venerdì 17 luglio 2015

Apparecchiare la tavola: sviluppo ed evoluzione tra arte e storia.

Apparecchiare la tavola, operazione che oggi è lasciata in ambito domestico quasi completamente all'estro femminile, è un sistema complesso di riti, pratiche, usanze e tradizioni modificatesi nel corso dei secoli che hanno visto, a fianco della pura esigenza pratica, la volontà di stupire e dimostrare ricchezza. E' chiaro tuttavia come questa evoluzione ha da sempre riguardato maggiormente (o quasi esclusivamente) le classi elevate, non di certo i ceti poveri.
In linea di massima nei secoli passati nelle operazioni di apparecchiatura, erano gli scalchi che dettavano regole e davano disposizioni per lo svolgimento dei banchetti.



Proprio questa vera e propria carica unita all'esperienza furono l'origine della nascita e diffusione di trattati specifici che, in modo differente anche grazie soprattutto all'esperienza, approfondirono il tema dell'organizzazione di un banchetto. Tutto ciò era dettato dall'esigenza primaria di fornire linee guida per gli allestimenti e la proposta di vivande per qualsiasi occasione, tenendo conto chiaramente del prestigio del committente e delle sue volontà.
Grazie a ciò fu possibile sostanzialmente ricostruire pratiche e gusti ormai estinti ed una cronologia delle proposte gastronomiche, tracciando quindi un percorso delle modificazioni di gusti e usanze avvenuti nel corso del tempo.
Il lavoro dello scalco si basava anche e soprattutto sull'unione di componenti diverse tra loro ma importantissime per organizzare ed allestire un banchetto: quella del credenziere e quella del cuoco ne sono un esempio. Il primo si occupava delle componenti della tavola, oltre al servizio di alcune tipologie di piatti freddi. Era in un certo senso l'artefice delle magnificenze di sala, siano esse di allestimento di posateria o tovagliato oppure di collocazione delle vivande. Il secondo invece si occupava dei piatti caldi e della preparazione di quelli freddi che erano già presenti in sala all'arrivo dei convitati.
La disposizione di questi ultimi e di carni arrosto servite fredde, formaggi freschi, e tanto altro, tutti collocati in tavola prima dell'arrivo degli ospiti, avevano la funzione di stuzzicare l'appetito e, al tempo stesso, consentire l'ultimazione delle pietanze calde più elaborate.



Dalla cucina uscivano pietanze diverse: carni, pesci, contorni caldi, che venivano posti sulla tavola in un secondo momento. Se la successione delle vivande per quanto riguarda la temperatura era rigida, lo era di certo molto meno per gli accostamenti. In questo caso erano le norme della dietetica che dettavano le regole (sebbene fossero presenti anche per le temperature, è bene precisarlo), oltre a ciò, la disposizione sulla tavola delle più diverse vivande permetteva a ogni singolo convitato di crearsi i propri abbinamenti, anche in base ai gusti personali.
E' chiaro che tutte norme riguardanti gli allestimenti delle vivande in sala, l'uso di un particolare tipo di tovagliato o modi di piegare tovaglioli ed esibire gli oggetti sfarzosi da banchetto potevano essere diversi da Paese a Paese.
Nelle grandi occasioni in cui si svolgevano banchetti per cerimonie oppure per omaggiare particolari personalità in visita ad un nobile, l'arredo e l'esibizione di sfarzo e potere erano le norme fondamentali che regolavano non solo la preparazione dei cibi ma anche l'allestimento di sala.  In questa logica uccelli come pavoni, aironi, cigni arrostiti e poi ripresentati coreograficamente con le proprie piume, ma anche selvaggina da pelo, composizioni di pesce ed acqua, erano le pietanze più proposte perché straordinariamente spettacolari nella presentazione. Oltre a ciò si aggiunsero sculture in zucchero, scenografici dolci, coreografie con frutta ritenuta costosa e rara, tutto con un unico scopo: stupire!. Si badi bene, non cadiamo nell'errore che tutto ciò fu simbolo di un passato lontano, per secoli il desiderio di stupire animò le corti europee fino ad arrivare fino all'Ottocento, il diario di uno dei cuochi di Ludwig II, Re di Baviera con le descrizioni di tutte le coreografie culinarie svolte ne è una prova.



