giovedì 29 gennaio 2015

Pompelmo: frutto pieno di sorprese...

Il pompelmo fa parte degli agrumi più comuni, che tutti conosciamo e consumiamo; le sue proprietà nutrizionali e ancor più, le caratteristiche organolettiche, lo rendono un prodotto molto particolare, diverso dagli altri agrumi. Qual è però la sua storia?
Gli studiosi nutrono tutt'oggi una forte indecisione sulle sue origini: alcuni pensano provenga dell'Estremo Oriente e che sia giunto in Europa attraverso la via della seta, altri invece pensano sia uno dei prodotti portati nel Vecchio Continente da Colombo. Nonostante questi dissidi tutti sono d'accordo nell'affermare che esso derivi dall'incrocio tra il polinesiano pummelo o Citrus maxima e l'arancio (Citrus sinensis).

(P. Gaugin, natura morta con pompelmi)

E' intuibile che le caratteristiche del primo fossero assai diverse rispetto a quelle del secondo, il pummelo infatti forniva frutti molto più piccoli di quelli che si conoscono oggi.
L'ipotesi più plausibile sulla sua origine è quella secondo cui fu il risultato di un incrocio spontaneo, poiché non vi sono prove dell'opera umana.
La sua notorietà iniziò quando un capitano della marina britannica, un  certo Shaddok, portò nel 1693 i semi nelle isole Barbados dalle Indie Orientali. Nonostante ciò all'inizio non riscosse successo per l'asprezza e i numerosi semi che conteneva; in ricordo del suo importatore fu successivamente chiamato shaddock o shattuck.
A causa delle caratteristiche sopra citate per molto tempo fu utilizzato come pianta ornamentale (origine comune a molti prodotti ortofrutticoli) e solo nel XIX secolo divenne un frutto per uso alimentare.
Negli Stati Uniti fu importato nel 1823 dal conte Odette Phillippe che portò i semi dalle Bahamas a una località della Florida. Anche qua però questo frutto non destò inizialmente particolari curiosità: un'enciclopedia di giardinaggio dell'epoca lo definiva "... dalla pelle dura e privo di valore" , infatti venne apprezzato solo a partire dal XIX secolo per le sue proprietà disinfettanti. Proprio queste proprietà lo assimilarono al ben più noto limone nella preparazione di rimedi.
Ricerche specifiche sulle proprietà del pompelmo ebbero inizio a partire dal 1980 in seguito all'osservazione di un americano appassionato di giardinaggio che aveva notato che  i semi di pompelmo presenti nel suo fertilizzante non si decomponevano, così tritandoli e applicandoli su dei funghi sulla pelle guarì. Le ricerche derivate da questa scoperta attestano oggi, non definitivamente, la loro efficacia nella cura di diverse patologie (anche di natura fungina).
Nel 1750 presso le isole Barbados venne chiamato "il frutto proibito" da quando il reverendo Griffith Hughes aveva dichiarato che quello del pompelmo era l'albero del bene e del male del Paradiso Terrestre.
In Italia fu introdotto molto tardi, a partire cioè dagli anni Sessanta; attualmente viene utilizzato anche in cucina come alternativa agli altri agrumi per il suo particolare retrogusto.
Per chi lo volesse provare.... assaggiate qualche fetta con delle mazzancolle al vapore e un'insalatina di germogli.... vi stupirete!

(pompelmi e vecchi libri, Attilio Marchetti)

sabato 24 gennaio 2015

Il favoloso mondo di Amélie: dal film al piatto.

