città, palazzo pubblico, Siena)

Il periodo della sua uccisione varia da novembre a gennaio come viene documentato da molte opere, molto diffuse soprattutto in Settentrione che prendono il nome di ciclo dei mesi in cui vengono illustrate le attività caratteristiche di ogni mese (uccisione del maiale compresa).

(arazzi Trivulzio, Milano)
                                                       
(Mastro salatore nella sua bottega di lardarolo. Codice Theatrum Sanitatis, XIV secolo)
   
Come spesso accade, però, l’arte non assume solo una funzione di descrizione ma attraverso essa si trasmettono messaggi o simbolismi.
Nell’arte sacra il maiale assume sia un significato positivo che negativo. Esso infatti è sovente raffigurato come animale associato alla figura di s. Antonio.
Molte altre volte, invece, rappresenta il peccato infatti come il maiale si rotola nel fango e nello sporco così il peccatore si compiace della sporcizia dei propri peccati, per questo è simbolo dell’invidia, perché nei mali altrui trova soddisfazione.
Il maiale rappresenta anche l’avarizia perché come un avaro, quando è in vita non è utile a nessuno, mentre morto è di grande utilità; è anche simbolo della morte perché solo attraverso essa perde la sua natura sporca e puramente materiale, proprio come accade all’uomo.
Questo animale attraversa tutta la storia dell’arte arrivando ai giorni nostri attraverso le opere di diversi artisti: un esempio su tutti è la performance svolta nel 2011 dall’artista americana di origine coreana Miru Kim la cui parte più recente del proprio lavoro si sviluppa sull’indagine tra il parallelismo dell’essere umano con il maiale.
Esso assume poi un’accezzione negativa in alcune religioni come l’Ebraismo e l’Islam. I motivi per cui nella Bibbia e nel Corano si proibisce la carne del maiale sono, per alcuni, molteplici e di diversa natura (per esempio l’attitudine dei maiali allo sporco) mentre per gli antropologi cresce sempre più l’ipotesi che poiché nei testi sacri viene detto “.. degli animali mangerete tutti quelli che hanno lo zoccolo fesso e ruminano” (Levitico XI, 3) il maiale appartenendo alla prima categoria ma non alla seconda viene visto come un animale “non conforme alla natura” e di conseguenza immondo.
Tuttavia la complessità del panorama appena esposto fa si che tutto ciò sia una teoria, la più accreditata certo, ma comunque una teoria.
Il nostro viaggio sul maiale sarebbe incompleto se non menzionassi l’importanza che ha avuto nella sussistenza della classe contadina del centro-nord Italia fino agli inizi del Novecento; pensare come e quanto questo animale sia stato importante per la sopravvivenza dei nostri nonni ci fa capire come, in fondo, questo passato non sia così lontano da noi come potremmo pensare.
Tutto ciò ce lo ricorda maestralmente lo splendido film “l’albero degli zoccoli” (1978) di Ermanno Olmi in cui viene descritta la vita dei contadini agli inizi del secolo scorso. In questo film viene mostrato in una delle scene l’uccisione e la macellazione del maiale, una delle poche fonti di carne dei nostri progenitori.
Pensare, anche e soprattutto attraverso questo film, come questo animale sia stato fondamentale per generazioni e generazioni di italiani e italiane ci fa guardare alle nostre possibilità (alimentari e non ) con occhi diversi, più consapevoli.  

domenica 24 novembre 2013

Colti in...castagna!

La castagna è, nella mente di tutti, frutto simbolo dell’ autunno stagione dei primi freddi mitigati dal tepore dei caminetti dove viene fatta cuocere per mezzo della bollitura o, più comunemente, arrostita.
La sua origine è incerta così come le modalità di diffusione ma è già conosciuta e apprezzata a partire dall’età antica.
Questo frutto dal Medioevo per svariati secoli ha avuto un ruolo centrale nella sussistenza di ampie fasce di popolazione: non a caso, infatti, il castagno viene anche soprannominato “l’albero del pane” per la consuetudine dei ceti sociali bassi di ricavarne farina dai frutti come indiscussa sostituta di quella di frumento, molto più preziosa.
La castagna ha avuto, però, un ruolo importante anche nell’arte e  nella letteratura per molti secoli.Nel mondo artistico sono molteplici i modi e i significati attraverso cui la castagna viene proposta.
In tal senso le nature morte sono un valido esempio: in questi contesti le castagne hanno un ruolo di completamento di una composizione oppure, in alcuni casi, assumono significati precisi.
Le due nature morte che qui sono presenti sono un valido esempio di questa ambivalenza.