Certo è che la tavola medievale, retaggio di quella romana, era molto povera di utensili. L'unica posata comune che per tempo i commensali poterono usare fu il coltello.
Sebbene durante il Rinascimento permase l'abitudine a non utilizzare le posate, oltre ad essere sempre presente la tovaglia, apparvero i primi bicchieri individuali affiancati da stoviglie in maiolica e vetro e, nonostante tutto, il vasellame non veniva collocato sulla tavola ma in un apposito spazio: la credenza. Ho già avuto modo in altri articoli di parlare di questa particolare pratica diffusasi attorno al Cinquecento e durata per secoli; essa aveva la funzione di mostrare tutta la ricchezza della famiglia, esponendo agli occhi degli invitati i vari utensili di sala, tutti in materiali pregiati e tutti costosissimi.
Attorno al Seicento poi si diffusero anche i centrotavola, anch'essi espressione di sfarzo e magnificenza.
Nell'Ottocento per esigenze pratiche nacque l'uso di porre i bicchieri e le stoviglie a tavola secondo un preciso ordine,soprattutto perché il numero di personale di sala diminuì drasticamente rispetto al passato.
Dal punto di vista simbolico nel Medioevo la mensa rimandava alle Sacre Scritture, definendo così una similitudine tra il luogo dove si assimila il cibo (nella fattispecie il banchetto), e il luogo spirituale dove si assume la dottrina; la tavola apparecchiata era quindi un chiaro rimando all'altare e alla mensa eucaristica.
Nell'arte i banchetti e i ricevimenti sono rappresentati nelle opere di tutte le epoche, divenendo così uno straordinario documento delle modificazioni culturali in campo alimentare, come testimoniano del resto le immagini che ho inserito in precedenza e quelle e sono presenti qui di seguito e che mi appresto a commentare brevemente.

(Fratelli de Limbourg, Il convito del duca di Berry,
miniatura dalle Très Riches Heures du Duc du
Berry, 1413-1416, Chantilly, Musée Condé)


(Louis Le Nain, Famiglia di contadini in un interno, 1648,
Parigi, Louvre)
 

Nella prima opera vediamo come protagonisti del banchetto due personaggi: quello a destra è un duca, mentre a sinistra è presente un cardinale. Come scrissi in precedenza, a sinistra in secondo piano rispetto alla tavola fa bella mostra la credenza, simbolo di potere e ricchezza. Il calice dorato con coperchio tenuto in primo piano dal coppiere fa supporre che la finalità del banchetto sia raggiungere un accordo di tipo politico e, quindi, festeggiarlo. Al centro della scena il trinciante svolge la sua funzione sporzionando le carni davanti agli illustri commensali; vicino al duca il contenitore a forma di nave dorata accoglie al proprio interno tutta l'utensileria preziosa necessaria al pasto del nobile.
Molto diverso è quanto illustrato dalla seconda opera; la scena in cui manca il minimo di apparecchiatura, e la presenza di un unico piatto al centro del tavolo, denota la povertà dei presenti. Il tono umile è sottolineato anche dalla pentola ubicata ai piedi del tavolo, contenitore della zuppa tanto conosciuta e ricordata in molti miei articoli, simbolo di generazioni di gente povera, spesso fatta con poche cose ma unico mezzo di sostentamento (o comunque uno dei pochi). Una piccola curiosità: nell'opera è presente una saliera d'argento che, posta vicino all'uomo che tiene il pane nero (unico pane di cui si cibavano i ceti poveri), lo denota come il capofamiglia.
 Cosa divenne poi la tavola e l'apparecchiatura nel Novecento nell'arte? Lo scopriremo assieme nel viaggio successivo.

giovedì 9 luglio 2015

La distillazione, un concetrato di storia.