Il film di cui parlo in questo articolo è scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet e interpretato da Audrey Tautou e Mathien Kassovitz.
La giovane Amelie lavora come cameriera in un bar di Montmartre, il "Café des 2 Moulins". La sua vita trascorre tranquilla tra molti piacevoli passatempi tra i quali ne spunta uno "gastronomico": rompere la crosta della creme brulee. Lo stesso giorno della morte della principessa Diana la ragazza trova una scatoletta dietro la piastrella di un muro del suo appartamento, aprendola trova piccoli ricordi e giocattoli. Decide così di riconsegnare l'oggetto pur non sapendo, di fatto, di chi potesse essere. Dopo molte peripezie la ragazza con l'aiuto di altre persone riuscirà a riconsegnare la scatoletta al proprietario che in questo modo riuscirà a ricordare momenti della sua infanzia dimenticati da molto tempo. L'uomo, ignorando l'identità della sua benefattrice, incontrerà per caso Amelie in un bar e le confiderà quanto gli era accaduto e gli sconvolgimenti che l'oggetto provocò nella sua vita. La protagonista deciderà quindi di aiutarlo a ricomporre i tasselli della propria vita ricucendo rapporti che si erano sfaldati da molto tempo.
Anche la ragazza però vivrà momenti di incertezza quando incontrerà un ragazzo che la farà innamorare ma anche soffrire. La vicenda finirà nel migliore dei modi con Amelie che potrà vivere serenamente il proprio amore e l'uomo che avrà ritrovato una parte importante della propria vita e del proprio cuore.
Nel film l'aspetto gastronomico si riduce a pochi istanti condensati, potremmo dire, nel rituale della protagonista dello spezzare la crosta della creme brulee. Tuttavia questo breve e semplice gesto è la chiave di lettura di un vasto mondo. Quel dolce incarna infatti il ruolo che assume il cibo nella nostra quotidianità e ancor più nella vita. Ci sono cibi che non solo ci identificano ma entrano a far parte del nostro vissuto condizionando le nostre abitudini e divenendo parte di esse. In questo modo il semplice gesto della protagonista diventa parte essenziale di un mondo, il suo, a cui difficilmente rinuncerebbe.

CREME BRULEE AL MANDARINO, BISCOTTO ALLO ZUCCHERO DI CANNA GREZZO E SPEZIE E MOUSSE AL CIOCCOLATO FONDENTE.




INGREDIENTI X CREME BRULEE (per sei persone circa)

0,5 l panna
125g latte
125g zucchero
4g colla di pesce
125g tuorli
3 mandarini

INGREDIENTI X BISCOTTO SPEZIATO (per sei persone circa)

100 g farina "00"
100 g farina di mandorle
100 g zucchero di canna grezzo
100 g burro
spezie miste q.b.

INGREDIENTI X MOUSSE CIOCCOLATO FONDENTE (per sei persone circa)

100 g panna
100 g cioccolato fondente
2 g colla di pesce
100 g panna montata


PROCEDIMENTO

Per il biscotto: unire tutti gli ingredienti con il burro ammorbidito e amalgamarli velocemente. Su una placca con carta forno disporre piccoli pezzetti di impasto (in modo casuale) in modo da ricoprirla tutta. Far congelare il tutto e successivamente cuocere a 180 gradi fino a completa doratura.

Per la mousse: far sciogliere il cioccolato fondente, poi aggiungere la panna e la colla di pesce precedentemente ammollata. Incorporare infine la panna montata e mettere a raffreddare in un contenitore adatto.

Per la creme brulee: scaldare in un pentolino panna, latte e scorze di mandarino, una volta caldo il tutto lasciare in infusione per qualche istante. A parte fare un caramello con lo zucchero a cui verrà aggiunto poco alla volta (e avendo cura di mescolare continuamente) il composto di latte e panna precedentemente setacciato. Far abbassare la temperatura del composto e aggiungerci poi i tuorli; infine aggiungere la colla di pesce.
Disporre in stampi adeguati (come da foto) e lasciare raffreddare.

Con dello zucchero di canna e un scottatore a fiamma per cucina caramellare la creme brulee, disporci sopra il biscotto sbriciolato ed infine una quenelle di mousse di cioccolato fondente.

mercoledì 21 gennaio 2015

Il vino nella storia, parte IV: il Medioevo.

Il Medioevo è stato un periodo di svolta per il mondo del vino, per certi aspetti difficile e critico.  La caduta dell'Impero romano d'Occidente ma anche le invasioni barbariche, la crescita del potere delle comunità cristiane e non da meno, il crescente disordine sociale, determinarono una grave crisi agricola. Ciò provocò una sensibile riduzione della viticoltura italiana; in aggiunta a tutti i fattori precedentemente elencati tasse, epidemie ed eventi climatici provocarono in molte zone l'abbandono della campagna. Molti dei territori conquistati dalle tribù barbare finirono per diventare pascoli mentre, nelle zone di dominazione araba, si produceva (per motivi religiosi) solo zibibbo.
La viticoltura riuscì a resistere grazie all'opera dei monaci benedettini e cluniacensi che praticavano la viticoltura per soddisfare i bisogni di vino per l'uso liturgico.