La prima "Natura morta con vino e castagne" di Albert Samuel Anker (1897 olio su tela) è un chiaro esempio della prima funzione: le castagne e il vino in questo quadro formano una composizione che descrive bene uno spaccato di vita quotidiana, quasi una fotografia di un momento di vita.
Piu complesso è il discorso per il secondo quadro: di Osias Beert (1610 olio su tela) “Natura morta con ostriche”. In questa opera le castagne simboleggiano la castità in associazione con l’amore carnale rappresentato dalle ostriche (che da sempre sono considerate un afrodisiaco per eccellenza) , la ricchezza delle olive e l’unione sentimentale celata in un limone tagliato a metà.
Il significato che qui assumono le castagne  non è un caso a se, già nel Medioevo nell’arte sacra la castagna assumeva questa simbologia.
Nell’ esegesi biblica, infatti, alla castagna si attribuisce il valore di continenza, perché il suo nome latino castanea deriverebbe da castitas ovvero “castità”.


Poiché quindi è di frequente associata alla Vergine ( nell’immagine qui sopra: Madonna delle castagne, Genova) essa può avere il valore di riferimento alla concezione virginale di Cristo.
Per Filippo Picinelli (1604 – 1679)  filosofo e teologo del Seicento la castagna è metafora del buon cristiano che all’esterno mostra le spine proprio come il riccio ma dentro è pieno di virtù proprio come la castagna (Mundus Symbolicus, 1687).
Anche nella letteratura al castagno con i propri frutti viene dato uno spazio di rilievo, uno degli esempi più illustri è la poesia “ il castagno” di Pascoli presente nella raccolta Myricae.
Chiudo, infine, con una piccola curiosità e cioè quando l’immagine della raccolta delle castagne assume un ruolo didattico, è il caso dell’ultimo esempio qui riportato,


di Raymond Gabriel Lambert (1889 – 1967) un pittore e illustratore francese molto attivo nell’editoria per l’infanzia, questa immagine, nello specifico, è tratta dalla grammatica scolastica “Méthode et exercices de langues française” (1947, illustrazione bicolore). 
In questo breve viaggio abbiamo visto come la castagna abbia assunto, nel corso dei secoli, diversi significati e sia stata spesso protagonista di differenti discipline: dalla pittura alla letteratura passando dalla pedagogia per l’infanzia.
Curioso che un frutto così umile sia stato così importante per la vita dell’ uomo non solo sotto l’aspetto alimentare ma anche e soprattutto in diversi campi. Viene quindi da dire…
Evviva la semplicità…!

lunedì 18 novembre 2013

... Presentiamoci ...

Con il primo articolo del mio blog voglio descrivere quello che mi piacerebbe sviluppare attraverso questo mezzo.
Sono sempre stato affascinato dai “ caffè letterari” che per alcuni secoli hanno costituito il nucleo vitale della vita intellettuale europea. Vorrei quindi impostare questo blog come un caffè moderno dove le persone si confrontano sui temi che, a breve, andrò a esporre. Sono convinto, infatti, che il dialogo è parte fondamentale dello studio e della conoscenza perché riesce a comparare saperi, opinioni e punti di vista diversi. Le mie, quindi, non saranno mai verità dogmatiche ma possibilità molteplici di riflessione.
Arrivando al dunque, ho immaginato il grande mondo della gastronomia (quindi il cibo, l’alimentazione, gli usi alimentari e tutto ciò ad essi connesso) come un grande albero le cui radici affondano nel rapporto millenario tra l’uomo e il cibo, tra l’essere umano e ciò che mangia.
Ho poi pensato che il grande sostegno di questo albero possa essere la storia stessa dell’alimentazione e, più in generale, la storia culturale di fondamentale importanza per definire e diversificare gli aspetti alimentari; da qui partono innumerevoli intersezioni (rami) frutto dell’intreccio tra alimentazione e l’arte, i nuovi media, l’antropologia culturale.
Ho immaginato, infine, di essere un piccolo insetto che si sposta da una parte all’altra dell’albero definendo così percorsi, tematiche, intrecci che creano nuovi spunti di riflessione e formano itinerari inediti di conoscenza di un tema, quello alimentare, che cattura sempre di più l’attenzione non solo del consumatore ma dell’intera società.
Questi itinerari verranno definiti da eventi (mostre, spettacoli) ma anche periodi dell’anno ( non solo il Natale o le classiche feste ma anche la Quaresima,ad esempio) dalle stagioni e, non da ultimo, da fatti di cronaca.
Siete tutti pronti per questa nuova avventura?! . . .