Volendo parlare in futuro  di alcune tipologie di distillati, ho ritenuto opportuno trattare brevemente dell'evoluzione della tecnica di distillazione nel corso della storia e dei suoi importanti utilizzi.
Fin dalle epoche remote l'uomo ha tentato di distillare erbe e frutti per catturarne le proprietà sensoriali ma soprattutto curative, utilizzandole così in vari preparati per la cura di innumerevoli patologie.
Attorno al 4000 a.C. gli Egiziani conoscevano già i principi della distillazione; anche gli Ebrei conoscevano alcuni distillati (presumibilmente grazie ai primi), il maiim-hataim, che come dice la Bibbia "rende pieni di gioia i cuori degli uomini", ne è un esempio.
Anche successivamente, numerosi autori come Aristotele, Plinio e Dioscoride parlarono nei loro trattati delle bevande o dei prodotti ottenuti attraverso la distillazione.

(Il processo di distillazione, immagine medievale)

In questa analisi non si può non citare il grande contributo che ebbe la cultura araba nella diffusione e soprattutto nel perfezionamento di questa tecnica. La scienza araba infatti contribuì non poco a migliorare la cultura e il sapere Occidentale. Nel IX secolo, il medico Rhanzi nei sui scritti citava l'alcol utilizzato nella preparazione di medicamenti e ottenuto attraverso la distillazione. Bisogna precisare che il suo utilizzo  era presumibilmente esclusivamente a scopo medicinale e a livello topico, poiché la legge islamica proibiva (e lo fa tutt'ora) il suo consumo.
Tuttavia passò molto tempo prima che essa fosse fatta a partire da una bevanda fermentata. In particolar modo furono la Scuola Medica Salernitana, di Montpellier e Toledo a iniziare questa pratica attorno al XII secolo. Nello stesso periodo (XI-XII secolo) si ebbero molti miglioramenti nella tecnica di produzione e quindi nell'ottenimento dei prodotti finali grazie soprattutto all'opera di monaci che praticavano la distillazione in conventi e monasteri. Tornando al mondo arabo, nello stesso periodo un manoscritto affermò che "bruciando un vino forte in vasi speciali si ottiene un liquido infiammabile che si consuma senza bruciare la materia sul quale viene versato".
Durante tutto il Medioevo e nelle epoche successive i suoi prodotti furono importantissimi nella medicina ma anche nella fabbricazione di profumi ed essenze pregiate e nei processi alchemici.

(Alchimia e distillazione, immagine
cinquecentesca)

Ben presto si riuscì a concentrare a tal punto la sostanza ottenuta dal processo attraverso l'applicazione di più passaggi, tanto che Arnaldo da Villanova, medico e scrittore del XIV secolo, la chiamò "aqua ardens" o "aqua vitae".
I predicatori battisti consideravano questa attività molto onorevole e, in generale, i monaci erano molto propensi a praticarla perché pensavano fosse consona alla propria missione: salvare gli uomini sia dal punto di vista spirituale che fisico.
L'ampia diffusione di moltissimi prodotti derivati dalla distillazione in molti Paesi d'Europa attorno al 1400-1500 è confermata da testi e manuali. A tal proposito i distillati di vino ebbero diffusione soprattutto in Germania, dove presero il nome di gebrandtwein (vino bruciato), che derivava da una denominazione olandese e che successivamente, tra l'altro, prese il nome di Brandy.
Furono le successive migliorie agli apparecchi a consentire attorno al Ottocento- inizio Novecento l'ottenimento di prodotti di qualità sempre maggiore, soprattutto in Italia, ed in particolar modo per quelli destinati  alla produzione della grappa.
E' proprio questa la protagonista di racconti, storie e tradizioni che narravano il suo ruolo nella società italiana e in particolar modo nella "guerra bianca", ovvero la Prima Guerra Mondiale.
Non si può infine non citare le implicazioni di carattere sociale che la distillazione e la conseguente produzione di alcol ebbero sui ceti bassi. In particolar modo attorno al XIX/XX secolo il consumo di particolari distillati (si pensi la grappa in ambito italiano), era il segno tangibile del disagio sociale: povertà, vita segnata dal lavoro duro e dai pochi piaceri (anche in ambito culinario), e problemi di carattere economico e sociale, confluivano troppo spesso in queste bevande, facendole diventare le ideali e concrete soluzioni per non pensare, o per dimenticare anche solo per poco tempo.
E nell'arte?! Anche in questo ambito la distillazione è rappresentata, possiamo avere come esempi le due immagini presenti qua sotto.