Questa esigenza pratica fu il punto di partenza per l'opera di bonifica dei terreni incolti o che erano ritornati tali a seguito della crisi sociale e delle dominazioni barbare.
Fu attraverso la regola monastica benedettina che il vino trovò una vera e propria via di diffusione, questo perché la regola ne consentiva il consumo al di fuori dell'ambito liturgico; in molti conventi e ordini monastici infatti il rifiuto del vino era assimilato a quello della carne (ovviamente mi riferisco ai primi secoli).
L'espansione del monachesimo tra l' VIII e il IX secolo consentì alla viticoltura di risollevarsi, di salvare territori a vocazione vinicola che erano stati praticamente abbandonati ma, cosa più importante, migliorare le tecniche romane di coltivazione e trasformazione dell'uva. Tutto questo discorso non è valido solo per il territorio italiano ma anche per gran parte dell'Europa; registri dell'abbazia Saint- Germain- des- Prés (Parigi) e in particolare il rotolo dell'abate Irmione (814 d.C.) ci forniscono dettagliate informazioni dell'estensione dei vigneti e delle pratiche vitivinicole.
Lasciando l'ambito religioso e le importanti conseguenze dell'opera dei monaci, dal punto di vista istituzionale furono due i primi atti che si riferirono alla viticoltura (o al cui interno vi erano norme specifiche per questa pratica) : l'Editto di Rotari del 643 d.C. e il Capitulare de villis et Curtis del 789 d.C. . Nel primo erano presenti documenti che proteggevano la vite e ne sancivano l'importanza; il secondo, opera di Carlo Magno, era una raccolta di regole agricole ma anche di tecniche per la viticoltura. In questo ultimo atto il famoso sovrano disciplinò molto la pigiatura dell'uva e la conservazione del vino, egli infatti sosteneva che la pratica di pestare l'uva con i piedi non era igienica e i metodi di conservazione praticati dovevano essere migliorati per garantire una maggiore e migliore durata del prodotto.


Attorno all'anno Mille le zone a vocazione vitivinicola si ampliarono notevolmente sia a Est che a Ovest. Il fenomeno di diffusione dei nostri protagonisti anche in territori lontani dall'area mediterranea è confermato dal codice legislativo di Alfredo il Grande (Wantage 849 d.C. - 26 ottobre 899 d.C.), relativo alla vite in Inghilterra nel IX secolo.
Anche in oriente essa si era diffusa dalla Persia all'India nord-occidentale; tuttavia bisogna riconoscere che, nonostante questi casi, rimaneva ancora anche dopo l'anno Mille un fenomeno quasi esclusivamente europeo e mediterraneo.
In Nord Europa il vino era simbolo di ricchezza e quindi veniva consumato esclusivamente da nobiltà e clero. Per quanto riguarda il territorio italiano esso era diffuso e consumato da tutti i ceti, ovviamente con modalità diverse. Per le classi meno abbienti e per le taverne vi era un vino leggero che era il risultato dell'annacquamento del mosto e della sua correzione con miele e aromi; vi erano poi altre due categorie di vino, migliori della prima, destinate a nobili e clero.
Ciò che frenò inizialmente una più ampia diffusione del vino furono i costi elevati di trasporto: molti vigneti sorgevano nelle vicinanze di fiumi perché i trasporti fluviali erano meno costosi di quelli via terra.
Ben presto la sempre più crescente richiesta di vino da parte dell'Europa settentrionale incoraggiò molti piccoli agricoltori e contadini a dedicarsi alla viticoltura. Non sono pochi i testi letterari che documentano l'interesse sempre  più crescente dimostrato dalle società nei confronti del nostro protagonista; la letteratura testimonia tutto ciò, un esempio ci viene fornito dai Racconti di Canterbury di Chaucer.
Come è già stato accennato vi erano diverse tipologie di vino ma anche diverse qualità; nel XIII secolo Henri d'Andeli dà prova di ciò in una sua poesia intitolata "La bataille des vins", scritta nel 1224. L'autore racconta che il re di Francia si fece mandare più di 70 campioni di vino da ogni parte del Mondo per poterli assaggiare. Nello stesso periodo il commercio tra Italia e nord Europa si intensificò: il nostro Paese esportava vino e importava prodotti tessili dalle Fiandre.
Il commercio dell'oro rosso era legato a tre tipologie di botti: botte d'anfora, tipica di Venezia che poteva contenere circa 600 l; botte di mena, tipica di Napoli, che conteneva circa 425 l; ed infine botte di mezzo migliaio, della Puglia, che conteneva circa 300 l. Venezia era anche un esportatore di bottame per zone in cui il legno scarseggiava; Napoli invece era il principale centro di raccolta e diffusione dei vini latini e greci.


Il commercio del vino era suddiviso in due grandi categorie: all'ingrosso e locale. Per il primo caso esistevano già allora contenitori standard, che venivano utilizzati non solo per il commercio del vino ma anche per molti altri alimenti; per il secondo invece i contenitori standard non esistevano ma vi erano soluzioni più semplici e sbrigative, tipiche del mondo rurale. In Italia i tre contenitori più conosciuti utilizzati per il trasporto in campagna dell'uva e del mosto erano: brenta e mastello nell'area della Pianura Padana e bigoncio in Toscana; probabilmente queste tre tipologie non appartenevano alla categoria "standard" che è stata analizzata in precedenza.
La conservazione del vino fu per molti secoli (Medioevo compreso) un problema molto sentito dato che i metodi di conservazione conosciuti erano poco efficaci e le condizioni igienico-ambientali e climatiche non erano da meno. In virtù di ciò, i vini troppo giovani provocavano dolori a livello intestinale, quelli che avevano più di un anno erano già andati a male. La svolta nel cercare di sopperire a tutto ciò venne nel 1487: in quell'anno infatti in Germania venne emanato un decreto reale che permise per la prima volta di aggiungere zolfo al vino. Questa pratica in realtà era molto antica perché era già stata documentata molto tempo prima da Omero e Plinio ma durante il Medioevo il suo ricordo era caduto nell'oblio. Dai pochi documenti pervenuti del periodo sembra che lo zolfo impregnasse dei trucioli con altre sostanze, essi venivano poi bruciati nella botte vuota per sterilizzarla prima di essere riempita di vino. Da allora l'anidride solforosa viene utilizzata per i vini tedeschi con lo scopo di rallentare il processo di maturazione; i francesi ne permisero l'uso solo molti secoli dopo.
Con il Cinquecento si verificarono importanti cambiamenti dal punto di vista economico e sociale che ebbero ripercussioni anche sulla produzione vinicola. Questo però verrà affrontato nell'articolo successivo.

giovedì 15 gennaio 2015

Il piatto: l'utensile comune tra cultura e storia. (Dalle origini al XIX secolo)

Il piatto è un utensile legato fortemente al processo di evoluzione culturale dell'uomo. Non si può dire tuttavia che esso sia nato con lui, ma fu il risultato di un complesso e costante processo di cambiamento delle abitudini legate alla tavola e ad aspetti diversi quali il desiderio di ostentare ricchezza e, al tempo stesso, apparire raffinati. Tralasciando per il momento questi temi, è chiaro come la funzione assolta dal piatto è puramente pratica ed è in sostanza quella di contenere il cibo. In origine essa veniva svolta dai cibi stessi che venivano poi consumati oppure da parti non edibili: foglie, gusci, ma anche grandi formati di pane o focacce. Questi materiali non sono però confinati ad una parte di storia lontana da noi, le focacce erano il contenitore più utilizzato durante l'Impero Romano; il discorso riguardante il pane risulta essere più ampio, anche dal punto di vista cronologico. Il suo utilizzo non fu solo durante la preistoria ma, facendo un esempio del tutto italiano, si estese fino al secolo scorso se pensiamo alle zuppe contadine o ad alimenti che venivano inseriti in pagnotte scavate per poter essere trasportati e poi consumati durante le pause dal lavoro agricolo.
Il piatto andò oltre questa funzione quando ne assunse altre di più profonde: l'aspetto religioso e rituale modificarono la sua destinazione originale connotandola di importanti significati: pensiamo ai piatti rituali nelle popolazioni del passato del Centroamerica o anche a quelli rappresentati in affreschi e sculture tombali di matrice etrusca o anche greco-romana che rappresentarono scene di banchetti o libagioni. Sotto questo aspetto il nostro protagonista si caricò di significati profondi e contribuì in modo significativo ad un esito positivo dei riti.