(Gerrit van Honthorst, L'allegra brigata, 1622, Monaco,
Alte Pinakothek)
 

(Jean- Baptiste-Siméon Chardin,
Albicocche, 1756, Toronto, Art
Gallery of Ontario)

Nella prima opera la scena rappresentata è un tipico scorcio di una taverna, locale malfamato e covo di malfattori e prostitute, queste ultime presenti anche nell'opera. Il secondo quadro è invece uno specchio degli usi di un'epoca: nel Settecento diventa molto popolare l'abitudine di conservare la frutta sotto spirito, è anche il secolo in cui si affermano liquori dolci come il rosolio e ratafià; i bicchieri sono un esempio di quanto detto: di diverse forme essi sono utilizzati in funzione alle nuove bevande e sono la conferma della loro affermazione nella società.

domenica 5 luglio 2015

Il pesce nei film: simbolo di amore, lusso e molto altro.

Sono veramente tante le scene di film in cui il pesce è il protagonista, o compare come ingrediente in ricette succulente o pranzi raffinatissimi.
Assume quindi vari significati e diviene importante spesso perché attraverso esso è possibile conoscere la storia culturale dei protagonisti, andando alle loro origini.
Citerò ora dei brevi esempi per capire meglio questa poliedricità del nostro protagonista. Il primo che mi viene alla mente è "Vatel" del 2000, diretto da Roland Joffé, film molto conosciuto ed apprezzato dai cultori dei film gastronomici e non solo. Vatel è un maestro cerimoniere presso la corte del principe di Condè, ed è un vero maestro non solo nell'arte culinaria ma anche nell'organizzazione di feste e banchetti, come del resto volevano le regole dei cerimonieri di corte. Una delle scene fondamentali per la narrazione del film si svolge attorno al banchetto conclusivo dei festeggiamenti fatti in onore del Re Sole in visita al principe, e aveva come tema la mitologia marina e il pesce. Sarà la fornitura del pesce (unita ad altri problemi), che causerà i maggiori problemi determinando anche il suicidio del protagonista. Il banchetto si svolgerà comunque grazie ai suoi aiutanti, ed anzi, si rivelerà un vero successo. In questo primo caso il pesce è sinonimo di ricchezza e fonte di celebrazione della potenza e delle disponibilità economiche del nobile, nonché della bravura e della maestria del cerimoniere.
Diverso è il discorso per il film "Unbroken" di Angelina Jolie, tratto dal libro "Sono ancora un uomo" di Laura Hillenbrand. Il film narra la storia di Louis Zamperini, italo-americano prigioniero, con una storia a dir poco formidabile. Il cibo in questo caso assume un ruolo rilevante (soprattutto bel libro), che si manifesta nei ricordi del protagonista, tra cui è presente il pesce al limone cucinato in forno. Qui i prodotti alimentari sono il veicolo della memoria e, in particolar modo, delle proprie radici; il loro ricordo da parte dell'uomo è l'evocazione della terra natale e dell'infanzia che vengono distillate da quel piatto di pesce al forno che riassume un intero mondo perduto.
Potremmo dire quindi, per questo secondo aspetto, che il pesce diventa veicolo della memoria e fonte per tenere vivo il proprio passato e quindi le radici culturali dell'individuo.
Vi sono anche film in cui è partecipe di un complessivo quadro gourmet in cui piatti e ingredienti identificano la capacità di un soggetto e la sua bravura, oppure anche le eccellenze di un territorio, è quello che accade per esempio nel film "La cuoca del presidente" di Christian Vincente (2012).
In altri casi diventa mezzo di seduzione, un'arma attraverso cui stregare l'amato ed averlo ai propri piedi, è il caso di "Semplicemente irresistibile", un film di Mark Tarlov, del 1999 in cui il pesce non è solo la materia prima per produrre incantesimi d'amore culinari ma anche l'artefice stesso dei cambiamenti. Nel film per esempio la protagonista passa da cucinare piatti poco gustosi a veri e propri capolavori di gusto grazie all'ausilio di un "granchio magico" vivo.
Infine il pesce può anche diventare simbolo di sfarzo e decadenza, eros ed oblio, parlo ovviamente di "La grande abbuffata" di Marco Ferreri, del 1973. Nel film (di cui ho già parlato in un precedente articolo) l'atto del mangiare diventa veicolo di morte; una delle prime scene in cui i protagonisti si abbuffano di ostriche in un contesto che è un mix tra sfarzo e decadenza, è l'emblema di quanto ho appena detto.
Il pesce, come ho voluto dimostrare attraverso questi brevi esempi, assume significati diversi nel cinema, e diviene un mezzo indispensabile per analizzare l'uomo sotto molteplici aspetti.
Ho pensato a tal proposito ad un piatto fresco, che unisse alcune delle tipicità più gustose del nostro Sud e fosse l'ideale per una calda estate come quella che stiamo vivendo.