(Sarcofago di Larthia Seianti, metà del II secolo a.C.,
Firenze, Museo Archeologico)

Durante il Medioevo la situazione si complicò: quasi sempre gli utensili (piatti compresi) erano in legno e raramente in ceramica. Ogni piatto era utilizzato da più persone; il piatto individuale, come vedremo in seguito, si diffonderà solo successivamente. A questi materiali durante il Rinascimento si aggiunsero manufatti in maiolica (citando solo alcuni esempi: Faenza, Urbino e Pesaro).
Oltre alla funzione pratica e quella religiosa, esso era anche elemento fondamentale attraverso cui ostentare ricchezza. Questo aspetto già importante durante il Medioevo presso le corti e le case dei nobili, assumerà un forte significato durante il XVII e XVIII secolo attraverso i "servizi di credenza", la cui funzione era semplicemente quella di mostrare le disponibilità economiche della famiglia a cui appartenevano e che quindi venivano messi in mostra durante i sontuosi banchetti.
Contemporaneamente a ciò si consolidò l'idea, per questioni di etichetta, che il nostro protagonista doveva essere individuale e non più condiviso da più persone. Come logica conseguenza si diffusero manufatti dalla ricca decorazione pittorica e dalla forma mutata: da liscia a sagomata; in particolar modo durante il Settecento, epoca in cui si diffuse l'amore per le porcellane cinesi.
Il cambiamento sopra citato determinò nel XIX secolo una forte diffusione dei servizi, tutti con piatti uguali e quindi omogenei stilisticamente.
L'arte, come sempre documentò tutte le evoluzioni, e attraverso le fonti pittoriche e scultoree arricchì di simbolismi questi utensili. Troviamo esempi di quanto affermato nelle due opere presenti qua sotto.

 
 


Nella prima, di Carlo Crivelli, Annunciazione, 1486, Londra, National Gallery, troviamo nella rappresentazione del luogo dove dimora la Vergine Maria una mensola con alcuni piatti e altri utensili. La presenza di questi elementi oltre a caratterizzare un ambiente domestico è un documento vivido dell'epoca dell'artista e rimanda alla riflessione fatta su materiali ed usi. Diverso è il discorso per la seconda opera, di Pieter Clasez, Natura morta, 1640-1650, Berlino, Gemauldegalerie. Il piatto di peltro in primo piano è una stoviglia classica del Seicento fiammingo, molto rappresentato nelle nature morte; sebbene fosse meno nobile della porcellana, grazie alla sua resistenza, garantiva una durata più lunga e un uso frequente. L'alzata in argento rovesciata invece segna probabilmente la conclusione di un festeggiamento. La diversità tra questi due materiali, tra il peltro e l'argento, non è solo d'uso ma anche di significato; è la diversità tra sfarzo e nobiltà, tra vita comune ed i sontuosi banchetti.
Durante il XX secolo i piatti (e molti utensili in genere) saranno simboli di movimenti artistici e veicoli del loro messaggio. Questo tema verrà però analizzato in un successivo articolo tematico.

giovedì 8 gennaio 2015

L'oro del Mediterraneo: l'olio d'oliva dal Medioevo al Rinascimento.

Contrariamente alla sua diffusione durante le civiltà greca e romana come è stato visto nel precedente articolo, nei secoli del Medioevo ma anche durante il Rinascimento, l'olio d'oliva conobbe diffusione e crescita non uniformi sia per quanto riguarda l'aspetto geografico che per l'utilizzo.
Nonostante ciò, ci sono pochi dubbi nell'affermare che la coltivazione dell'olivo sia stata particolarmente diffusa in ambito ecclesiastico e signorile nei secoli anteriori al Mille. E' proprio in queste realtà che la sua coltivazione e la lavorazione delle olive trovarono dei veri e propri canali di consolidamento.
La diffusione dell'olio, soprattutto al nord, fu relegata a due scopi principali: l'uso liturgico e per l'illuminazione. Se volessimo invece parlare dell'aspetto alimentare dovremmo fare una considerazione importante: esso veniva utilizzato come sostituto dei grassi animali solo nei periodi in cui, per  motivazioni religiose, era proibito il consumo di alimenti di origine animale(i cosiddetti periodi di magro). Questo discorso è soggetto a variazioni se si considera che il consumo di olio dell'Italia Centro-Meridionale fu, fin dai primi secoli del Medioevo, superiore rispetto a quello del Settentrione. Tuttavia l'aspetto religioso connesso al suo utilizzo fu un fattore importante durante i secoli centrali del Medioevo nel determinare un varco culturale grazie al quale l'olio, nei secoli successivi, divenne un alimento vero e proprio.
Anche il livello sociale fu un discriminante importante: esso, soprattutto al Nord, era consumato prevalentemente da ceti elevati; ciò non toglie tuttavia che in zone in cui la produzione era particolarmente abbondante lo usassero anche i poveri, ovviamente con modalità e frequenza assai diverse.