TAR TAR DI GAMBERO ROSSO, BURRATA AL PROFUMO DI ARANCIA E SBRISOLINA AL PISTACCHIO.

INGREDIENTI (per 4 persone)

n 20 gamberi rossi
n 1 burrata di medie dimensioni
n 2 arance biologiche
olio extravergine di oliva, sale e pepe bianco q.b.

per la sbrisolina

125g farina "00"
80g burro
50g pistacchi (non salati)
12,5g uova
12,5g tuorlo
15g zucchero
sale e pepe bianco q.b.

PROCEDIMENTO

Impastare tutti gli ingredienti della sbrisolina come per una pasta frolla. Ricavare un panetto cilindrico aiutandosi con la pellicola trasparente e metterlo a riposare in frigorifero finché non si sarà rappreso. Successivamente attraverso una grattugia a fori larghi grattugiare il composto all'interno di appositi stampini circolari conferendogli così un aspetto simile a una sbrisolona. Porre nuovamente il tutto a riposare in frigorifero. Nel frattempo preriscaldare il forno a 180 gradi e porvi successivamente le sbrisoline. Cuocere fino a quando non saranno dorate.
Mentre si raffreddano pulire i gamberi rossi avendo cura di: togliere il tubo intestinale, pulire e conservare una testa e una coda per ogni piatto per la presentazione. Tartarizzarli e condirli con olio, sale e pepe. Tritare la burrata, condirla e aggiungere poca buccia di arancia grattugiata (evitando la parte bianca). Pelare a vivo l'altra arancia e ricavare due spicchi per porzione.
Presentare come illustrato in fotografia.





giovedì 2 luglio 2015

A tutta birra! Storia e curiosità su una bevanda molto amata.

La nascita della birra è un'avventura molto lunga e complessa, che coincide con quella della cerealicoltura. La sua scoperta è avvenuta presumibilmente in modo indipendente e parallelo in differenti località durante il Neolitico (e probabilmente) attraverso l'osservazione che lasciando un contenitore  all'aperto con acqua e cereali si produceva un liquido dal gusto piacevole grazie all'azione degli enzimi che trasformavano amidi e zuccheri in  alcol attraverso la fermentazione. In realtà si tratta di supposizioni perché sono poche le prove che confermerebbero queste ipotesi, in particolare la maggior parte delle informazioni si sono avute da scavi in cui sono stati rinvenuti appositi vasi destinati alla birra, riconoscibili perché si differenziavano dagli altri a causa della forma, diversa in funzione ad alcune fasi del processo produttivo.
E' la birra egiziana che ci permette di avere le maggiori informazioni sui metodi di produzione e conservazione, si hanno testimonianze della sua realizzazione fin dai testi della piramide di Saquara (fine IV millennio a.C.); prodotta generalmente a partire dall'aggiunta all'acqua di pani d'orzo  e cereali frantumati. Si sosteneva che le sue origini avessero natura divina: Osiride, dio delle coltivazioni, si era preparato un decotto d'orzo germinato nell'acqua del Nilo, ma l'aveva lasciato al sole. Quando lo volle bere notò che il risultato era diverso a ciò che lui era abituato a gustare, ma assaggiandolo gli piacque molto e decise di far conoscere agli uomini questa nuova bevanda.

(Donna che prepara
la birra. Antico Regno,
V dinastia, Museo
Egizio di Firenze)

Lo zithum (nome della birra egiziana), aveva tecniche di produzione che venivano insegnate nelle scuole ancora prima della scrittura e della lettura; era impiegata anche in medicina sia così com'era che come componente di altre preparazioni, numerosi papiri come quello di Ebers (1500 a.C.) lo confermano.
Nonostante l'importanza di questo popolo nel consumo e nel consolidamento della conoscenza della nostra protagonista, molti storici sono concordi nel sostenere che furono i Sumeri i primi a produrre realmente e in grandi quantità la birra. Nell'Epopea di Gilgamesh, nel pezzo in cui UtNapishtim afferma di aver offerto agli artigiani "vino bianco e rosso, e anche della birra perché bevessero", troviamo un esempio di quanto appena affermato. Ma le testimonianze non finiscono qui, una tavoletta assira rinvenuta nel 1800 tra le rovine di Uruk (oggi Iraq) e databile al 3700 a.C., descrive i doni offerti alla dea Ninkasi (il cui nome, tra l'altro, significa donna della birra), tra i quali c'è anche la birra, e si aggiunge anche lodandola:

"Ninkasi, tu sei colei (...)
che bagna il malto posto sul terreno,
tu sei colei che tiene con le mani
il grande dolce mosto di malto
tu sei colei che versa la birra filtrata
nel tino che la raccoglie."

Tornando alla birra egiziana essa era considerata di bassa qualità dai Greci e Romani. Certo è che da questi popoli il vino era preferito alla birra, ma bisogna precisare che anche per gli egiziani di ceto elevato era così; l'imperatore Giuliano l'Apostata nel IV secolo compose addirittura un epigramma per denigrarla. La preferenza delle culture mediterranee nei confronti del vino si concretizzava quindi anche in pareri denigratori verso la birra.  Proprio questi pareri negativi alimentarono poi un circolo vizioso che generò la convinzione postuma che l'utilizzo del luppolo nella birra risalga ai primi documenti che ne attestano la coltivazione, ovvero attorno al XIII secolo, grazie all'opera di alcuni monasteri della Boemia. In realtà era conosciuto e apprezzato già da tempo, anche per il fatto che tutt'ora è una pianta presente in molte aree d'Europa, come attestano numerosi autori tra cui la famosissima badessa medievale Ildegarda di Bingen, grande conoscitrice delle proprietà delle erbe spontanee.
 Scavi e studi hanno dimostrato inoltre che il suo uso era consolidato anche durante la Preistoria non solo per aromatizzare gli alimenti ma, grazie alla resistenza delle proprie fibre, anche per fabbricare corde e altri materiali.
Il nostro Paese non è da meno, fin dall'età del Bronzo sono emersi vasi e boccali che hanno fatto pensare ai ricercatori che fossero destinati alle bevande fermentate e, più nello specifico, alla birra. Questa ultima ipotesi è avvalorata dal fatto che questi avessero una forma specifica per favorire lo "sboccamento" di schiuma e pula (residui post fermentativi dei cereali).
Le origini della birra moderna risalirebbero tuttavia all'età del Ferro e al mondo celtico. La stessa parola "birra", simile in italiano, francese e tedesco, si presume che derivi (nonostante vi siano perplessità) dalla stessa radice celtica "brace" che indicava due cose: una specie di cereale e il malto fermentato utilizzato per la sua produzione.
Vi era poi la cervogia, birra scura probabilmente d'orzo il cui nome deriverebbe da una radice indoeuropea che indicava un "animale con le corna", probabilmente il cervo, affiancando così la similitudine di colore tra i due.
Altro temine (che ora è andato perduto) era riservato per la birra chiara, che sarebbe comune ad alcune zone alpine italiane e i cui derivati linguistici sono tutt'ora presenti in alcune località; questo aspetto è molto importante perché confermerebbe che la parte settentrionale del nostro Paese fosse una delle aree di produzione della birra.