(la raccolta delle olive)

A tal proposito, ebbero un ruolo importante nel suo utilizzo anche i trattati dietetici che assegnavano ad ogni grasso una destinazione specifica: se l'olio era indicato per le insalate, i grassi come lo strutto lo erano per preparazioni a base di carne. E' chiaro, ed è già stato precisato, come per l'Italia il discorso debba essere diviso in tre modelli distinti: Nord, Centro, Sud. In virtù di ciò, l'espansione della pratica olivicola nei secoli dopo il Mille rimase prerogativa del Mezzogiorno. Qui si andarono delineando destinazioni precise di terreni per la coltivazione dell'olivo; in terreni come quello pugliese, dopo il XII secolo, gli appezzamenti a specializzazione olivicola si fecero significativi. Contemporaneamente a ciò, si assistette in zone diverse alla nascita e diffusione di muretti in pietra detti di "clausura" o "clausum", tipici in molte aree del Sud, aventi come scopo quello di proteggere le coltivazioni da animali e malintenzionati. Tali strutture svolgevano la propria funzione, soprattutto inizialmente, su un tipo di coltivazione promiscua, ovvero caratterizzata dalla presenza di olivi e altre piante; solo successivamente si assistette a strutture in muratura destinate a proteggere unicamente gli ulivi.
Nelle zone in cui l'olivicoltura aveva un ruolo importante per l'economia del territorio le date di inizio della raccolta potevano essere stabilite dalle autorità, come avveniva per la vendemmia.
Nonostante siano numerose le fonti che parlano dell'olio d'oliva e dei suoi numerosi impieghi, non si può dire lo stesso per le fasi di lavorazione. Un valido esempio viene dalla raccolta. Le poche informazioni pervenuteci documentano come essa avvenisse in Puglia, attraverso cioè l'uso della bacchiatura "baptere arvores". Tale operazione era agevolata da un panno, "recama", che veniva steso sotto l'albero e serviva a raccogliere le olive.
I progressi del trasporto del XIV e XV diedero un forte impulso al commercio dell'olio a lunghe distanze, determinando così la formazione di una rete di commercio che coinvolse anche altri territori nel Mediterraneo ed anche a distanze ben più forti.
L'utilizzo dell'olio si estese anche ad altri settori, del tutto diversi da quello alimentare. Il caso più noto è quello tessile. L'industria della lana lo utilizzava sia nella preparazione di saponi sia nelle numerose e complesse operazioni che precedevano la tessitura. La lana infatti, dopo che era stata battuta per far aprire bene le fibre, una volta distesa su graticci, veniva inzuppata di acqua e poi cosparsa di olio e quindi riunita in grandi matasse che venivano consegnate ai "pettinatori". L'olio conferiva alla lana la necessaria compattezza per resistere alla successiva lavorazione.
Altro settore in cui il nostro protagonista veniva utilizzato era quello medico, nella preparazione di pomate e medicamenti. Fino al Rinascimento era usato per le infezioni ginecologiche e, nei monasteri, il monaco deputato alla preparazione di medicinali e medicamenti (monacus infirmorum), preparava una mistura a base di olio, vino e bianco d'uovo, chiamato "balsamo del Samaritano" che, fino agli inizi del secolo scorso, rimase in alcune zone d'Italia un rimedio popolare per scottature e gonfiori.
La storia degli attrezzi per la coltura dell'olivo ma anche per la conservazione dell'olio sarebbe troppo lunga per essere descritta in questo articolo Merita quindi di un successivo approfondimento.
In ambito alimentare solo nei secoli successivi si assistette ad una mutazione dei gusti alimentari che determinarono un progressivo incremento nel consumo e nel suo utilizzo. Tutto ciò sarà oggetto della successiva analisi.

(la lavorazione delle olive; stampa)