(Pieter Claesz, Natura morta con aringa, 1636, Rotterdam,
Museo Boymans-van Beuningen)

 Molti secoli dopo, manoscritti del periodo compreso tra il 529 e il 543 attestano che spesso l'Abbazia di Montecassino produceva birra. E' da notare anche che nell'anno 612 vengono documentati i miracoli ottenuti con la birra da san Colombano (monaco irlandese), presso l'abbazia di Bobbio.
Molte storie di santi si intrecciano con quelle di questa bevanda, andando a generare in molti Paesi europei miti e credenze popolari.
La birra durante il Medioevo conobbe un periodo molto fiorente, potremmo identificare due aspetti in tal senso: nei Paesi del Nord Europa i mastri birrai si associarono in corporazioni di mestiere; in Italia erano i monaci all'interno dei monasteri a produrre birra.
Con il Cinquecento si iniziò ad avere un maggior controllo sui processi di fermentazione con conseguenze positive sull'aspetto visivo ed organolettico del prodotto finale. Divenne poi una bevanda simbolo della riforma protestante perché profondamente legata al lavoro umano e fatta  da ingredienti semplici donati dalla terra e, cosa più importante, perché aveva generato benessere e prosperità ai Paesi del Nord Europa divenuti poi protestanti.
Essa giocò un ruolo essenziale anche nella Guerra dei Trent'anni perché la nobiltà cattolica produttrice si servì dei suoi proventi per reclutare soldati mercenari.
Il Seicento fu il secolo in cui la birra divenne la bevanda maggiormente consumata in molti Paesi.
Il XIX secolo fu una vera rivoluzione per il mondo della birra, favorita soprattutto dai miglioramenti della tecnica e della chimica; l'invenzione e il perfezionamento di molti strumenti indispensabili al processo produttivo contribuì molto a questi profondi cambiamenti.  Grazie all'opera di Pasteur "Mémoires sur la fermentation appellés lactique" pubblicata nel 1857 e all'applicazione pratica dei principi ivi contenuti, fu possibile finalmente avere sotto controllo i processi di fermentazione che fino ad allora non erano controllati. Questo permise anche di evitare fermentazioni postume particolarmente dannose e aumentare quindi la stabilità del prodotto nel tempo. Oltre a ciò, la messa a punto dallo stesso Pasteur del processo di pastorizzazione contribuì in misura significativa ad aumentare la stabilità finale del prodotto.
A metà Ottocento anche in Italia cominciarono a sorgere le prime industrie della birra, sebbene tutte ancora con un forte carattere artigianale; servì molto tempo al nostro Paese per produrre prodotti di buona qualità e stabilità al pari delle birre prodotte dai Paesi del Nord Europa.
L'arte nel corso dei secoli ha documentato bene la presenza della nostra protagonista nella società e nella cultura di molti popoli, e questo si può dire sia per le opere a sfondo religioso che quelle laiche; due sono gli esempi che propongo qui di seguito.

( Lorenzo Lotto, Santa Brigida benedice l'acqua
che si trasforma in birra, 1524, Trescore Balneario,
Oratorio Suardi)

(Vincent van Gogh, Agostina Segatori al Café le
Tambourin, 1887, Rijksmuseum)

La parte di affresco riportata nella prima immagine rappresenta santa Brigida d'Irlanda, fondatrice del monastero di Kildare. L'episodio narrato è la trasformazione dell'acqua da parte della santa, similmente al miracolo di Gesù alle nozze di Cana. Qui però è la birra il risultato del prodigio, prodotto tipico dell'Irlanda, uno dei maggiori produttori.
Nella seconda opera Agostina Segatori oltre ad essere il soggetto della rappresentazione è anche la proprietaria del Cafè dove è ambientata l'opera ed ha avuto per breve tempo una  storia d'amore con Van Gogh. La birra rappresentata in primo piano non è solo un elemento significativo dei consumi e delle preferenze dell'epoca ma è anche una caratteristica essenziale che permette di identificare la personalità molto particolare del soggetto rappresentato. La bevanda era infatti consumata all'epoca quasi esclusivamente dagli uomini e una donna che la beveva (oltre alle scelte professionali e di vita della donna) era scandaloso, oltre che un forte indizio di emancipazione e del carattere del soggetto.